martedì 6 settembre 2011

Il capitalismo e' il padre della crisi

Opporsi con ogni mezzo. Io ci sto. - di Nichi Vendola via email
Sta accadendo qualcosa di irreparabile, un finimondo che spazza via esistenze, culture, diritti, classi sociali. Cambia la storia e la geografia. Eppure fatichiamo a trovare le parole adeguate per dirlo, per spiegarlo, per contrastarne l'apparente oggettività, per denunciarne le cause. Siamo invischiati in una trama ideologica che non riusciamo a spezzare. Cos'è la crisi? La crisi è la crisi, così come una rosa è una rosa. Come una crepa nell'ordine naturale delle cose: che poi quell'ordine non sia affatto naturale, che si chiami liberismo e che abbia egemonizzato per circa un trentennio tutto il nostro West, questo nessuno (o quasi) lo dice. La crisi è figlia di una "rivoluzione conservatrice" che ha ridotto la democrazia a un sistema di marketing elettorale mentre i poteri reali venivano sempre più delocalizzati e concentrati nei circoli finanziari sovranazionali. La crisi è il liberismo, la cui crisi evolve in crisi del mondo. Le ricette con cui si cerca di affrontarla contengono tutti gli ingredienti che hanno fatto saltare il banco. Invece di mettere in mora il liberismo, si mette in mora il welfare. (Nel mesto balbettio delle forze democratiche, a Washington come a Roma). Invece di dettare regole ai mercati e ai mercanti, si stracciano le regole che danno dignità e forza di contrattazione al lavoro. Invece di investire sul futuro, sulla formazione, sulla ricerca, sull'innovazione, su un nuovo modello di sviluppo, si strozza la cassa delle pubbliche amministrazioni col cappio del "patto di stabilità". Il debito pubblico è il buco da colmare, costi quel che costi, sia pure con la timida premonizione confindustriale che senza crescita e senza nuova occupazione quello sarà un pozzo senza fondo. Il contenimento del debito è il mantra che riunisce le peggiori classi dirigenti che l'Europa abbia mai avuto. Fino al punto di teorizzare la "costituzionalizzazione del pareggio di bilancio": un atto di demenza senile invocato per salvare quell'Europa che, in verità, si sta rompendo come un giocattolo. Pur di educare ai principi e al lessico mercantile (chi di noi vuol essere complice di uno spread?), si decide (chi decide?) di fuoriuscire da un intero assetto di civiltà. Chi ha stressato l'ambiente e il lavoro per trarne il massimo profitto, chi ha trasferito la ricchezza dal mondo della produzione a quello della rendita, chi ha incoraggiato la messa all'incanto dei beni comuni, chi ha impoverito le nostre comunità, ora è servito: potrà continuare a farlo, anzi sarà incoraggiato a intensificare il proprio vitalismo predatorio. Forse è questa la "follia del Capitale" annunciata da Marx. Siccome il lavoro è stato spogliato di tutele e reddito, ora è tempo di dargli un colpo alla nuca: in Italia ci sono sindacalisti molto più attenti ai rutti della borsa che non ai sospiri dei lavoratori. Non è l'universo dei paradossi: è il nostro mondo attuale, in cui la destra devasta e rilancia, la sinistra si rammarica, e il silenzio degli innocenti viene interrotto solo dalle urla degli indignati. Che non sono contro la politica. Sono contro quel "pensiero unico" che omologa la politica al rango di maggiordomo della vera casta (i detentori della ricchezza finanziaria). Insisto: sta per finire un'epoca segnata da una diffusa attesa di benessere e ne comincia una in cui è facile preconizzare un malessere generalizzato: e dunque? Davvero la crisi è figlia del fatto che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità"? Anche a sinistra ci si avvita in quella retorica per la quale, al netto di Tremonti, il "tremontismo" è ineluttabile? E dunque l'operazione è trovare i soldi, quadrare i saldi, e domani è un altro giorno. Ma non è tutta qui la "questione morale"? In questo degrado del pensiero politico, che registra la propria impotenza e la veste di cinismo e malaffare, che anche qui da noi, anche nei salotti radicali, ha considerato impronunciabile la parola "patrimoniale", che ha abolito l'alternativa pur di godere dei benefici di una mediocre alternanza? Si ruba perché "così fan tutti", perché se tutto è sottoposto al primato metafisico del mercato allora vuol dire che anche la politica è una mera funzione mercantile, è valore di scambio, è negoziazione tra frammenti (lobbies, corporazioni, territori). Questa politica debole, pomposamente esperta di sondaggi ma incapace di sondare, si affida alla sapienza opaca delle tecnocrazie, ai pallottolieri ingannevoli dei ragionieri, si eccita per ogni Marchionne che appare sulla scena, ha il complesso della modernità e così ne confeziona una leggera e di facili costumi. La sinistra è stata mangiata dalla "politica debole", cioè dal deficit di alternatività culturale ed etica. Non si tratta di evocare una risibile diversità antropologica, si tratta di riconnettere la politica alla vita vera, ai sogni e alle attese dei vecchi e dei giovani, alla domanda sempre più attuale di giustizia sociale e di libertà individuale. Riconnettere politica e speranza. Qui in Italia la destra sta liquidando le funzioni fondamentali dello Stato e della pubblica amministrazione. Invece dei servizi sociali avremo la carità delle opere pie, basta il 5 per mille. Invece dell'universalismo del diritto alla salute, all'istruzione e alla previdenza, avremo la "sussidiarietà" di un privato che si regolerà guardando il portafoglio delle famiglie. La società in fondo non esiste, come diceva efficacemente la lady di ferro inglese, esistono gli individui: più che cittadini, vanno pesati in qualità di "clienti". Lo Stato residuo è solo Stato etico: quello che definisce la soglia della vita nel suo farsi e nel suo disfarsi, quello che proibisce e punisce le marginalità, quello che detta legge per conto delle gerarchie ecclesiastiche su cosa sia lecito fare nelle questioni relazionali, sessuali, di costume. Ecco il passaggio d'epoca che dobbiamo fronteggiare mettendo in campo una alternativa credibile ai "governi della miseria" e alla "miseria dei governi" che stanno devastando il destino delle generazioni più giovani e stanno producendo un cataclisma sociale che ha la forza devastante (ma anche fondativa) di una guerra. Non credo sia un caso che le sconfitte più serie e più nitide Berlusconi le abbia subite non dentro al Palazzo, ma fuori, attraverso un lunga e variegata sequela di movimenti, di lotte, di socializzazione di saperi critici: che del berlusconismo hanno disvelato l'anima reazionaria e maschilista, decostruito la macchina del consenso, radiografato l'antropologia. Così è nata la rivoluzione delle primarie e dei ballottaggi, così è cresciuto il popolo dei referendum. Lo dico con semplicità: la destra, a questo salto d'epoca, si presenta con il suo programma fondamentale: privatizzare i diritti, la società, la vita, la giustizia. Sradicare dal senso comune qualunque idea di interesse collettivo, chiudere i conti con tutte le luci del Novecento senza fare i conti con tutte le ombre del Novecento. Noi non possiamo che inventare la buona politica che rimette al centro l'inviolabilità delle persone, la ricchezza dei "valori d'uso", la centralità dei beni comuni. Per questo mi ha emozionato la lettera che mi è stata indirizzata dalle colonne de il manifesto (31/8) da Alberto Lucarelli e Ugo Mattei. Accolgo senza indugio l'invito che mi viene rivolto. Noi ricorreremo a qualunque sede di giustizia contro le infamie sociali e le abnormità costituzionali della manovra finanziaria, la terza in pochi mesi che la destra infligge al Paese. Lo faremo anche con l'ausilio della passione scientifica e civile di chi ci mette a disposizione il proprio gratuito patrocinio. Lo faremo perché la bellezza, la memoria, la cultura, la dignità non sono valori negoziabili: e non c'è futuro possibile né vita vera se non costruiremo su queste parole il senso, la forza e la moralità della politica.

L'austerity necessaria, ma al contrario. - di Alberto Burgio via email
Dalla guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo ai lavoratori reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la crisi, semplicemente perché è la crisi. Ma c'è qualcuno, tra i politici, che intenda davvero combatterla? Probabilmente no. Bisogna resistere alla tentazione di risolvere tutto con la comoda spiegazione della follia. Dio acceca chi vuol perdere, si dice. Così si pretende di spiegare quanto sta accadendo in questi giorni, a cominciare dai principali snodi della crisi finanziaria mondiale. Ma ci si inganna. Indubbiamente lo scenario è a dir poco paradossale. La ricchezza reale aumenta di anno in anno a dismisura. Mai come oggi il mondo è stato un «gigantesco ammasso di merci». La produttività dei mezzi di produzione è alle stelle. Mai la tecnologia è stata altrettanto sviluppata. Ma, invece di godere i frutti di questo progresso, il mondo «avanzato» si dibatte nella crisi. Registra il dilagare della disoccupazione e il drammatico impoverimento di masse crescenti. E sperimenta il panico, la rivolta, la depressione economica e psichica. Questo film corre sullo schermo globale da tre anni a questa parte, per limitarci a quest'ultima Grande crisi, esplosa negli Stati Uniti a seguito dell'insolvenza dei titolari di mutui e dei crediti facili al consumo. Ma nemmeno l'esperienza di questi tre anni pare avere aperto gli occhi alle classi dirigenti. Il nuovo picco della crisi è la diretta conseguenza delle risposte «sbagliate» opposte all'esplosione della bolla speculativa nel 2008. Da allora e sino all'anno scorso gli Stati si sono incaricati di sanare con soldi pubblici (cioè nostri) le voragini dei bilanci privati, di banche, assicurazioni, finanziarie e grandi gruppi industriali a rischio di bancarotta per gli azzardi speculativi. Oggi - naturalmente - a rischiare il fallimento sono gli Stati stessi, dissanguati da quel generoso soccorso. Ci si aspetterebbe finalmente una risposta conseguente, visto che sbagliare una volta (si fa per dire) è umano, ma perseverare è diabolico. Invece che si fa? Si ripete l'«errore». Non si pretende dai privati la restituzione dei prestiti, con tanto di interessi, né, tanto meno, la cessione degli enormi profitti accumulati in tre decenni di baldoria neoliberista. Al contrario: per ridurre l'indebitamento degli Stati si tornano a chiedere soldi alla collettività, cioè al lavoro. Sotto forma di tagli alle retribuzioni, alle pensioni, al welfare, ai posti di lavoro e alla spesa pubblica. E a mezzo della mercificazione di beni e servizi vitali e della svendita di quanto resta del patrimonio pubblico. La grande bouffe continua. Anzi, per timore che domani possa saltare in mente a qualcuno di cambiare rotta, nel nome della cosiddetta «stabilità» si progetta di costituzionalizzare il pareggio di bilancio, cioè l'autoimposizione di politiche recessive, assoluta garanzia di crisi croniche. E si immagina (ultima trovata del governo tedesco, principale responsabile della spirale in cui tutta l'Europa - Germania compresa - si sta avvitando) di commissariare i Paesi ad alto debito, al preciso scopo di impedire tassativamente il varo di eventuali politiche espansive. Di fronte a questo scenario la tentazione di parlare di follia è comprensibilmente forte. Ma è necessario resistere, perché le cose non affatto stanno così. Hanno una loro logica e una loro razionalità, non per caso accuratamente occultata dal giornalismo mainstream. Torniamo all'inizio. Il mondo che oggi trema vedendo avvicinarsi a grandi falcate lo spettro di un crack di inedite proporzioni non è diventato improvvisamente povero. La ricchezza reale è immensa e così la capacità di produrre. Vi è una enorme disponibilità di forza-lavoro qualificata e giganteschi bisogni sociali insoddisfatti (abitazioni e servizi alla persona, formazione e conoscenza, cura dell'ambiente e del territorio ecc.). Ma allora che cos'è questa «crisi»? C'è un modo di raccontarla che spieghi questi giorni tumultuosi scartando dagli schemi ideologici utili agli interessi dominanti? C'è. E siccome le idee importanti non si inventano ogni giorno, basteranno due citazioni. Bertolt Brecht, che al Congresso internazionale degli scrittori (Parigi, 1935) fece incazzare tutti chiedendo che, oltre che di difesa della cultura, si parlasse anche dei rapporti di proprietà. E Karl Marx, che centocinquant'anni fa mise in rilievo la funzione cruciale dei rapporti di produzione, struttura giuridica a presidio dei rapporti di forza tra le classi. Ebbene, la cosiddetta crisi non è che un dispositivo economico, politico e mediatico funzionale allo spostamento di ricchezza (di titoli di proprietà) a vantaggio delle oligarchie possidenti. Negli anni Settanta e Ottanta questo spostamento è avvenuto soprattutto colpendo il lavoro direttamente nel conflitto sociale. Dagli anni Novanta ha luogo principalmente attraverso lo strumento monetario e la speculazione finanziaria. Il che non significa che la deflazione salariale e l'attacco ai diritti del lavoro non restino il punto di caduta dell'operazione, come non toglie che da quarant'anni a questa parte la guerra è stabilmente parte integrante di questa grande operazione di ingegneria sociale. Che questo gigantesco spostamento di ricchezza comporti anche dure contrapposizioni in seno alle oligarchie e aspri conflitti tra le borghesie nazionali (con buona pace di chi teorizza l'irrilevanza della dimensione statuale nell'era della globalizzazione) è del tutto ovvio e normale. E lo è anche quanto ne consegue: la concreta possibilità che i conflitti economici, politici e sociali tracimino in nuovi conflitti bellici. Fare previsioni su questo terreno è difficile, ma è bene sapere che non è possibile escludere nulla. Letteralmente nulla. Questa e soltanto questa è la sostanza, che però va accuratamente celata. Di qui la grande narrazione del «debito». Tutti (anche noi) ne parliamo, come se fosse ovvio e indiscutibile che qualcuno (lo Stato per conto della società) ha ottenuto un «prestito» da qualcun altro (il «creditore»). Ma se un governo decidesse di finanziare la spesa pubblica con i profitti delle imprese private, con le rendite speculative e con gli introiti di un fisco equo ed efficiente, il debito dove andrebbe a finire? Scomparirebbe. Il che dimostra che «debito» è soltanto il nome di una politica economica finalizzata all'incremento dei redditi da capitale. Ora, siccome questa operazione funziona alla grande, procurando enormi benefici alle oligarchie dominanti, parlare di follia è insulso e impedisce di capire cosa sta succedendo. Esattamente come non serve a nulla - anzi è sbagliato e fuorviante - favoleggiare di una presunta impotenza della politica a fronte delle sentenze dei «mercati» e delle agenzie di rating. Se a Bretton Woods si imposero regole che oggi non esistono più è perché chi ha il potere di decidere (a cominciare dai governi e dai parlamenti) non vuole né regole né vincoli, o meglio, vuole solo quelle regole e quei vincoli (a cominciare dal Patto di Stabilità e dagli accordi in sede di Wto) che rafforzano il processo in atto. Così stando le cose, se ne può trarre un'unica conclusione. Ci sarebbe un solo modo per contrastare la dinamica della crisi: prendere il toro per le corna e imporre misure draconiane, sì, ma di segno specularmente opposto: misure redistributive in senso proprio. Da una cosiddetta crisi finanziaria che altro non è se non l'ennesimo capitolo della guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo al lavoro (al proletariato e alle classi medie in via di proletarizzazione) reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la «crisi», semplicemente perché è la crisi. Ma c'è qualcuno - tra i politici - che intenda davvero combatterla? Non si direbbe. Ha ragione Giorgio Ruffolo: la sinistra non esiste più. Si è suicidata una trentina di anni fa in Italia come in Europa, come in tutto l'occidente capitalistico. Ma anche qui: non per follia, sia pure lucida, bensì per un accorto calcolo. Perché diciamoci la verità: partecipare alla grande bouffe, sia pure come «oppositori», non è affatto spiacevole. Anzi, è alquanto gratificante.

mercoledì 10 agosto 2011

Soluzione Soylent

Attenzione, spoiler: il Soylent Green è fatto con la gente. Non insieme alla gente, è fatto di gente, cioè di carne umana, di cadaveri.
Il romanzo di SF ''Make Room! Make Room!'' di Harry Harrison è del 1966, il ben più noto film ''Soylent Green'' che ne è stato liberamente tratto è del 1973. Entrambi condividono la premessa - un pianeta terra al collasso ecologico, sovrappopolato di masse affamate - la clamorosa rivelazione finale però appartiene solo al film. Di grande impatto drammatico e allegorico, l'idea del cannibalismo forzato di massa non ha però nessuna reale possibilità di funzionare come soluzione alla carestia e alla fame. E' una questione di cifre. Occorrendo a due persone nove mesi per fare un bambino, e molto meno per mangiarlo (anche masticando bene) il rapporto numerico fra nuovi nati e divorati diventerebbe sempre più sbilanciato verso questi ultimi, e la specie umana arriverebbe all'estinzione, inghiottendosi letteralmente da sola come il serpente Ouroboros.
Eppure, il cannibalismo ci viene proposto come soluzione alla crisi economica globale. Ci viene prescritto - anzi, ordinato - di sbranarci a vicenda per sopravvivere, a cominciare dai soggetti più deboli, socialmente e fisicamente, i tagli di carne preferiti dai macellai addetti all'affettatrice fiscale. Sia in Europa che negli USA, al cannibalismo sociale sono ispirate tutte le manovre finanziarie, tutte le analisi degli economisti, tutti gli appelli padronali e presidenziali alla ''responsabilità''. A chi sbrana si offrono cariche pubbliche, di chi finisce sbranato si dice che avrebbe dovuto correre più forte.
Questa è l'autentica natura del capitalismo, e le sue inevitabili e ormai evidenti conseguenze sono il collasso ecologico, la disintegrazione sociale, e in definitiva l'autodistruzione della specie mediante autofagia.
Il capitalismo viene spesso assimilato alla cosiddetta ''legge della jungla'': niente di più sbagliato. I predatori carnivori del regno animale non si nutrono di individui della loro stessa specie. Possono battersi per il territorio e la guida del branco, ma anche in questo caso molto raramente si uccidono, perché il loro scopo non è mai nutrirsi dei loro simili. Il capitalismo invece ne ha fatto una scienza, una filosofia, un pensiero unico da imporre su tutto il pianeta con ogni mezzo. Una religione che è oggi più pericolosa da ''bestemmiare'' di quanto non lo fosse il cattolicesimo nel medioevo, e alla quale, come allora, anche l'imperatore deve inchinarsi fino a terra, come dimostra l'avvilente parabola di Barack Obama.
Basato sulla strumentale assunzione erronea delle leggi del mercato come leggi di Natura, il cannibalismo sociale che la patristica capitalista ci spaccia come strategia evolutiva, anzi, come unica strategia evolutiva possibile per la specie umana, è in realtà una delle spinte più autodistruttive che abbiano mai guidato la Storia.
L'attuale crisi planetaria non è una patologia del capitalismo, ne è la logica conseguenza, perché è il capitalismo stesso a essere una patologia, del genere autoimmune, che porta l'organismo ad attaccare e divorare se stesso, attraverso anticorpi cannibali, fino alla morte.
Dobbiamo fermarli.



Soluzione Soylent

lunedì 25 luglio 2011

Il fan di vasco rossi

Quindi, vasco si e' finalmente ritirato dalle scene e bisogna festeggiare. Dopodiche', bisogna recuperare tutto il materiale che lo prende per i fondelli e ripostarlo. Potrebbe essere una buona idea voglio dire. Un mio amico aveva un blog su una piattaforma che non esistera' piu' con molti post interessantissimi purtroppo ormai persi. Ma alcuni si sono miracolosamente salvati. Non me ne voglia il mio caro amico se incollo uno dei suoi migliori articoli:

Cos'è quella cosa - eccetto la figa - che riesce a mettere d'accordo, indistintamente, fascisti e comunisti, metallari e discotecari, proletari e borghesi, nonché - più in generale - individui dal retroterra sociale e culturale diametralmente opposto? Ma la musica di vasco rossi, naturalmente! La musica del blasco nazionale è come un agente patogeno contro cui non esistono anticorpi né rimedi efficaci: come i virus, ha la perniciosa tendenza a contagiare chiunque, indifferentemente dalla formazione personale o dalla classe sociale di appartenenza; come i virus, nel momento in cui riesce ad attecchire in una comunità, comincia a diffondersi con incontrollabile veemenza lasciando dietro di sé un esiguo numero di superstiti. I risvolti inquietanti di questa fenomenologia si riscontrano nel seguace medio di vasco rossi. Se gli emo - vuoi per la sobria frangetta rosa shocking, vuoi per i vistosi tagli sui polsi – sei in grado di riconoscerli immediatamente ed emarginarli di conseguenza, il fan medio di vasco rossi si annida nei luoghi e nei giri più insospettabili. Dopo la lettura di questo articolo guardati attentamente intorno, perchè il fan medio di vasco rossi potrebbe essersi infiltrato persino nella TUA cerchia di amicizie. Sì, proprio LA TUA!! In effetti l'unica cosa che accomuna gli ascoltatori di vasco rossi, solitamente, è proprio l'amore incondizionato per il cercopiteco in questione, il che rende piuttosto arduo tracciare un esauriente profilo socio/antropologico dell'appassionato medio. Recenti ricerche condotte nella prestigiosa Miskatonic University di Lambagion, in Corea del Sudan, hanno tuttavia individuato una serie di caratteristiche distintive che permettono di qualificare il fan medio del blasco come tale: 

-Il fan medio di vasco rossi considera ogni offesa al proprio idolo come un'onta personale, ed è disposto a sacrificare la propria vita pur di lavare nel sangue lo sgarro subito. 

-Il fan medio di vasco rossi - come il più molesto dei testimoni di geova - sente l'esigenza mistica di evangelizzare il mondo intero con la musica del suo beniamino. Penetrerà nella vostra vita con l'inganno, si guadagnerà la vostra fiducia, e quando meno ve l'aspettate, a bruciapelo, vi schiafferà in mano l'intera discografia del blasco, comprensiva di demo del 1965 registrati nello scantinato di una chiesa sconsacrata con un microfono della seconda guerra mondiale. E a quel punto sarà troppo tardi per tirarvi indietro… 

-Il fan medio di vasco rossi è persuaso che gli abomini sgrammaticati del suo mito (definiti dalla collettività "testi") siano delle perle inestimabili di poesia lirica, al pari dei sonetti di Leopardi o dei canti di Baudelaire. Vano e disperato ogni tentativo di convincerlo del contrario: il fan medio di vasco rossi è talmente accecato dalla sua infatuazione che appare del tutto incapace di cogliere l'infimo spessore intellettivo di certe banalità – pari ad un rutto acido di Peppone. E tutto questo, purtroppo, indipendentemente dal suo livello culturale. 

-Il fan medio di vasco rossi deve sempre rimarcare il fatto che al proprio vate è stata conferita - non ricordo da quale università - una laurea ad honorem in scienze della comunicazione. Questa gente ignora, evidentemente, la sottile linea di demarcazione tra abilità comunicativa e becero qualunquismo. E comunque i premi accademici, si sa, da soli non attestano proprio un bel niente: esistono un'infinità di dittatori e ufficiali militari che sono stati insigniti del nobel per la pace… 

-Il fan medio di vasco rossi - in una delle sue innumerevoli sfaccettature - è anche l'incredibile tamarro che talvolta si piazza sotto il mio palazzo col suo bolide ipermodificato dall'impianto stereo "che rulla di brutto", trascorrendo tutto il pomeriggio lì a sbrodolarsi birra addosso e cantare a squarciagola i maggiori successi del suo eroe. Il fan di vasco rossi, insomma, è una delle più temibili piaghe che affliggono l'umanità, e presto, con l'esercito sterminato dei suoi compari, conquisterà l'italia e sostituirà all'inno nazionale "bollicine". (Conosco almeno tre persone che dopo aver letto questo articolo si muniranno di spranga e mi si apposteranno sotto casa).

 

Grazie Luther.

domenica 24 luglio 2011

London Underground - London Underground (2000)

Quando si ascolta questo album per la prima volta si tende a collocarlo probabilmente in Inghilterra verso la fine degli anni '60. Niente di piu' errato. I London Underground, nella prima formazione datata 2000, sono un trio tutto italiano composto dal drummer e vocalist Daniele Caputo, conosciuto agli addetti per aver suonato con gli Standarte, Marco Poggiesi con basso e banjo, ed il tastierista Gianluca Gerlini che suona un sacco di strumenti vintage come moog, mellotron, clavinet, oltre a piano, organo e synth naturalmente. Gia' questo e' un motivo sufficiente per ascoltarli. Se poi aggiungiamo che il loro stile e' un prog influenzato dalla tradizione italiana, ma basato molto sul classico brit-pop anni '60, Beatles e Kinks in primis, allora non vedo un solo valido motivo per non dare a questa band una chance. Quattro diversi session men si occupano delle parti di chitarra, a dire il vero non molto presente in questo disco. I testi, in un perfetto inglese, sono spesso goliardici, quando non non-sense, e trattano varie tematiche senza mai prendersi troppo sul serio, soprattutto per quanto riguarda l'amore. La musica e' un piacevolissimo connubio fra sonorita' tardo sessantine, psichedeliche e poppeggianti al punto giusto, e prog rock italiano ma non troppo, che aggiunge ancora pop ma anche atmosfere calde ed avvolgenti. Il tastierista e' molto bravo e sempre a suo agio, basso e batteria formano una coppia affiatata ed affidabile, mai sopra le righe ma neanche troppo in disparte. La voce e' profonda e cangiante a seconda dell'umore del brano, esattamente come un bravo cantante dovrebbe fare. Il disco si apre con Kultual Opus #1: si tratta di 20 secondi di rumori, completamente inutile. Con Magda K. si entra subito nel vivo con uno dei pezzi migliori del disco, trascinato dalle tastiere e dal basso, con un ottimo inserto vocale. Atmosfere malsane e disturbanti, quasi noise, con la tastiera che viaggia libera lambendo terreni psichedelici e il cantante che si chiede dove sia la sua mente, finendo con il rispondersi che e' dove esattamente dovrebbere essere: su un piatto congelato. Il finale e' puramente rumoristico. Worst is Yet to Come e' la traccia piu' bella del lotto, molto probabilmente: orecchiabile, quasi pop, ancora trascinata dalle tastiere ma lasciando piu' spazio alla voce stavolta, con basso e batteria sempre in ottima forma. Testi che stavolta parlano di rapporti interfamiliari, asserendo che i membri della tua famiglia sono le persone delle quali dovresti diffidare di piu'. Il finale si rivela essere la parte migliore del pezzo, con una lunga coda conclusiva dominata dalle tastiere. Squadron Leader e' un pezzo piu' breve e canonico, molto rockeggiante, con ottime pulsazioni di basso, si ode finalmente una chitarra che duetta eccellentemente con le tastiere, anche se queste tendono sempre a prevalere. Canzone semplice nella struttura ma con contenuti interessantissimi, purtroppo non riesco a capire bene il testo. Everywhere I Go e' un brano basato inizialmente su chitarra acustica e basso, con anche una tuba, e la voce che ci parla d'amore. Dopo un minuto e mezzo circa cambia completamente tingendosi di psichedelia indiana, qualcosa gia' sentito fare dalla Mahavishnu Orchestra per intenderci, con il sitar in evidenza, organo, basso, batteria e voce in un trionfo di colori. La coda finale e' sempre qualcosa di completamente inaspettato. Mass Baptizer ??? e' un pezzo molto rock, con la sezione ritmica ben udibile come piace a me, tastiere e voce a duettare con rimarchevoli risultati. Traccia non lunghissima, poco piu' di 4 minuti, ma in grado di cambiare timbro piu' di una volta risultando cosi' il pezzo piu' accostabile al prog classicamente definito. Was She Worth my Time e' la traccia piu' lunga dell'album (7 minuti e mezzo) e purtroppo quella meno riuscita, o forse quella che meno mi piace, perche' difetti oggettivi non ne ha, ma risulta una ballad lenta e malinconica, romantica e decadente, a mio parere eccessivamente. E la lunghezza del brano di certo non aiuta. Le liriche salvano il salvabile, parlando con toni ironici e sarcastici del rapporto amoroso del cantante. Love is a Beautiful Thing e' una breve traccia, veloce e rockeggiante, trascinata dalla voce e dalle tastiere, che parla d'amore come si puo' facilmente intuire. Se e' un tributo ai Beatles e' perfettamente riuscito. Watcha Gonna Do e' un pezzo speculare al precedente: rapido, breve e carico di groove, prodotto dalla solita premiata ditta tastiere + basso. Stavolta il cantante si lamenta del posto in cui vive, piuttosto noioso a suo dire. Band che merita senz'altro un ascolto per le buone idee che propone, uno stile piuttosto unico, siparietti divertenti, psichedelia trascinante e vibrazioni pop radiofoniche. Hanno registrato altri due album, uno molto carino che eventualmente recensiro' e uno uscito l'anno scorso che devo ancora ascoltare.