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giovedì 5 marzo 2009

Angra - Holy Land (1996)

Secondo album per i brasiliani Angra, ancora più bello dell'album di esordio e punto più alto per quanto riguarda i loro lavori. In un perfetto mix di progressive sinfonico, power metal e folk sudamericano, Holy Land contiene sfuriate metal al fulmicotone, delicatissime ballate acustiche, assoli di chitarra, cambi improvvisi di ritmo, percussioni e vocalizzi straacutissimi. Fuori discussione il livello tecnico dei musicisti (gli stessi dell'esordio), dal punto di vista melodico e compositivo risulta essere uno degli album migliori nell'ambito prog metal, piacevole, trascinante, suggestivo, sperimentale, coinvolgente dal primo all'ultimo secondo, non conosce momenti di stanca, anzi, ciascuna canzone è un pezzo di bravura da cogliere in ogni particolare. Il lavoro è un concept basato sulle conquiste, quindi sugli efferati crimini compiuti, dagli europei in Brasile, il Brasile è infatti la terra sacra del titolo, anche se ciascun pezzo è una traccia a se stante. Si comincia con Crossing, breve intro che serve solo per aprire Nothing to say, canzone che definire stupenda non rende sufficientemente l'idea. Prog metal di altissima caratura, arrangiamenti orchestrali curati, ritornello orecchiabile: questi gli ingredienti per un pezzo di apertura che sconvolge. Dopodiché è la volta di una malinconica (come suggerisce il titolo) ballata: Silence and distance comincia con Andre che canta accompagnato dal piano, suonato da lui stesso, poi cresce e si indurisce con le chitarre e gli arrangiamenti pomposi, sfocia in un ritornello stupendo e si chiude come aveva aperto. La quarta traccia è una delle più belle canzoni mai composte, non solo in ambito metal o progressivo: Carolina IV è una breve suite di 10 minuti e mezzo che mostra tutti i generi che il gruppo carioca è in grado di abbracciare: percussioni folk, prog rock, cavalcate speed, pianoforte, tappeti di doppia cassa; pezzo indescrivibile, coinvolgente e anche abbastanza easy listening. Si prosegue con la title track e qui si possono sprecare infinite parole, ma dirò solo che è probabilmente la miglior canzone mai scritta dal gruppo brasiliano; delicata, sognante, maestosa, tribale e mai aggressiva. La sesta traccia è The shaman, episodio che più si avvicina al pop per la semplicità della struttura, altra canzone molto bella e folkloristica. La successiva è Make believe, più riflessiva e complicata, seppur sempre orecchiabile e melodica. Fin'ora le canzoni non si sono mai allontanate troppo dal piglio prog del disco, ma con Z.I.T.O. si giunge in terreni metallici molto più spinti; pezzo rapido, aggressivo ed orecchiabile, ai metallari piacerà moltissimo. Si arriva così alla seconda ed ultima ballata del disco: Deep blue, trascinata dal pianoforte e dalla chitarra, incute un senso di pace e serenità, lirica e suggestiva al massimo. Infine chiude questo magnifico album Lullaby for Lucifer, probabilmente la traccia meno interessante. Holy Land è la summa della produzione Angra, il successivo Fireworks è nettamente sottotono e i seguenti non sono neanche da prendere in considerazione per l'assenza di 3/5 della band orginale. Album assolutamente da ascoltare per tutti gli amanti della buona musica.

mercoledì 18 giugno 2008

Angra - Angels cry (1993)

Il mondo metallaro è pieno di band che richiamano nella loro musica elementi progressivi, soprattutto gruppi power o speed, a volte anche heavy. I già citati Dream Theater sono fra i gruppi che meglio hanno saputo combinare i due stili, ma il loro approccio consiste nel basarsi su partiture progressive da eseguire in maniera pesante, hard, come i canoni metal dettano. Gli Angra invece hanno una base power, speed talvolta, con inserimenti di orchestrazioni e tastiere care agli stilemi progressivi, un sound più solare, a differenza di molte metal band, e con l'aggiunta di suoni tipicamente sudamericani, soprattutto dal secondo album in poi. Infatti questa band è di Sao Paulo, in Brasile, e sono considerati la migliore band sudamericana degli ultimi dieci anni. Fondata dal cantante e tastierista Andre Matos nel 1992, stupì il mondo musicale con l'EP Reaching Horizons in cui mostrava immediatamente tutte le sue potenzialità, ovvero: un cantante coi controcazzi, in grado di raggiungere vette incredibilmente alte, due chitarristi altrettanto bravi, che spesso si lasciano andare in assoli mozzafiato, orchestrazioni sinfoniche, percussioni tribali, e molte tastiere. Il seguente album Angels cry li consacra nell'olimpo delle grandi band del rock e li rende famosi anche all'estero. Oltre ad Andre Matos fanno parte del gruppo Luis Mariutti al basso, Ricardo Confessori alla batterria e percussioni, Kiko Loureiro ad una chitarra e Rafael Bittencourt all'altra chitarra. Il disco si apre con Unfinished allegro, intro strumentale per sola orchestra che definisce un motivo classico molto carino, per poi esplodere con Carry on, uno dei cavalli di battaglia del gruppo, il pezzo probabilmente più heavy, più veloce, più potente. Un riff di chitarra molto speed delinea la melodia, mentre la voce altissima e pulita di Andre fa il resto, un capolavoro metal. Si prosegue con Time, altro bel pezzo, stavolta in forma di ballad, o meglio power ballad, poichè la chitarra classica dopo un pò diventa elettrica, mentre il basso in sottofondo sostiene il sound e la solita voce, prima dolcissima poi roboante, arricchisce quest'altro fantastico pezzo. Il brano seguente è la title track, condotta dalle due chitarre che partono piano per poi crescere via via, mentre le orchestrazioni riprodotte dalle tastiere si insinuano lentamente a riproporre la linea melodica iniziale. Un assolazzo di chitarra nella parte centrale rende questo brano intenso e drammatico, con Andre ancora in grande spolvero. Stand away registra una maiuscola prestazione del cantante, il quale butta fuori degli acuti pazzeschi e imprime tutta la canzone di una passione tipicamente latina. La traccia parte ancora con la chitarra acustica che si elettrifica e ci regala un altro assolo da capogiro nella parte centrale. In seguito vi è Never understand, uno dei pezzi più prog della produzione Angra, in cui oltre alle schitarrate e ai vocalizzi ultraterreni vi compaiono per la prima volta percussioni folk brasiliane, il tutto arricchito con cambi di tempo e sperimentazioni varie. Si giunge così a Wuthering heights, cover di un brano di Keith Bush, con Andre che arriva molto più in alto della cantante e più in alto di qualunque cantante metal. Semplicemente divino. Streets of tomorrow è veloce, potente e aggressiva, con un ritornello molto orecchiabile ed un grande assolo di Kiko. Il pezzo seguente, Evil warning, è diretto dalla batteria con doppio pedale accompagnata dalle chitarre disegnando una melodia accattivante. Infine questo splendido album si chiude con Lasting child, il brano più lento e dolce del disco, ma non meno maestoso, ancora trascinato dalla batteria e con le chitarre in background, mentre Andre canticchia allegramente accompagnato dagli altri componenti del gruppo. In conclusione come esordio per una band non ci si può aspettare di meglio, si avverte l'enorme caratura tecnica dei musicisti, tutti provenienti dal conservatorio, e si percepisce tutto il calore da loro trasmesso. Gli Angra sono fra i pochi, a parer mio, a saper equilibrare in maniera quasi perfetta grazia e potenza, armonia e velocità, tecnica ed aggressività. Inoltre arricchiscono ogni pezzo con una passione che i gruppi anglosassoni non hanno, senza perdere in armonia e qualità. Degli Angra recensirò anche Holy Land, ma consiglio di ascoltare anche l'EP che li ha resi celebri, cioè Reaching horizons, un altro EP di remix ed un paio di inediti, cioè Freedom call, e un live del 1997 intitolato Holy live, il loro concerto più famoso e sicuramente il più bello.