I Carpet Knights sono un quintetto svedese attivo dal 1998 che debutta con questo Lost and So Strange is My Mind. La band presenta uno stile che tenta di essere un ibrido di diverse sonorita': alla base prog fatta di cambi di tempo, psichedelia, flauto, si aggiungono tratti hard o acidi, vicini a certi Led Zeppelin, suoni dark alla Velvet Underground o addirittura grunge, Pearl Jam piu' che Nirvana. La band e' composta da Mattias Ankarbrauth a batteria e percussioni, Tobias Wulff alla chitarra, Magnus Nilsson e' cantante e flautista, Joakim Jönsson chitarrista e cantante, Nils Andersson al basso. L'album comincia con All Be the Same: bella intro di chitarra, poi parte un flauto molto indovinato a riprodurre una melodia che regge da sola tutta la canzone, le due voci all'unisono fanno il resto. L'album parte con una canzone molto rafiofonica e risultante la piu' allegra del lotto, un prog rock d'annata collaudato e sicuro. No Space No Spare e' stavolta introdotta dal basso con subito le due chitarre a subentrare presto incalzate dal flauto. Questa canzone sembra uscita da "Thrak" o "Discipline" dei King Crimson per l'armonia creata da chitarra-chitarra-basso con le due voci ad intersecarsi, esattamente come la band londinese ha insegnato nella seconda parte della loro carriera, piu' il flauto che ci ricorda che non stiamo ascoltando questi ultimi. Ma la caratteristica che piu' rimanda ai Cremisi e' l'atmosfera agrodolce che la band riesce a costruire, quel misto di ansia e dolcezza. La traccia seguente e' Zonked, sulla stessa falsariga, cioe' chitarre in duello, basso ben presente, una voce per le strofe doppia per il ritornello. Un'altra canzone molto indovinata contribuisce a mantenere alto il livello. The Mist invece cambia pagina, infatti si tratta di una ballata introdotta classicamente da chitarra acustica e voce, per poi partire bene con un pezzo strumentale tirato e nervoso al punto giusto con le chitarre gran protagoniste e voce singola stavolta. Il ritornello adesso e' invece malinconico ma inquieto, non comunica tristezza ma una specie di smarrimento. La seconda parte della canzone e' interamente dedicata ad un bell'excursus strumentale per chitarre e basso. Fools and Silent Corner e' invece piu' hard, senza essere troppo cattiva, ma rimanendo nei limiti di certa malinconia dark. Chitarre, voce e flauto gli ingredienti che ormai conosciamo di una canzone un po' al disotto delle precedenti. La prima parte del disco finisce qui, cinque canzoni molto belle, brevi e dirette. La seconda parte e' formata da tre canzoni piu' lunghe, fra i 6 e i 10 minuti, e una breve di tre, un po' meno riuscite ma con momenti che meritano sicuramente. Sad Soul e' sostenuta da un bel arpeggio di chitarra, con l'altra chitarra in sottofondo e la voce principale protagonista; l'atmosfera e' piu' triste e rarefatta rispetto alle precedenti canzoni, un brano che preferisce mantenersi leggero e sommesso. Anche qui la seconda parte e' interamente coperta da un bel solo di chitarra accompagnata dal flauto. Feel It e' invece piu' decisa e pesante, e infatti mi piace di piu'. E' introdotta da un riff di chitarra che e' forse il piu' pesante dell'album ma che da solo trascina tutta la prima parte della canzone, sul quale si aggrappa la voce, non indovinatissima questa volta purtroppo. Per fortuna a meta' il brano cambia completamente, con un bel giro di chitarra che va il loop, l'altra chitarra ad arpeggiare in liberta', batteria e percussioni. Questa seconda parte del brano salva da sola tutta la seconda parte del disco, che gia' di per se' non e' malaccio. Il finale riprende il bel pesante riff iniziale che conclude cosi' una grande canzone. Dab Nekan, traccia breve e strumentale (se si esclude un leggero coro), e' interamente trascinata dal basso, con le due chitarre ad intercedere e a creare momenti piu' tesi o piu' rilassati. Un brano godibile, dall'umore cangiante ma sempre molto sostenuto e inquieto. Last of Many, l'ultima traccia, la piu' lunga, ha un inizio carino ma non bellissimo, con la solita chitarra che ci va giu' pesante e le voce appresso, non molto originale ma pur sempre orecchiabile; dopodiche' diventa interessantissima verso la meta', quando tutti improvvisamente tacciono e parte un grandissimo giro di chitarra decadente, romantico, malinconico, e un pianoforte fa per la prima volta capolino a rendere l'aria ancora piu' pregna. Per un attimo si sentono anche le voci dei due cantanti trascinate anch'esse nella tristezza generale, finche' la canzone volge a conclusione piu' decadente che mai. Un album bello, vario, pur necessitante di un po' di ascolti per poter essere apprezzato, che tenta di unire la tradizione classica, King Crimson in primis, con sonorita' moderne, dark wave e post-rock soprattutto.
lunedì 10 gennaio 2011
The Carpet Knights - Lost and So Strange Is My Mind (2005)
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lunedì 1 novembre 2010
Weidorje - Weidorje (1978)
Lo Zeuhl e' un sottogenere del prog inventato da quei mattacchioni francesi dei Magma durante i '70. La differenza principale, e cio' che lo rende un genere unico, con il prog rock piu' classico e' la quasi totale assenza di melodia, romanticismo, ariosita'. E' qualcosa di criptico e opprimente. Volendo tentar di descriverlo si potrebbe dire che e' composto da loop ripetuti ossessivamente, con altri loop che incombono e altri che svaniscono e cosi' via. Anche la voce spesso e' solo una litania straziante che molto raramente "parla", piuttosto si limita a vocalizzi agghiaccianti. E' una musica oscura, asfissiante, tesa, tormentata. La domanda che viene spontanea e' come puo' piacere tal tipo di musica. Beh, la house, la techno, la drum'n'bass non sono altro che loop ripetuti all'infinito anche, e mi sembra godano di ottima popolarita', al di la' del valore artistico. La differenza con lo Zeuhl e' che quest'ultimo e' composto da motivi ricercati, per niente orecchiabili, poliritmie e tempi dispari. Non e' una semplice sovrapposizione di ritmi danzerecci sintetici. Il suo potenziale e' infinito ma spesso e' vittima della sua stessa ricercatezza, infatti molte band tendono ad indugiare su suoni cacofonici e molto poco musicali, che spesso non conducono a nulla. Quando invece e' ben fatto, quando i loop sono indovinati, quando l'oppressione diventa piacere, quando c'e' la ricerca dell'orecchiabilita' in un contesto molto poco orecchiabile, allora il gioco e' fatto. Purtroppo questo capita molto raramente. I Weidorje si formano da una costola dei Magma nel 1976, danno alla luce un EP omonimo nel 1978 e si sciolgono nel 1979. Quell'EP sara' poi arricchito con due traccie inedite live e pubblicato come album nel 1992. La parola Weidorje compare per la prima volta nell'album dei Magma Udu Wudu e significa ruota celeste in Kobaiano, la lingua inventata dalla band di Vander. Il gruppo e' fondato dal bassista Bernard Paganotti, di conseguenza lo stile e' basato sul suono del basso, che io, come gia' detto molte volte, adoro. Bernard applica al suo basso una distorsione estrema, cosa che mai gli era stata permessa nei Magma, rendendo il suono infuocato, accattivante e carico di groove. Gli altri membri non sono da meno, i dialoghi fra le tastiere e i fiati sono geniali, la batteria sempre puntuale, la voce quasi assente. La chitarra e' un po' in disparte, ma non e' un limite. La loro musica e' uno Zeuhl con tratti jazz e fusion, caratterizzata da incandescenti riff di basso, tellurici incroci di fiati, tappeti di tastiere e logoranti vocalizzi demoniaci. La formazione e' la seguente: Bernard Paganotti a basso e voce, Patrick Gauthier alle tastiere, Michel Ettori alla chitarra, Kirt Rust alla batteria, Alain Guillard al sax, Yvon Guillard alla tromba e voce e Jean-Philippe Goude alle tastiere. Come si puo' facilmente intuire, questi ragazzi attingono molto dal Magma-style ma lo semplificano, tanto basta per renderlo piu' accessibile, per questo li preferisco di gran lunga al gruppo di Christian Vander. Il disco che consiglierei a chiunque voglia approcciare per la prima volta l'oscuro mondo dello Zeuhl.
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mercoledì 20 ottobre 2010
Warm Dust - Warm Dust (1972)
I Warm Dust sono stati una band inglese dedita a certo jazz/rock di pregevole fattura. Durati pochissimo, appena due anni dal 1970 al 1972, fanno comunque in tempo a pubblicare tre album dalle vendite nulle ai tempi, nettamente rivalutati oggigiorno. La critica predilige i primi due, a me piace il terzo, ultimo, omonimo. La loro musica parte dal jazz, colorato, vivace, caldo, con molti strumenti a contendersi la scena, per contaminarsi di rock, fusion, psichedelia, tutto molto free-form. Data la raffinatezza della loro proposta si potrebbero accostare ai Nucleus, tanto per trovare un termine di paragone. Le liriche provocatorie che spesso affrontano argomenti importanti inspessiscono ulteriormente il valore di questo gruppo. Inoltre i Warm Dust sono stati la prima band del cantante compositore polistrumentista Paul Carrack, il quale, dopo aver militato in vari gruppi fra cui i Roxy Music, sara' protagonista di una folgorante carriera solista nell'ambito jazz. Oltre a Paul che suona organo, piano e percussioni, vi sono Les Walker, cantante, Alan Soloman al sax, flauto, tastiere e synth, John Surgey a chitarra, sax e flauto, Tex Comer e' il bassista, infine John Bedson a batteria e percussioni. La foto di gruppo del sopracitato sestetto e' cosi' bella che non posso non postarla. L'album Warm Dust presenta una prima facciata piu' orientata verso il jazz ed una seconda dove invece gli elementi prog emergono vistosamente, fino a lasciarsi andare a sinfonismi come la penultima traccia e l'attesa, e riuscita, suite finale. Si parte con Lead Me to the Light, introdotta dal flauto, molto presente in tutto l'album, con la calda voce di Les che subito irrompe ad avvolgere l'ascoltatore con il suo pathos; la melodia e' calma, piacevole, rilassante, sembra quasi di ascoltare una ninna-nanna d'altri tempi. La parte centrale e' invece dominata dall'organo che e' lasciato libero di spaziare mentre la sezione ritmica forza i tempi nei binari giusti e il sax da' man forte. La parte finale
torna sul cantato, stavolta coadiuvato da un controcanto, a rendere l'atmosfera piu' decadente e romantica. La seconda canzone e' Long Road, piu' movimentata e veloce, con i fiati a far da padroni. Il ritmo e' piu' jazz/blues adesso, la chitarra elettrica finalmente riesce a trovare un po' di spazio; dopo un paio di minuti i tempi accelerano e il sax si lascia andare ad un motivo irresistibile. Il finale circolare riprende l'inizio. Mister Media vede invece un ritmo tribale, con percussioni e batteria in grande spolvero, i soliti fiati a dirigere il traffico e la voce che si infila alla perfezione. Non ci sono variazioni di sorta, la melodia e' indovinata abbastanza da poter essere trascinata per 3 minuti. Con Hole in the Future si chiude il lato A e si sente la prima lunga composizione, con i suoi 8 minuti. Il jazz/rock e' ancora molto forte e tutti gli strumenti, voce compresa, sono ben equilibrati e all'unisono, a comporre un motivo ancora una volta indovinato, per un inizio che colpisce subito. Il brano si arresta letteralmente dopo due minuti e parte un pezzo onirico e psichedelico trascinato dal flauto, con batteria, basso e sintetizzatore che rendono ottimamente un'atmosfera opprimente ed angosciante, per poi fermarsi e far ripartire il tema iniziale il quale, al contrario, e' sereno e rassicurante. A Night on Bare Mountain e' semplicemente un intermezzo di un minuto che riprende l'omonimo tema classico. Infine con The Blind Boy si arriva alla tanto anelata suite: 18 minuti di prog/jazz che cominciano con un tema abbastanza drammatico, trascinato dalla voce prima, dalle tastiere poi, allungato e dilatato, esplorato in ogni variazione possibile. Si sentono notevoli cambi di tempo e ottimi spunti strumentali in questa parte preliminare. La parte centrale vede invece un notevole solo di flauto che rende l'aria piu' rarefatta ed ovattata; ma e' solo un momento perche' ben presto il ritmo cambia ancora una volta e l'atmosfera diventa pesante e angosciosa mentre Les ricomincia a cantare, accompagnato da tastiere e fiati a rendere il tutto ancora piu' opprimente. La canzone si interrompe nuovamente come in Hole in the Future e la conduzione passa ora ai fiati, adesso meno tesi ma neanche tanto rilassati; si torna su sentieri piu' propriamente jazz, con il sax libero di svariare e basso e tastiere a ricamare. Gran finale con fiati sparatissimi. Nient'altro da aggiungere, un gruppo che meriterebbe piu' notorieta'.
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domenica 26 settembre 2010
Waniyetula - Iron City 1971-78 (2006)
I Waniyetula (non ho idea di come si pronunci) sono stati una band tedesca attiva dal 1969 fino ai primi anni '80, e hanno avuto una storia a dir poco travagliata ed inusuale. Il loro primo album Nature's Clear Well era pronto nel 1975 ma la band impiego' tre anni per trovare una casa discografica disposta a curarne la diffusione, una label americana di cui non ricordo il nome, la quale cambio' il nome della band in Galaxy perche' questo fu giudicato piu' catchy. Tutto cio' senza avere il permesso della band che ovviamente non gradi' l'operazione. Quindi il pur buon album non e' riconosciuto prodotto dei Waniyetula. Costoro intanto nel 1976 avevano pronto un nuovo album, A Dream Within a Dream, basato sull'omonimo romanzo di E.A. Poe. Ma sfiga vuole che proprio quell'anno gli Alan Parson Project pubblicarono il famoso album Tales of Mystery and Imagination, anch'esso basato sullo stesso romanzo dello scrittore inglese e contenente una canzone proprio chiamata A Dream Within a Dream. Di conseguenza i poveri musicisti dovettero aspettare che il pubblico dimenticasse un po' l'opera degli APP e ritrovare una casa discografica che accettasse di pubblicare un disco che rimanda inequivocabilmente ad un altro disco la cui popolarita' risulta difficile da battere. Ci riuscirono nel 1983, quando ormai la band era sulla via dello scioglimento. Nel 2006 poi recuperano un po' di materiale live e in studio e pubblicarono questa raccolta di inediti chiamata Iron City, che abbraccia il periodo 1971-78, a mio parere loro miglior lavoro. I Waniyetula sono Heinz Kuhne a chitarra, voce e tastiere, il bassista Herman Beckert, il batterista Thomas Goerdten, Richard Kersten a chitarra acustica e voce, Norbert Abels alle tastiere. Nonostante le origini teutoniche, ad un primo ascolto la band potrebbe sembrare americana, per il sound infarcito di blues e psichedelia, psichedelia non in stile kraut ma molto piu' west coast, piu' un buon tocco di sinfonismo. I 7 pezzi che compongono l'album sono mediamente lunghi e molto simili fra loro, non e' musica aggressiva o che punta ad un ritornello indovinato, e' piu' musica d'atmosfera, melodie da viaggi fisici o mentali da cui e' molto facile (e piacevole) essere rapiti. Un album che necessita di numerosi ascolti prima di essere assimilato, a cuasa della natura free-form delle canzoni, ma come al solito ne vale la pena, perche' contiene perle di assoluta grazia, senza mai alzare la voce. Chiaramente non e' esente da momenti piu' sottotono, ma non abbastanza da minarne il giudizio positivo.
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