domenica 12 giugno 2011

L'uomo che ha fottuto un intero paese

I miei genitori mi hanno richiesto la traduzione dell'articolo dell'Economist sul nostro beneamato premier, quindi la vado a postare.

L'uomo che ha fregato un paese intero
L'era berlusconiana perseguitera' l'Italia per anni a venire
Silvio Berlusconi ha molti motivi per sorridere. Nei suoi 74 anni ha creato un impero mediatico che lo ha reso l'uomo piu' ricco d'Italia. Ha dominato la vita politica sin dal 1994 ed e' adesso il primo ministro con la piu' lunga carriera politica, dopo Mussolini. E' sopravvissuto ad innumerevoli previsioni di imminente collasso. Ma nonostante i suoi successi personali e' stato un disastro come leader nazionale in tre modi diversi. Due di questi sono ben noti. Il primo e' la lurida saga dei suoi festini a sfondo sessuale detti "Bunga Bunga", uno dei quali ha provocato il poco edificante spettacolo di un primo ministro accusato di aver pagato una minorenne in cambio di sesso. Il processo Rubygate ha infangato non solo Berlusconi ma anche il suo paese.
Per quanto vergognoso possa essere stato lo scandalo sessuale, il suo impatto sulle performance governative di Berlusconi e' stato limitato, per cui questo giornale lo ha del tutto tralasciato. Abbiamo piuttosto protestato riguardo il suo secondo fallimento: la sua disonesta attivita' finanziaria. Negli anni e' stato portato in tribunale una dozzina di volte per frode, falso in bilancio e corruzione. I suoi difensori asseriscono che non e' mai stato condannato, ma questo non e' vero. Molti casi lo hanno condannato, salvo poi essere annullati causa caduta in prescrizione per una legge cambiata da Berlusconi stesso. Di questo abbiamo parlato nell'aprile 2001, dicendo che il premier non e' adatto a governare l'Italia.
Non c'e' ragione di cambiare quel giudizio. Ma e' ora chiaro che ne' il sesso a pagamento ne' la sua dubbia storia finanziaria faranno cambiare idea agli italiani circa i suoi disastrosi e persino maligni fallimenti. Di gran lunga il peggior difetto e' la totale incuria delle condizioni economiche del suo paese. Forse a causa dei suoi numerosi impegni in tribunale, il premier, in quasi 9 anni da primo ministro, ha fallito nel rimediare o persino realmente capire la grave debolezza economica dell'Italia. Come risultato, egli lascera' dietro di se' un paese ridotto alla fame.
Una malattia cronica, non solo grave
Questa sinistra conclusione potrebbe sorprendere gli studiosi della crisi europea. Grazie alla stretta politica finanziaria del ministro dell'economia, Giulio Tremonti, l'Italia ha evitato il collasso dei mercati. L'Irlanda, non l'Italia, e' la I dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna). L'Italia ha evitato il crollo del mercato immobiliare e il fallimento delle banche.
L'occupazione ha tenuto: il tasso di disoccupazione e' dell'8%, non del 20% come in Spagna. Il deficit di bilancio nel 2011 e' del 4% del prodotto interno lordo, contro il 6% della Francia.
Ma questi numeri rassicuranti sono ingannevoli. La debolezza economica dell'Italia non e' una malattia acuta ma cronica, che ne corrode lentamente la vitalita'. Quando l'economia europea affonda, l'Italia affonda piu' rapidamente; quando cresce, cresce piu' lentamente. Come sottolinea la nostra inchiesta di questa settimana, solo lo Zimbabwe e Haiti hanno avuto una crescita inferiore dell'Italia nell'ultima decade. Infatti il PIL in Italia sta precipitando, a dirla tutta. La mancanza di sviluppo economico significa che, nonostante cio' che dice il signor Tremonti, il debito pubblico e' del 120% del PIL, il terzo piu' alto del mondo occidentale. E tutto cio' e' ancora piu' preoccupante se si considera il rapido invecchiamento della popolazione italiana.
Il basso tasso di disoccupazione nasconde la diversificata distribuzione dello stesso. Un quarto della popolazione giovanile, moltissimi dei quali nel depresso sud, e' senza lavoro. La participazione femminile al mondo del lavoro e' del 45%, la piu' bassa dell'Europa occidentale. Una combinazione di bassa produttivita' e alti salari della casta sta erodendo la competitivita': mentre la produttivita' e' salita di un quinto in America (poi mi chiedono perche' sono andato a vivere qui, ndb) e di un decimo in Gran Bretagna dal 2000 al 2010, in Italia e' scesa del 5%. L'Italia occupa l'80esimo posto nella speciale classifica redatta da World Bank "Doing Business", una sorta di tasso di attivita' affaristica internazionale, dietro Bielorussia e Mongolia, e occupa la 48esima posizione se si considera il tasso di competitivita' secondo il World Economic Forum, dietro Indonesia e Barbados.
Il govenatore uscente della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha recentemente spiegato come stanno le cose in un incisivo discorso di addio (prima di prendere le redini della Banca Centrale Europea). Egli ha insistito nel dire che l'economia ha un disperato bisogno di una grande riforma strutturale. Ha puntato il dito contro la produttivita' stagnante ed ha attaccato le politiche governative che "falliscono nell'incoraggiare, e spesso ostacolano, lo sviluppo dell'Italia", come per esempio i ritardi del sistema giudiziario civile, l'universita' senza fondi, una mancanza di reale competizione nei servizi pubblici e privati, un mercato del lavoro composto da due tipologie di impiegati: i raccomandati ed i precari, e infine un numero troppo esiguo di aziende importanti.
Tutte queste cose stanno cominciando ad influenzare la qualita' della vita in Italia. Le infrastrutture sono trascurate. I servizi pubblici lenti ed inefficienti. I redditi reali sono nel migliore dei casi stagnanti. I giovani italiani con un minimo di ambizione stanno lasciando il paese in massa, abbandonandolo nelle mani di una elite vecchia e lontana dalla realta'. Pochi europei lamentano vizi nel proprio sistema politico quanto gli italiani.
Eppur si muove
Quando questo giornale ha denunciato il signor Berlusconi la prima volta, molti imprenditori italiani hanno replicato che solo la sua faccia tosta, il suo modo maliziosamente intraprendente di fare affari potevano in qualche maniera modernizzare l'economia del paese. Nessuno ha il piu' il coraggio di sostenere questa tesi adesso. Piuttosto usano la scusa che la colpa non e' del cavaliere, e' del loro irriformabile paese.
Ma l'idea che un cambiamento e' impossibile non e' solo disfattista, e' anche sbagliata. I governi italiani della meta' degli anni 90 hanno portato a compimento alcune riforme massive, nella paura di essere lasciati fuori dall'Unione Europea. Persino Berlusconi ha occasionalmente tentato di far passare qualche riforma liberale fra una battaglia in tribunale e l'altra: la legge Biagi sul mercato del lavoro ha aumentato l'occupazione, e molti economisti hanno lodato la riforma italiana delle pensioni. Di certo avrebbe potuto fare molto di piu' se avesse usato il suo vasto potere e la sua popolarita' allo stesso modo con cui li ha usati per proteggere i propri interessi. L'Italia piu' moderna ed intraprendente paghera' carissimi i suoi vizi.
E se il successore di Berlusconi fosse allo stesso modo negligente? La crisi europea sta costringendo Grecia, Portogallo e Spagna a varare pesanti riforme nonostante la grande protesta popolare. Questo fara' soffrire il popolo a breve termine; ma a lungo termine dovrebbe dare un nuovo volto all'economia. Questi paesi sperano di poter ridurre il debito pubblico con la ristrutturazione del sistema. Un'Italia vecchia e stagnante, con un debito pubblico irremovibile del 120%, si ritrovera' ad essere una pesante zavorra per l'Unione. Chi e' il colpevole? Il sig. Silvio Berlusconi, il quale senza ombra di dubbio stara' ancora sorridendo.





lunedì 2 maggio 2011

Un punto di vista diverso su papa Giovanni Paolo II

Prefazione

Wojtyla fu davvero un santo?
di Paolo Flores d'Arcais

Abbandonò al suo destino il vescovo Romero, abbracciò il carnefice Pinochet e difese il potere opulento dei Legionari di Cristo. Ma soprattutto il suo papato fu una crociata ininterrotta contro la modernità e l'Illuminismo. Karol Wojtyla è davvero un santo? Ha davvero praticato le quattro virtù cardinali e le tre teologali fino all'eroismo? Lo sa solo Iddio, per chi in Dio crede. Storicamente e politicamente, il Papa polacco è stato certamente un grande oscurantista. Valga il vero. Il suo pontificato si svolge all'insegna di una ininterrotta crociata contro la modernità nata dall'illuminismo, di una coerentissima "guerra santa" contro la pretesa dell'uomo all'autonomia, alla quale fa risalire la colpa dei due totalitarismi dello scorso secolo. Hume e Voltaire responsabili dei lager e del gulag, insomma! Non è una battuta polemica, lo confermano tutte le sue encicliche e omelie, dove il disincanto dell'uomo moderno che vuole darsi da sé la legge (autos nomos, appunto), senza il quale non avremmo mai avuto le democrazie liberali, viene anatemizzato come "strutture di peccato". La democrazia, nella quale la sovranità dei cittadini deve ovviamente prescindere dalla "sovranità di Dio" è per Wojtyla colpevole di aver legalizzato l'aborto, che per il Papa polacco costituisce il vero e proprio "genocidio dei nostri giorni". Questa l'espressione, ripetuta ossessivamente e solennemente. La donna e il medico che interrompono una gravidanza, equiparati moralmente alle SS che gettano un bambino ebreo nel forno crematorio, se le parole hanno un senso. E lo hanno, inequivocabile, visto che vengono pronunciate - una volta di più - a delegittimazione del primo parlamento polacco liberamente eletto, proprio dopo che Wojtyla ha visitato il campo di Auschwitz. Giovanni Paolo II "Papa dei diritti umani" è perciò una favola. Karol Wojtyla lasciò solo, ostentatamente, il vescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero (avrebbero mai osato ucciderlo, se lo avesse elevato alla porpora, come chiedevano in tanti nella Chiesa?), si affacciò benedicente da uno stesso balcone con il generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, legittimando quel regime di sangue e d'infamia, perseguitò instancabilmente sacerdoti e vescovi della "teologia della liberazione", schierati con gli ultimi come ordina la "buona novella" di Gesù (aprire a caso uno dei vangeli, per credere), e altrettanto instancabilmente difese il "padre padrone" dei "Legionari di Cristo", Marcial Maciel Degollado, malgrado un'opulenza di accuse sempre più circostanziate avessero convinto perfino un fedelissimo di Wojtyla, come il cardinale Ratzinger, degli "autentici crimini" commessi da Maciel. Quanto alla pedofilia, volle che il cardinale Castrillón Hoyos trasmettesse una solidarietà calorosissima al vescovo di Bayeux-Lisieux mons. Pierre Pican, condannato dalla giustizia francese per essersi rifiutato di testimoniare sulle attività di un prete della sua diocesi. E' verissimo però che ha contribuito al crollo dei comunismi: non per volontà di libertà, però, ma come affetto collaterale della sua oscurantista guerra alle "strutture del peccato". Santo, Wojtyla? Non è cosa su cui possa esprimersi un ateo. Ma due grandi personalità cattoliche, Hans Küng e dom. Franzoni (che fu padre conciliare), hanno messo in fila un rosario di accuse degne dell'abrogato "avvocato del diavolo" (compresa l'impunità garantita a mons. Marcinkus per l'Ambrosiano, impedendo l'accertamento della verità, e con ciò venendo meno alle virtù della fortezza e della prudenza). Mentre per due preti dalle virtù certamente eroiche, come monsignor Romero e padre David Maria Turoldo, gli altari possono aspettare.


Un punto di vista diverso su papa Giovanni Paolo II
Contenuti estratti e rielaborati da paperblog.com

Entrate nella cattedrale di San Salvador e guardate alla destra della navata centrale. Quel sacerdote sorridente rappresentato in quella gigantesca pittura non è monsignor Oscar Arnulfo Romero, il vescovo assassinato nel 1980 dagli squadroni della morte del governo di ultradestra. Quel prete, lo sguardo mansueto del quale è impossibile evitare di incrociare, è San José María Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, l’organizzazione che riunisce cattolici eccellenti e della quale Karol Wojtyla fu sdoganatore e sicuro alleato politico. Tanto alleato da santificare il polemico sacerdote basco senza considerare la vicinanza di questo alla dittatura franchista spagnola, l’antisemitismo, lo scandaloso acquisto di un titolo nobiliare, le denunce sulla manipolazione dello stesso processo di santità. Quello che importava era offrire un santo alla classe dirigente cattolica, fieramente anticomunista, che interpretasse un cattolicesimo nel quale denaro e potere fossero celebrati come un cammino verso la salvezza. Per trovare segni che ricordino monsignor Romero, il viaggiatore che visito' El Salvador deve cercare una cappellina, spesso chiusa, collocata all’esterno di una cattedrale rigorosamente controllata dall’Opus. Pochi mesi prima del suo martirio, il 7 maggio del 1979, il vescovo centroamericano aveva presentato a Giovanni Paolo II un dossier sulle violazioni dei diritti umani nel suo paese. Tra i documenti vi erano le foto del corpo di un giovane sacerdote torturato e assassinato dai militari. Dall’udienza Romero era uscito dicendosi “costernato” per il gelo col quale la sua denuncia era stata accolta dal papa: “deve avere relazioni migliori col suo governo” furono le categoriche parole del pontefice. Con quelle parole il cammino verso la santità aveva smesso di essere un mistero per rispondere a una logica politica terrena che in America latina per Karol Wojtyla significò l’alleanza con Augusto Pinochet e con i carnefici del Piano Condor. Così si spiega perché, dopo 31 anni, il processo di beatificazione di Romero si sia perduto negli archivi della Congregazione per le cause dei santi, mentre la causa del fondatore dell’Opus seguiva un cammino accelerato. Molteplici testimoni raccontano che lo stesso Wojtyla spiegò pubblicamente che la beatificazione di un martire come Romero non era opportuna perché “sarebbe stata strumentalizzata dalla sinistra”.

Giovanni Paolo II, in uno dei suoi numerosi viaggi all'estero, non perdeva occasione di stringere la mano al dittatore Pinochet, cui più tardi avrebbe ancora fatto gli auguri in occasione delle nozze d'oro del dittatore. Come si legge nell'articolo Pinochet e Woytila, il macellaio ed il suo fan:
A vent'anni dal golpe la legittimazione più calorosa arrivò al dittatore Augusto Pinochet dalle stanze del Vaticano. 18 febbraio 1993: la privatissima ricorrenza delle sue nozze d'oro viene allietata da due lettere autografe in spagnolo che esprimono amicizia e stima e portano in calce le firme di papa Wojtyla e del segretario di Stato Angelo Sodano. «Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine», scrive senza imbarazzo il Sommo Pontefice, «con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II.» Ancor più caloroso e prodigo di apprezzamenti è il messaggio di Sodano, che era stato nunzio apostolico in Cile dal '77 all'88, e che nell'87 aveva perorato e organizzato la visita del papa a Santiago, trascurando le accese proteste dei circoli cattolici impegnati nella difesa dei diritti umani. Il cardinale scrive di aver ricevuto dal pontefice «il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla sua distinta sposa l'autografo pontificio qui accluso, come espressione di particolare benevolenza». Aggiunge: «Sua Santità conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile». E conclude, riaffermando al signor Generale, «l'espressione della mia più alta e distinta considerazione».

Un milione di morti. Sono le vittime del genocidio rwandese nel quale la Chiesa di Roma ha gravi responsabilità, avendo fomentato per anni l'odio razziale fra Hutu e Tutsi benché il papa fosse stato più volte avvertito del pericolo che incombeva sulla regione. Molti preti hanno partecipato attivamente al massacro dei Tutsi, di solito attirando i fedeli nelle chiese perché le squadre della morte, gli Interhamwe, potessero bruciarli vivi, mitragliarli o affettarli con i machete. Credete che il Vaticano si sia dato da fare per collaborare con la giustizia? Credete che abbia denunciato i preti assassini? Nemmeno per sogno. Come nel caso dei preti pedofili, la Chiesa reagisce con un’omertà di tipo mafioso manifestando una totale indifferenza per la giustizia, un’immoralità profonda, un egoismo supremo, un totale disprezzo per le vittime.
Nel luglio del 1994, quando le truppe del Front Patriotique Rwandais entrano a Kigali mettendo fine ai massacri, la chiesa cattolica comincia a organizzare una vasta rete per permettere ai suoi membri assassini di sfuggire alla giustizia internazionale. La questione diventerà pubblica solamente nell’aprile del 2001, quando l’Europa stupefatta vede in tutti i telegiornali i volti di due suore rwandesi accusate di partecipazione al genocidio in un tribunale belga. Nell’aprile del 1994 suor Gertrude (Consolata Mukangango) e suor Kisito (Julienne Mukabutera) rispettivamente Madre Superiora e Intendente, hanno consegnato alle milizie Interhamwe, le squadre della morte, da 5000 a 7000 Tutsi che si erano rifugiati nel loro convento di Suvu e incendiato personalmente con bidoni di benzina un hangar contenente 500 rifugiati. Credete che la chiesa le abbia consegnate alla giustizia? Nemmeno per sogno, le ospita in segreto in un convento belga. Le due religiose sono sfuggite alla giustizia grazie a un circuito organizzato dai conventi e dai missionari. Hanno approfittato dei camion dell’operazione militare francese Turquoise nel luglio 1994, lanciata per proteggere gli assassini e coprire le responsabilità della Francia, per rifugiarsi in Zaire dove sono state accolte da religiose spagnole. In seguito sono state imbarcate su un aereo che, dopo una tappa in Francia, le ha condotte in Belgio. E il pubblico scopre che il caso delle due suore non è isolato. Grazie all’aiuto della chiesa cattolica, molti religiosi accusati di genocido se la spassano in Europa invece di trovarsi sul banco degli imputati nel tribunale internazionale di Arusha, in Tanzania, e in quello rwandese di Kigali, dove vengono processati gli assassini. Per esempio Emmanuel Rukundo, che ha denunciato centinaia di Tutsi all'esercito durante i massacri, fornendo liste di nomi e aiutando i soldati nelle ricerche, officia la messa nell’idillica parrocchia di Granges-Canal a Ginevra, in Svizzera. E Martin Kabalira, che ha collaborato ai massacri nella città di Butare, officia nella parrocchia di Saint-Béa vicino a Luchon, in Francia.
Un altro assassino se la spassa a Firenze, nella parrocchia di San Martino. Athanase Seromba è accusato di avere attirato 2000 Tutsi nella chiesa cattolica di Nyange, in Rwanda, e poi chiamato le squadre della morte perché li schiacciassero con i bulldozer. Per due anni gli va tutto benissimo, ma 1 milione di morti pesa sulla coscienza dell’umanità. Così African Rights, un’organizzazione simile a quelle israeliane che davano la caccia ai criminali nazisti, arriva nel quartiere di Montughi a Firenze, dove si trova la parrocchia San Martino. Scatta foto, prende informazioni e riconosce Athanase Seromba. La notizia è una bomba, però in Italia non esplode perché il Vaticano e il governo cercano di soffocarla. Purtroppo per loro il quotidiano britannico Sunday Times pubblica un articolo sul prete assassino e il caso fa il giro del mondo. Nel 2001 il procuratore del Tribunale Internazionale, la svizzera Carla del Ponte cerca di arrestare Seromba, ma l’Italia rifiuta la sua cooperazione dicendo che la legge non la permette. Non contento di fare leggi per proteggere i ladri, come sostiene l’opposizione, il governo berlusconiano rifiuta di consegnare un assassino alla giustizia. Sotto la pressione internazionale, il Vaticano capisce che per salvarsi deve mollarlo e negozia la sua consegna alle autorità rwandesi purché venga trattato bene e sistemato in una cella singola. Seromba sarà processato, giudicato colpevole e condannato a 15 anni.

Se credete che Ratzinger abbia il monopolio della protezione dei pedofili, vi sbagliate. Anche il suo defunto predecessore Karol Wojtyla si distingueva in questa onorevole specialità. Ecco qui la storia, almeno quella conosciuta, della sua strenua battaglia in favore dei pedofili.
Siamo nel novembre del 2004 e papa Wojtyla benedice il prete messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, posandogli paternamente la mano sulla testa. Un quadretto edificante: due anziani prelati ormai al tramonto della vita, uniti nella fede in Cristo e promessi a un roseo futuro in paradiso. Soltanto un piccolo particolare stona in questo commovente teatrino ecumenico: Marcial Maciel è uno dei più grandi pedofili mai esistiti sulla faccia della terra. Il fondatore dei Legionari di Cristo è un criminale incallito, visto che ben 83 seminaristi lo hanno denunciato per violenze. Ovviamente la cifra totale delle vittime va come minimo triplicata, visto che nei casi di pedofilia nella chiesa le violenze denunciate sono solamente la punta dell’iceberg. Per convincerli ad alzare la sottanina, Marcial raccontava loro che non facevano peccato perché Pio XII gli aveva dato un permesso speciale. Così le sottanine si alzavano, Marcial agiva e i testimoni tenevano acqua in bocca, perché i Legionari di Cristo, la congregazione fondata dallo stesso Marciel nel 1941, sono una grossa industria con 650 preti, 2500 studenti di teologia, 30.000 membri laici attivi in tutto il mondo, decine di scuole due delle quali a Roma, 60 milioni di dollari di budget annuale e nessuno vuole rinunciare a tanto ben di Dio. Wojtyla sapeva tutto, perché a partire dal 1956 il prete veniva accusato di iniziazione dei giovani alla droga e atti pedofili. Sapeva tutto, eppure nutriva per questo sodomizzatore di marmocchi un’ammirazione sconfinata. Nell’aprile del 2005 il futuro papa Ratzinger spediva in Messico il padre Charles Scicluna, membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, a indagare sulle prodezze del prelato messicano. Il moribondo Wojtyla non ha digerito questa inchiesta ed è riuscito a trovare il fiato per lodare “l’affetto paterno e l'esperienza del diletto amico Maciel". Che si riferisse alla sua capacità d'iniziare i giovani seminaristi ai misteri del sesso?
Che avesse un debole per i pedofili, Wojtyla lo aveva già dimostrato nel 1996, quando aveva protetto in ogni modo possibile il vescovo Groer, accusato di pedofilia e responsabile di una mostruosa scissione della chiesa austriaca con la fuga di 500.000 fedeli confluiti nel movimento “la Chiesa Siamo Noi.” Wojtyla si e' opposto con ogni mezzo alla sua rimozione. Ha impedito ogni indagine sulle sue inclinazioni pedofile e lo ha trasferito a Vienna per sostituire il vescovo Koenig, un uomo scomodo perché considerato troppo indipendente. Morto Wojtyla, Ratzinger lo ha “sollevato dalle sue funzioni” chiedendogli di “rinunciare a ogni ministero pubblico” e di vivere “una vita monastica nella preghiera e nella penitenza”. La galera è per i pedofili in calzoni, mentre quelli in sottana se la cavano con 4 avemarie e 1 padrenostro.

È così che tra gloria e fumi d’incenso si arriva ad una beatificazione ritardata il minimo indispensabile per mantenere la decenza di un processo che lo slogan “santo subito” pretendeva di saltare. A Roma un merchandising più o meno kitsch sul “beato Wojtyla” invade Via della Conciliazione. Lo stesso succede a Wadowice, nel sud della Polonia dove il papa nacque 91 anni fa e secondo punto più importante delle celebrazioni. Oltre mezzo milione di pellegrini visitano ogni anno conventi e hotel, chiese e ristoranti e il museo dedicato a Giovanni Paolo II che proprio domani inaugurerà altri mille metri di spazi espositivi. Anche in questo contesto l’immagine di Wojtyla, con un messaggio generico di pace e amore che non fa onore alla complessità e alla statura indiscutibile del personaggio, nasconde la realtà di una chiesa cattolica polacca appiattita ogni giorno di più sul partito di ultradestra, razzista, antisemita, ultranazionalista del defunto Lech Kaczynsky e del suo gemello Jaroslav. L’appiattimento sulla destra reazionaria più volgare, il Pis (Legge e Giustizia) dei gemelli Kaczynsky, come i messaggi antisemiti lanciati ogni giorno da Radio Maria sono la testimonianza della miserabile fine dell’incontro tra il cattolicesimo e il Secolo impostato su ben altri canoni dal Wojtyla di Solidarnosc. Non è un caso che la situazione polacca sia simile a quella dell’altro paese dove il wojtylismo incise più profondamente: l’Italia. Le gerarchie cattoliche non si sono mai distanziate dal governo di Silvio Berlusconi nonostante i continui scandali sessuali e di corruzione, l’alleanza con la Lega Nord e l’assoluta mancanza di carità verso i migranti. Il primo ministro continua a comprare il loro silenzio concedendo enormi vantaggi economici in termini di finanziamenti alla scuola privata o esenzioni fiscali e impedendo qualunque dibattito su temi etici come la fecondazione assistita, i matrimoni omosessuali, le cure palliative. Ciò anche se vari scienziati, tra i quali l’anestesista Lina Pavanelli, abbiano studiato come lo stesso Wojtyla abbia deliberatamente interrotto le sue cure, accelerando la morte, cosa che la chiesa considera peccato mortale per i comuni fedeli. È il Wojtyla conservatore, sempre irriducibilmente contro qualunque tipo di contraccezione e contro l’uso del preservativo nella lotta all’AIDS. È il Wojtyla che hanno preferito non ricordare domenica a Roma.

Trettioariga Kriget - Elden Av Ar (2004)

Apriamo una parentesi sul prog svedese: il prog in Svezia ha attecchito fin dalla fine degli anni '60, producendo numerose valide band e fior fior di musicisti. Il gruppo piu' importante sono stati i Kaipa di Roine Stolt, oggigiorno affermato musicista attualmente in forza agli americani Transatlantic, ma moltissime altre band si sono succedute negli anni e ancora oggi molta valida musica proviene dal paese scandinavo, basti citare i Flower Kings (fondati dallo stesso Stolt), gli Anekdoten, gli Isildurs Bane, i Landberk, gli Anglagard o la stessa Diablo Swing Orchestra. Il genere solitamente preferito e' un rock sinfonico alla Genesis, arricchito di elementi folk scandinavi, mentre altri preferiscono soluzioni piu' pesanti vicino a certo metal caro ai Tool. Inutile dire che preferisco la prima categoria. I Trettioariga Kriget presentano numerosi caratteri sinfonici ma non sono limitati a questi, il loro stile e' un hard prog con ottimi arrangiamenti tastieristici e una chitarra principale protagonista che ricorda molto lo stile di Robert Fripp. La loro carriera e' divisa in due parti ben distinte: durante gli anni '70 vengono pubblicati 5 album recanti uno stile molto vicino al pop con scarni elementi progressive, quasi un AOR d'annata, ben riassunti nella raccolta Om Kriget Kommer 1974-1981 della quale consiglio l'ascolto, dopodiche' la band si ritirera' dalla scene vista anche la supremazia di altri generi musicali durante gli anni '80, ma tornera' nel 1992 producendo altri 5 album leggermente diversi nello stile. Stavolta il suono e' piu' tipicamente prog, i brani si dilatano ed arricchiscono, senza pero' perdere la forma canzone e la semplicita' che caratterizza questa band. Infatti il motivo principale per cui adoro i Trettioariga ed in particolare questo album e' l'immediatezza, l'assoluta assenza di soluzioni complesse, ridondanti o contorte, che rende ogni canzone facilmente assimilabile, anche se sempre di prog si tratta. La chitarra non cerca mai esecuzioni infinite con mille note sparate in pochi secondi, ma si mantiene piu' easy listening possibile, cercando piuttosto di colpire il cuore dell'ascoltatore con trame calde ed emozionanti. Questa seconda parte di carriera e' secondo me piu' interessante e l'abum che vado a recensire e' a parer mio il migliore della loro discografia, in attesa di ascoltare l'ultimo pubblicato proprio in questi giorni. Il gruppo e' composto da Stefan Fredin al basso e alla voce, Dag Lundquist alla batteria e voce, Christer Akerberg e' il chitarrista, Robert Zima il cantante, Mats Lindberg si occupa di organo, piano e mellotron. L'album comincia con Ljuset, la traccia piu' lunga con i suoi 9 minuti e una delle intro piu' lunghe che la musica ricordi, ma e' una fantastica intro. La chitarra comincia a spennellare il motivo principale che si fa sempre piu' corposo ed insistente, ed e' semplicemente magnifico. Dopo tre minuti di divagazioni per chitarra la canzone e' finalmente sui suoi binari e Robert comincia a cantare. La semplice struttura strofa-ritornello rende questa bellissima canzone immediatamente digeribile, pur nella sua ricercatezza sonora. Si va avanti cosi' sino alla fine, con la chitarra che continua a giocare sul motivo principale e la voce che si ritaglia la sua parte. Night Flight comincia con celestiali arpeggi di chitarra e la voce di Robert che intona subito un motivo dolce ed orecchiabile, finche' Christen non lascia partire un giro di chitarra che reggera' da solo tutta la canzone, la quale si sviluppa in pratica su di esso. Giro di chitarra che puo' sembrare gia' sentito e scontato, ma dopo pochi ascolti si pianta in testa e non ne esce piu'. Un giro di chitarra incredibilmente semplice ma per questo estremamente ficcante. Lang Historia parte subito con un riffone di chitarra hard e catchy, che fungera' ancora una volta da colonna portante per tutta la durata del brano. Brano che in seguito lascia spazio alla voce accompagnata bene dagli altri strumenti, che disegna una bella melodia a meta' fra prog e hard. La canzone sterza ancora una volta per tornare sui suoi passi e riproporre il riff iniziale e concludere cosi' la traccia. La title-track vede la solita chitarra ad aprire il pezzo con un'ottima escursione, prima di essere incalzata dalla voce. Tutta la canzone e' giocata sull'alternanza fra momenti chitarristici ed altri piu' prettamente vocali. Mote prova qualcosa di diverso, con una intro di chitarra acustica a meta' fra sudamerica e medio oriente. In seguito il pezzo si sviluppa su un bellissimo giro di chitarra elettrica, che non smette di far la parte del leone in questo album. L'elettrica e l'acustica continuano a duettare fino alla fine, a costruire una canzone coinvolgente e romantica. Molnbudet e' un breve intermezzo di due minuti, si tratta di una ballata per acustica e voce, dolce e malinconica, come ogni ballad che si rispetti. Si passa cosi' a Night Flight-77: echi pinkfloydiani aprono il brano, chitarra e basso si fanno eterei e siderali, in seguito la traccia comincia a prendere corpo, facendosi solenne e drammatica. L'ultima parte torna a lambire lidi spaziali per un gran finale. L'ultima, Gnistor, e' una lunga composizione (8 minuti), che affida l'apertura all'acustica e alla voce, le quali tessono una trama decadente che via via si fa sempre piu' insistente fino al ritornello orecchiabilissimo. Tutta la canzone e' giocata sulla riproposizione del ritornello e strazianti assoli di una decadentissima chitarra. Uno stupendo disco guitar-oriented, detto da uno che predilige piuttosto le tastiere, abbiamo a che fare con uno dei capolavori del genere. Peccato per la lingua svedese che rende praticamente incomprensibile ogni loro canzone (non hanno mai cantato in inglese) ma allo stesso tempo dona quel tocco di esotismo. Straconsigliato.

giovedì 28 aprile 2011

Paralleli Americani

Anche se il caso Berlusconi è per certi aspetti unico (il massiccio conflitto di interessi; un primo ministro che – solo in questi mesi – subisce non uno, ma ben tre procedimenti giudiziari; per non parlare degli aspetti comico-grotteschi del personaggio), a un livello più profondo possiamo trovare somiglianze tra la destra italiana e quella americana. Provo ad elencarle.

1.) Tutte e due hanno degli importanti mezzi di comunicazione messi quasi completamente a servizio di un partito politico. Nel caso degli Stati Uniti sono Fox News e più in generale l’impero dei media di Rupert Murdoch. Un sostegno che arriva fino alla confusione dei ruoli, così descritta dal noto commentatore conservatore David Frum: “Per molto abbiamo pensato che la Fox lavorava per noi, ora scopriamo che noi repubblicani lavoriamo per la Fox”.

2.)Nel passato il giornalismo televisivo negli Stati Uniti aveva un forte senso di deontologia professionale. Prima di sostenere un argomento bisognava avere un certo supporto fattuale. C’erano squadre di ricercatori per controllare dati di fatto, avvocati che setacciavano i programmi più importanti, e un certo senso di orgoglio professionale tra i giornalisti nell’essere preparati. Le televisioni americane, ovviamente non prive di ideologia o di loro punti di vista, erano centriste e tendenzialmente filo-governative, ma non inventavano le notizie. Ora con l’avvento dei canali di notizie 24 ore su 24 è subentrato un giornalismo televisivo del tutto diverso, in cui non c’è più uno staff di giornalisti dietro la faccia sullo schermo, ma un conduttore che parla a ruota libera, improvvisando e spesso inventando i suoi fatti strada facendo. Se il vecchio giornalismo televisivo delle tre grandi reti televisive era basato sulla credibilità, quello nuovo è caratterizzato dalla provocazione ed è basato su una strategia volta a mantenere l’attenzione dello spettatore a tutti i costi pur di non fargli cambiare canale. Glenn Beck, il più popolare dei conduttori di Fox, sostiene ripetutamente che il presidente Obama vuole distruggere il capitalismo e la società americana, che il governo è occupato da cellule di terroristi camuffati, mentre Rush Limbaugh, il più popolare personaggio della radio americana, sostiene che l’unico modo per mantenere il liberalismo è con il fucile. Tutto ciò senza mai offrire una prova concreta, ma spesso spiegato con diagrammi scritti alla lavagna per creare l’apparenza di ricerca e serietà.

3.)Fino a 15-20 anni fa, il partito Repubblicano era pieno di persone serie. Si poteva essere in profondo disaccordo con le loro posizioni, ma erano comunque posizioni razionali basate su fatti empirici. Si poteva sostenere con qualche ragione che certi programmi sociali degli anni sessanta non avevano realizzato le loro promesse, si poteva sostenere che il livello di tassazione poteva deprimere investimenti o innovazione, che bisognava avere un atteggiamento più fermo nei confronti dell’Unione Sovietica – tutti punti discutibili ma razionali, e quindi si poteva avere un dibattito vero su fatti importanti. Quello che è avvenuto negli ultimi 15 anni è l’ascesa di una destra che fa appelli puramente emotivi e irrazionali. Come si può intraprendere un dibattito con persone che sostengono che il Presidente Obama è un musulmano che simpatizza con Al Qaeda o che la riforma sanitaria del Presidente completamente basata sulle assicurazioni private è il trionfo del socialismo? Solo l’altro giorno il senatore repubblicano Jon Kyl dell’Arizona ha giustificato il tentativo di eliminare tutti i fondi per Planned Parenthood, una ong che offre servizi sociali prevalentemente a donne povere, dicendo al Senato che ben oltre il 90% di quello che fa Planned Parenthood è eseguire aborti. La realtà è radicalmente diversa: solo il 3% delle attività di Planned Parenthood consiste nell’eseguire aborti, mentre la stragrande maggioranza dei suoi servizi riguarda contraccezione, prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili, controlli volti alla prevenzione del cancro e altri servizi sanitari per le donne. E nessuno dei 363 milioni di dollari che il governo federale ha dato a Planned Parenthood va all’esecuzione di aborti, poiché una legge precedente lo impedisce. Colto in un errore così clamoroso, l’ufficio del Senatore Kyl ha sostenuto che il discorso non era inteso come discorso fattuale. Quindi le statitische non sono fatti?

4.) Una delle cose che l’Italia e gli Stati Uniti hanno in comune è la quasi completa “deregulation” della televisione. L’Italia vive nel Far West berlusconiano dove le uniche regole si applicano (molto selettivamente) al servizio pubblico e mai all’impero Mediaset. Gli Stati Uniti hanno abbandonato tutte le regole che hanno governato la televisione nei suoi primi trent’anni: la cosidetta Fairness Doctrine, il diritto alla replica, l’obbligo di mettere programmi per il bene pubblico. Garanzie eliminate negli anni ’80 con la “deregulation” reaganiana e la proliferazione di canali e la rivoluzione della televisione via cavo. In un mondo di 100 canali, non c’era bisogno – si pensava – di garantire il pluralismo informatico o mantenere equilibrio nel dare informazione.

5.)Così siamo finiti in un discutibile mondo post moderno (sia nei media che nella politica) dove i fatti non esistono e qualsiasi cosa inventata vale per distruggere l’avversario. Non è una mia opinione personale, ormai sono i ricercatori ha spiegare che fortissime percentuali di americani credono cose che sono facilmente dimostrabili come false. Solo alcuni esempi: che gli Stati Uniti hanno trovato armi di distruzioni di massa in Iraq, che l’invasione americana aveva l’appoggio della maggioranza dei paesi nel mondo, che Obama non è nato negli Stati Uniti e quindi occupa illegalmente il ruolo di Presidente, e così via. Lo studioso Farhad Manjoo ne parla nel suo libro “True Enough: learning to live in a post-fact society” (“Abbastanza vero, imparando a vivere in una società post-fattuale”). In un mondo digitale con un’infinita’ di fonti vere o false che siano ognuno cerca e riceve le notizie che vuole. Afferma Manjoo: “Negli ultimi anni sondaggisti e ricercatori hanno documentato uno spostamento fondamentale nel modo in cui gli americani considerano le notizie: non solo sosteniamo opinioni differenti, abbiamo fatti differenti. La crescente polarizzazione politica ha cominciato a distorcere le nostre percezioni di quello che è vero e quello che non lo è”.
Negli Stati Uniti è ormai quasi impossibile per una persona di destra e una persona di sinistra trovare terreno comune sufficiente per un dibattito civile. Esattamente come avviene in Italia, dove uno è convinto che Berlusconi è colpevole di tutto oppure che tutti i processi nei suoi confronti siano puramente frutto di un complotto delle toghe rosse. E quindi diventa quasi impossibile fare un’analisi seria, pesando il valore delle prove e analizzando fatti riconosciuti. Questa polarizzazione di intere fette della nostra società che vivono in universi informatici totalmente diversi rischia di risolversi in tragedia: spinge le tensioni sociali verso la violenza verbale, e a volte fisica, e mette in crisi le istituzioni che tradizionalmente servono come arbitri nelle contese sociali: tribunali, studi scientifici, e giornali autorevoli.


Alexander Stille, In un altro paese, laRepubblica.it, 27/04/2011

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