venerdì 6 aprile 2012
I Treni all'Alba - 2011 A.D. (2011)
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mercoledì 28 marzo 2012
L'errore del bruco
C'è qualcosa che zoppica molto, nel giudizio che il Premier dà
dell'Italia, della sua preparazione ad accettare le volontà del governo.
Sostiene Mario Monti che "se il Paese non è pronto" lui se ne va, non
sta aggrappato alla poltrona come i vecchi politici. Ma lo vede, il
Paese? E sullo sfondo vede davvero l'Europa, come promette, o percepisce
solo l'austerità sollecitata in agosto dall'Unione?
In realtà
l'Italia sarebbe più che pronta, se solo le si dicesse la direzione in
cui si va, l'Europa diversa che si vuol costruire, la democrazia da
rifondare a casa ma anche fuori: lì dove si sta decidendo, ben poco
democraticamente, la mutazione delle nostre economie, delle nostre
tutele sociali, del lavoro.
È qui che manca prontezza: nei
governi, non nei Paesi. Che manca il riformismo autentico: quello che
non cambia le cose con rivoluzioni, ma le cambia pur sempre. La modifica
dell'articolo 18 e altre misure d'austerità hanno senso se inserite in
una mutazione al tempo stesso economica, democratica, geopolitica. Se
non son parte di un New Deal nazionale ed europeo, secernono solo
recessione, regressione, e quei chicchi di furore che secondo Steinbeck
marchiarono la Depressione negli anni '30.
Al Premier vorrei
domandare: è per un New Deal che sta a Palazzo Chigi, o per certificare
che la crisi economico-democratica è gestibile da platoniche,
oligarchiche Repubbliche di esperti-filosofi che la sanno più lunga? Una
risposta a simili interrogativi ci preparerebbe un po'. Non basta dire: noi abbiamo filosofie sui giovani e il futuro che nessuno possiede.
Urge
quel che chiedono da tempo i federalisti; quel che il 10 marzo hanno
invocato tanti cittadini e movimenti europei, in un appello (firmato
anche da Jacques Delors) uscito in Italia e Germania: un'Europa
politica, un'assemblea costituente che ne faciliti la metamorfosi.
Incuriosisce che l'assemblea costituente attragga anche oppositori di
sinistra (ne ha parlato Sabina Guzzanti, in Uno Due Tre Stella).
È segno che ovunque c'è oggi sete di un'agorà europea: di uno spazio di
discussione-deliberazione su quel che deve divenire l'Unione, se non
vuol degenerare in matrigna sorvegliante dei conti. È una sete ignota ai
partiti, al governo, ai sindacati. La Cgil ad esempio non ha firmato
l'appello federalista, ritenendolo troppo favorevole al Patto fiscale.
Non vede che anche il fiscal compact è doppio: ha senso se è il gradino
di una scala, è stasi in assenza di scala.
Nella stessa trappola
può cadere Bersani, se condivide queste cecità. Senza un'Europa politica
e democratica, che non si limiti a coordinare recessioni nazionali ma
fabbrichi essa stessa crescita, il Pd è in un imbuto micidiale: come
sabbia scivolosa, le sue forze si esauriranno. Per un partito vicino ai
deboli e ai poveri, questi sono tempi bui. Gli mancano le parole, per
dire quel che tocca comunque vivere, con o senza articolo 18: il taglio
dei redditi, l'insicurezza del lavoro.
Per decenni i progressisti
hanno parlato di riformismo senza approfondirlo, e ora la parola tocca
ripensarla, non farla coincidere solo con austerità, ineguaglianza.
"Nessun nemico a sinistra", era l'antico motto. Oggi a sinistra
s'affollano partiti, movimenti, e puoi denunciare l'antipolitica ma gli
elettori non se ne curano, delusi come sono. Tuttavia, proprio la
trasmissione di Sabina Guzzanti conferma che c'è, tra i delusi, un
residuo di speranza, una sete che si può dissetare, se si vuole. Una
domanda che implora più Europa. Che nella corruzione di tutti i partiti
fiuta la temibile morte della politica.
Il vero problema è che
manca terribilmente l'aria, nelle stanze dove si riscrive il Welfare
europeo (non sempre male d'altronde: nel piano Fornero ci sono molti
progressi per i precari). Le stanze sono piccole, strette, e
l'essenziale resta dietro la porta. L'essenziale è l'Europa: l'ossigeno
che può venire da essa, se la trasformiamo in unione politica che
governi quel che gli Stati non governano più. La dottrina tedesca che
ingiunge "l'ordine in casa" prima di tentare forme politiche
transnazionali è conficcata nelle menti: anche in quella di Monti. La
crisi mostra l'inconsistenza degli Stati nazione, e nel nuovo mondo -
già sovranazionale economicamente, ma non politicamente e
democraticamente - le sinistre storiche sono in un vicolo cieco.
Dicono
alcuni che la democrazia svanisce, nel presente squasso. Secondo
Ernesto Galli della Loggia, solo lo Stato nazione può essere
democratico: fuori di esso non esisterebbe un demos ma "individui
sparpagliati, che semplicemente 'si conoscono'" (Corriere 12-3). Rotto
il contenitore nazionale, la democrazia apocalitticamente muore.
Dimentica, l'autore, che lo Stato nazione (a differenza degli imperi) ha
creato democrazia ma anche nazionalismi, guerre, annientamenti di tutto
ciò che il demos (popolo) riteneva impuro.
Il Partito
democratico, ma anche lo strano governo dei Saggi, sembra dar ragione a
questa tesi, per nulla controcorrente. È la tesi dominante invece - ha
la forza dello status quo - ed è anche la più facile, perché
inventare un diverso ordinamento europeo implica ingegno, fantasia,
forti trasferimenti di sovranità, trasgressione di conformismi, e una
mente cosmopolitica che le sinistre storiche professano sempre,
osservano di rado.
Le torsioni del Pd, e dei socialisti in
Francia, confermano l'infermità di partiti chiusi nelle case nazionali,
che l'Unione la sognano soltanto. Quando esigono "più Europa" (al
vertice parigino tra sinistre francesi, tedesche, italiane) non osano
neppure parlare di governo federale: pudibondi, prediligono la vacua
parola governance.
Solo attraverso un governo europeo eletto e
controllato dai deputati europei, ritroveremo la sovranità che gli Stati
hanno delegato non perché rinunciatari, ma perché non la possiedono
più.
Solo in Europa possiamo fare quello che nazionalmente è
infattibile: salvare il Welfare, dotare il potere sovranazionale di
risorse per un'altra crescita, più competitiva e anche parsimoniosa
perché fatta in comune. Concentrata su energie alternative, ricerca,
istruzione, trasporti comuni che superino l'automobile individuale.
Il
Pd ha più patemi delle destre, abituate a custodire i fittizi troni
nazionali delegando le sovranità perdute a incontrollate lobby
finanziarie (un'abitudine contratta nei rapporti con la Chiesa). Le
sinistre hanno una visione più laica e ambiziosa della politica, e il
loro disinteresse per l'Europa federale è inane: non ci sarà vero
progresso, senza vera democrazia europea. Nei vertici di maggioranza con
Monti di Europa politica non si parla: come se non fosse la prima
emergenza, l'ossigeno che ci evita l'asfissia. Monti ritiene che "non
c'è bisogno" di Stati Uniti d'Europa. I suoi ministri raccomandano,
svogliati, "piccoli passi".
Come ricordano alcuni deputati, in
un'interrogazione alla Camera presentata dal prodiano Sandro Gozzi, non è
questa la linea fissata dal Parlamento. La mozione del 25 gennaio esige
che il governo acceleri, in parallelo con Patto fiscale, un "processo
costituente verso un'unione politica dei popoli europei", metta "al
centro della riflessione politica europea le politiche dello sviluppo e
della crescita", proponga il ricorso a eurobond e project bond come
"strumenti innovativi di finanziamento allo sviluppo". Non s'intravvede
prontezza governativa, in materia.
Ulrich Beck ha dato un nome
all'indolenza dei politici nazionali. La chiama l'"errore del bruco".
L'umanità-bruco vive la condizione della crisalide, "ma lamenta la
propria scomparsa perché non presagisce la farfalla che sta per
diventare". Non è la prima volta che accade, secondo lo scrittore
Burkhard Müller che per primo ha usato la metafora del bruco
(Süddeutsche Zeitung, 1-8-08). Nell'800 stava per finire la legna:
nessuno presagiva il carbone fossile. Oggi accade lo stesso col
petrolio, e anche con gli Stati nazione. Si aspetta che l'alternativa si
materializzi da sola, mentre bisogna tirarla fuori dal pigro ventre del
presente. Decenni di lavoro di movimenti cittadini hanno consentito ai
tedeschi di uscire dal nucleare, ricorda Habermas. Anni di negoziati
hanno prodotto un diritto del lavoro che non ha spaccato e umiliato i
sindacati come da noi.
La sinistra può farcela. Purché lavori
alla nascita della farfalla europea, e smetta le comode certezze di chi,
apocalitticamente vivendo da bruco, ritiene morta le democrazia, una
volta perduto il contenitore che fu lo Stato nazione.
Articolo orginale
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giovedì 9 febbraio 2012
Sull'eta' delle donne
Colei con la quale divido la vita lavora la sera nei fine settimana, lasciandomi sovente in balia degli eventi. Quindi mi unisco ai miei amici Senza Donne, Cuore Solitario e Allupato Cronico e insieme andiamo per bar e locali, loro procacciando, io assistendo possibilmente in disparte. Purtroppo gruppi di maschi tendono a familiarizzare con gruppi di femmine, provocando l'inevitabile coinvolgimento del sottoscritto, che deve pur reggere loro il gioco. Niente di male, per carita', non mi dispiace affatto socializzare con nuove forme di vita femminili di tanto in tanto, mi fa sentire lusingato. Incontri che si concludono sempre con un nulla di fatto o al massimo un numero in piu' nella mia rubrica telefonica, sono uno che crede fermamente nella fedelta'.
Due settimane fa, di venerdi', un mio amico ferma due ragazze in un bar e punta una delle due. Io, da leale alleato quale sono, ho passato l'intera serata a parlare con l'altra ragazza. Le cose sono andate bene e questo mio amico ha guadagnato la promessa di rivederci tutti e quattro il venerdi' successivo. Quindi venerdi' scorso abbiamo ripetuto la stessa identica serata, che ho passato approfondendo la conoscenza della suddetta signorina. La quale e' alquanto interessante, recita a teatro ed ha vissuto in diverse parti del Paese. Fossi stato single ci avrei fatto di sicuro un pensierino. Costei invece nutriva piu' di un pensierino nei miei confronti, vista la quantita' di messaggi che ho ricevuto dopo esserci scambiati i numeri. Ad ogni modo, ieri sera, mercoledi', esco e vado nello stesso bar. Al bancone c'era una signora, capelli grigi, rughe, vestiti larghi e trasandati. Ma c'era qualcosa in lei che mi sembrava familiare, assomigliava a qualcuno che conoscevo, persino le espressioni del viso mentre parlava col barista. Si', assomigliava alla ragazza che avevo visto venerdi' e l'altro venerdi'. Ci e' mancato poco che dicessi: "Ei, ma tu sei la mamma di Stephany!!". Quella era Stephany, e doveva essere molto vicina ai 50. Forse a causa del giorno infrasettimanale, forse perche' non aveva nessun appuntamento galante, quella sera sembrava aver trascurato il restauro.
Questo significa che in un universo parallelo io sono andato a letto con una cinquantenne e immagino la mia sorpresa la mattina successiva.
State in guardia gente.
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venerdì 3 febbraio 2012
IQ - The Wake (1985)
Il primo nucleo degli IQ e' riconducibile al 1977, anche se il gruppo si chiamava ancora Lens, ma i suoi componenti erano di fatto i futuri IQ, ovvero: il batterista Paul Cook, omonimo del batterista dei Sex Pistols, Tim Esau al basso, Mike Holmes alla chitarra, Martin Orford a tastiere e flauto ed il carismatico leader e cantante Peter Nicholls. I cinque credono in una possibile rinascita del progressive e con tale auspicio pubblicano con un budget bassissimo Tales from the Lush Attic, 1983, il loro esordio discografico. Pubblico e critica grida al miracolo e l'album vende tanto, spingendo la band in cima alle charts. Ma il successo dura pochissimo, infatti l'album successivo, The Wake, pur essendo persino migliore del precedente e, anzi, da molti considerato l'album capolavoro della band, coincide con l'esplosione dei Marillion e la pubblicazione del loro Misplaced Childhood, sul quale si concentra l'attenzione dei media. A questo punto, come capito' per i Genesis, avviene la scissione, ovvero il cantante Peter Nicholls decide di abbandonare. Come per i Genesis, i superstiti virano verso uno stile piu' semplice e commerciale, dalle alterne fortune. Ma a differenza della band del Surrey, il principale compositore e mente ispirata decide di tornare e riportare il gruppo ai suoi antichi splendori: Ever del 1993 contende a The Wake il titolo di miglior album degli IQ. Il resto e' storia, i ragazzi inglesi suonano e pubblicano album tutt'oggi, l'ultimo e' stato Frequency nel 2009.
The Wake e' un piccolo gioiello. Le principali fonti di ispirazione direi che sono Genesis e Pink Floyd, anche se la band riesce ad affrancarsene a sufficienza ed a proporre uno stile originale, caratterizzato da melodie ariose e solari, tappeti di tastiere che ci portano in galassie lontane, voce enfatica e teatrale. Il punto di forza e' l'orecchiabilita', la scorrevolezza, la grazia dei brani. Cio' che invece non ho particolarmente gradito e' una certa tendenza a diluire le tracce stesse, ad allungare intro ed outro quando non ce n'e' affatto bisogno. In particolare i finali sfumati che durano in eterno risultano abbastanza fastidiosi. I fade out sono fastidiosi di per se', figuriamoci quando sono trascinati per interi minuti. Fortunatamente cio' non intacca la bellezza generale di questo lavoro, neanche troppo lungo.
La prima traccia, Outer Limits, propone un inizio spaziale: basso e tastiere ci portano subito nelle profondita' degli abissi siderali. L'ingresso di batteria, chitarra e voce ci riportano un po' piu' in basso, anche se l'aria rimane rarefatta e l'atmosfera lontana. Traccia che trova subito i suoi binari e una melodia sufficientemente orecchiabile; scorre via con piacevolezza senza far pesare i suoi 8 minuti di durata, proponendo interessanti scambi chitarra-tastiere. Il finale guadagna in drammaticita' ed enfasi, rendendo chiare le intenzioni dell'album: puntare piu' sull'emozione che sulla tecnica. The Wake prosegue sulla stessa linea: tastiere sparate, voce enfatica, sezione ritmica presente e chitarra gilmouriana. La melodia e' di nuovo indovinata e gradevole. Con The Magic Roundabout si torna ad una traccia medio-lunga (8 minuti), e la band da' ancora il meglio di se' nella creazione di atmosfere lontane e sognanti, ma in qualche modo rassicuranti e solari. Canzone che accelera improvvisamente dopo poco, proponendo anche qualcosa di piu' movimentato, salvo poi tornare sui propri passi e delineare un diverso motivo melodico, irresistibile anch'esso. Melodia che cambia ancora prima della fine, regalandoci la canzone piu' cangiante e progressiva in senso stretto del disco. Corners e' una traccia che avrebbe potuto essere un capolavoro ma non lo e' per una discutibile scelta da parte della band. Il motivo e' semplicemente stupendo, indovinato e catchy, celestiale, rassicurante, luminoso. Purtroppo la traccia in pratica finisce dopo 4 minuti, rispettando canoni di sintesi spesso molto apprezzati dal sottoscritto, finiti i quali ci sono ben due minuti due di finale sfumato che rovinano tutto. Davvero un peccato. Widow's Peak comincia con una lunga intro di tastiera, leggermente malinconica, e si ravviva subito dopo con l'ingresso della voce, disegnando un'altra bella melodia. Canzone che vira verso la meta', viaggiando nuovamente verso terreni siderali, e canto che acquista drammaticita' e nervosismo. La seconda parte continua a giocare sugli stessi toni e colori della prima, pur cambiando completamente ritmiche, ma non si rivela altrettanto ispirata. The Thousand Days, senza variazioni di sorta, e' uno dei brani migliori del disco. Le caratteristiche principali sono sempre le stesse: space-rock unito a sinfonismi, voce enfatica, atmosfere tranquille e solari; questa canzone e' cosi' ben eseguita e ben scritta da risultare particolarmente piacevole. Headlong comincia in sordina: voce sommessa, leggeri accordi di tastiere e batteria, per poi vivacizzarsi leggermente e lasciarsi andare ad un assolo di tastiere, presto incalzato da uno di chitarra. Verso la meta' la traccia si arresta e ripropone il motivo iniziale, anche se ora l'enfasi della voce raggiunge picchi altissimi, senza per questo risultare stucchevole, pretenziosa o pacchiana. Chitarra e tastiere ricamano la parte finale portando cosi' un'altra perla a compimento. Il brano finale, Dans le parc du Chateau Noir, non apporta nessuna novita' in linea generale, solo la chitarra risulta un po' piu' in evidenza, con anche un pezzo acustico. Traccia particolarmente dominata da spazi ampi e tempi dilatati, nei quali si vanno ad innestare motivi di disarmante bellezza. E su questa disarmante bellezza si conclude un altrettanto meraviglioso album.
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bob
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