lunedì 19 gennaio 2009

Black Bonzo - Sound of the Apocalypse (2007)

Il prog odierno se confrontato con la produzione progressiva del passato perde clamorosamente, vuoi perchè è sempre più difficile scrivere qualcosa di originale, vuoi per il diverso spirito con cui oggigiorno si compone musica. Negli anni '70 sono nati gruppi che hanno saputo produrre musica progressiva sopraffina, sono convinto che mai saranno eguagliate quelle vette di classe. Eppure qualche eccezione c'è, esistono gruppi odierni che reggono bene il paragone con i grandi che furono e i Black Bonzo fanno parte di questo insieme. Originari della Svezia, i Black Bonzo pescano a piene mani dal passato ma riescono a risultare estremamente originali, non tanto per quanto riguarda la costruzione delle canzoni e le ritmiche adottate, ma circa le modalità di esecuzione: la voce acuta di Magnus Lindgren, la chitarra alla Brian May di Joakim Karlsson (che suona anche il flauto) e la batteria potente di Mikael Israelsson rendono il sound di questa band estremamente particolare. Completano la formazione Nicklas Åhlund alle tastiere e Anthon Johansson al basso. Quindi si tratta di composizioni che ricordano un gran numero di gruppi, quali Yes (un arpeggio di chitarra in The Well è uguale, ma proprio tale e quale, ad un arpeggio in Roundabout), Uriah Heep, Queen, Jethro Tull, Camel, ma con un sound diverso, più moderno, più potente ed aggressivo, che ricorda anche alcune band moderne come Spock's Beard e Flower Kings. L'album è un concept incentrato sul tema dell'Apocalisse, ma non esprime giudizi positivi o negativi, tenta piuttosto di indurre l'ascoltatore alla riflessione su quello che accadrà. Le atmosfere rispecchiano quest'impressione, i brani sono equamente divisi fra momenti cupi e malinconici ed altri più vivaci ed allegri, senza eccessi. Ogni brano si incastra alla perfezione nella scaletta decisa dalla band, non esistono momenti deboli o noiosi. L'unico difetto, se può essere considerato tale, è che il lavoro necessita di qualche ascolto prima di poter essere apprezzato. Si comincia con Thorns upon a crow, aggressiva e rockeggiante, con un gran riff di chitarra e parti corali curatissime, infatti tutti i musicisti partecipano ai cori, in perfetto stile Queen. Giant games è invece la traccia più moderna, quella che più ricorda i Flower Kings o gli Spock's Beard, mentre per i cambi di ritmo, le accelerate, le stoppate, le continue rincorse fra i vari strumenti potrebbe sembrare una canzone dei Gentle Giant rivisitata, molto bella. Yesterday's friends è la mia preferita per il piglio estremamente romantico che possiede: traccia solenne, comincia con note di chitarra acustica dolcissime, dopodichè i tamburi potenti danno il via ad una canzone stupenda, forse quella più stile seventies, che mette i brividi per il turbinio di emozioni che provoca, con un ritornello malinconico al massimo. The well è più rockeggiante, a metà fra Uriah Heep e Queen, con il cantato in falsetto e la sempre potente batteria. Intermission-Revelation song comincia con un flauto che non può non ricordare i Jethro Tull, ma poi si sviluppa indipendentemente come una quasi pop-song, calda e pacifica. Sulla stessa falsariga è Ageless door, che incute quasi un sentimento di speranza, allegra ed armonica. Iscariot ricorda ancora i Gentle Giant per il gran numero di umori che contiene. Conclude la title-track, minisuite che riassume nella miglior maniera quanto fatto sentire finora. Un album spettacolare ed inaspettato visti i tempi che corrono, il prog sembra in certi contesti più vivo che mai. La quantità di buona musica che questo genere può offrire è ancora tanta, sto solo aspettando che qualcuno, come i Black Bonzo, la scriva.

giovedì 1 gennaio 2009

Earth & Fire - Earth & Fire (1970)

Gli Earth & Fire sono un gruppo olandese che ha pubblicato una decina di album fra gli anni '70 e gli anni '80. Di questi ho ascoltato i primi due e il primo sento vivamente di consigliare. Lo stile del gruppo è particolare, grazie parecchio alla voce della cantante, e ad un prog a metà fra rock'n'roll e melodie orecchiabili. Le tracce sono tutte in forma canzone strofa + ritornello, si concedono qualche breve fuga o assolo ma senza svilupparli troppo, inoltre il ritmo è sempre bello sostenuto e non esistono momenti intimisti o spaziali, alla corrieri cosmici per intenderci. Ogni canzone dura in media 4-5 minuti come una normalissima canzone pop, ma gli arrngiamenti sono molto curati e il ritmo cambia spesso nel corso di una stessa canzone. Inoltre sono il primo gruppo olandese a fare uso del mellotron anticipando persino i Focus. Col passare degli anni lo stile si ammorbidirà sempre più fino a risultare pop da classifica. Gli Earth & Fire sono Jerney Kaagman alla voce, Ton van de Kleij alla batteria, Hans Ziech al basso e i fratelli Gerard e Chris Koerts a tastiere e chitarra rispettivamente. La cantante è sposata con il bassista dei Focus, che poi entrerà negli Earth & Fire, Bert Ruiter, inoltre nel 1993 ha posato nuda per playboy. L'album comincia con wild and exciting, con chitarra e batteria in primo piano, oltre alla splendida voce femminile, molto rock, è una canzone fra le più belle dell'album; twilight dreamer è più ritmica, anche questa molto rockeggante, le tastiere conducono una melodia accattivante a tratti pop, altra traccia molto riuscita. Ruby is the one si sviluppa su una chitarra acida ed una solida linea di basso, bella canzone anche questa; you know the way è invece più malinconica, la voce è accompagnata dalla chitarra acustica, la melodia è ancora una volta splendida; vivid shady land è una traccia più aggressiva, basso e chitarra duettano ancora bene e costruiscono un possente muro sonoro, il ritornello è stupendo; 21th century land vede basso e voce protagonisti nelle strofe, il ritornello è sempre trascinato dalla voce, con chitarra e tastiere che si intrecciano in sottofondo, potrebbe tranquillamente essere una canzone pop stramegaraffinata, nella parte centrale c'è una bella escursione con tastiere e chitarra acustica che duettano alla grande. In seasons basso e batteria si destreggiano alla grande, oltre alla sempre splendida voce, è una canzone più triste ma sempre bella spedita; love quiver è più lunga del solito con i suoi sette minuti, ben costruita e piacevole, veloce e rockeggiante; what's your name è più lenta, con chitarra acustica, tastiere e voce a delineare la melodia, forse non è un episodio riuscitissimo; con mechanical lover si torna su ritmi più decisi, il rock'n'roll è sempre la principale fonte di ispirazione, con un gran lavoro del chitarrista; hazy paradise è la traccia più intimista, la chitarra acustica è in primo piano ma la sezione ritmica è ben udibile, davvero niente male. Memories è una traccia trascinata completamente dalla voce, la melodia è accattivantissima, bella canzone; invitation è un'altra delle mie preferite dell'album, parte malinconica, con chitarra acustica e tastiere in primo piano, per poi esplodere in un ritornello trascinante, con una donna che canta "yes i'm walking down to my lady, i feel so good, i've got an invitation". From the end till the beginning è una canzone triste e malinconica, una delle più lente, il ritornello è un giro di chitarra melodico ed emozionantissimo; con last forever si ritorna al rock, che stavolta si tinge di hard, altra bella traccia; song of the marching children sarà ripresa per l'album successivo, episodio minore in fin dei conti; thanks for the love è una canzone allegra e semplice, anticipa per certi versi alcune sonorità disco prossime venture; chiude what difference does it make, sull'onda della precedente. In conclusione un album carino e gradevole, non troppo impegnato nè complicato.

mercoledì 17 dicembre 2008

Premiata Forneria Marconi

La Premiata Forneria Marconi è il gruppo prog italiano più famoso nel mondo, ha venduto dischi in America e in tutta Europa, ha preso parte a tour comprendenti anche show extraeuropei, e probabilmente tutto questo successo è meritato, anche se, a mio avviso, ci sono gruppi italiani migliori ma che non hanno saputo vendersi a dovere. Una volta ho conosciuto un tizio inglese appassionato di prog e effettivamente conosceva solo la PFM fra gli italiani, nonostante l'incredibile vastità della proposta nostrana e la gran quantità di gruppi altrettanto validi. Magari da queste parole potrebbe trapelare un mio scarso apprezzamento per questa band, ma così non è, la PFM è stata senz'altro un grande gruppo rock, non solo prog, italiano, ha inventato uno stile tutto tricolore che all'estero hanno battezzato spaghetti-rock, i suoi musicisti sono preparatissimi e simpaticissimi, ha stretto collaborazioni con tanti artisti italiani, ho avuto il piacere di vederli dal vivo in uno show superlativo durato tre ore ininterrotte, ma mi duole ammettere che apprezzo di più altri gruppi italiani, ma è solo una questione di gusti. Per questo non segnalo un album in particolare, tutta la loro produzione è dignitosa, cercherò però di dare delle indicazioni circa gli album più belli, sempre secondo il mio umilissimo parere. Le origini della band risalgono agli anni '60 e da un gruppo chiamato I Quelli, in cui militava Teo Teocoli come cantante e chitarrista, Pino Favarolo come cantante e chitarrista, il bassista Giorgio Piazza, il batterista Franz Di Cioccio, il tastierista Flavio Premoli e i chitarristi Franco Mussida e Alberto Radius. I Quelli facevano cover di brani stranieri più che altro, come tantissimi gruppi italiani del periodo, ma loro sceglievano anche canzoni un po' meno easy-listening, come brani dei Traffic, dei Nice o degli Aphrodite's Child. In seguito abbandonano il gruppo Favarolo, Teocoli, che intraprende una fortunata carriera come showman, e Radius, che va nella Formula3, e la band cambia nome in I Krel ingaggiando il violinista e flautista Mauro Pagani, artista dotato di un gusto sopraffino e grande tecnica esecutiva. A questo punto l'attenzione si sposta su band come King Crimson, Jethro Tull e Yes, di cui eseguono cover, mentre nascono i primi brani scritti dal nuovo gruppo. Si arriva così al 1972, la band decide di chiamarsi Premiata Forneria Marconi e va in tour come spalla a grandi gruppi come Deep Purple, Black Widow, Yes e Procol Harum; infine, di lì a poco, pubblica il suo primo album intitolato Storia di un minuto, contenente il celebre pezzo Impressioni di settembre, il primo brano italiano eseguito con un moog. Non passa neanche un anno che la PFM dà alle stampe Per un amico, secondo album che definisce ancor meglio lo stile, incentrato su un prog sinfonico molto inglese, ma reso più mediterraneo e passionale grazie alle calde melodie orecchiabili, spesso per merito della chitarra di Mussida, e grazie al rimando alla tradizione folk italiana, come il brano E' festa, sorta di tarantella progressiva. I primi due lavori sono assolutamente da ascoltare. Una loro esibizione dal vivo colpisce nientemeno che Greg Lake, il quale introduce il gruppo al mercato inglese, procura loro un contratto con la Manticore (di proprietà degli ELP) e recluta Pete Sinfield per la traduzione dei testi. Esce così Photos of ghosts, album in lingua anglosassone che racchiude i primi due album tradotti e ricantati in inglese. Nel 1973 avviene il primo cambio di formazione, con Patrick Djivas, dagli Area, che subentra a Giorgio Piazza, e la pubblicazione di L'isola di niente, bell'album ma non all'altezza dei precedenti. Parte così il primo tour in America e Canada, dove la PFM suona al fianco di artisti come Santana, Eagles, Frank Zappa e Beach Boys, e in cui nasce il termine spaghetti-rock. Nel 1975 entra finalmente in organico un cantante di ruolo, Bernardo Lanzetti dagli Acqua Fragile, considerato il miglior cantante italiano del periodo dopo Demetrio Stratos, e viene pubblicato Chocolate Kings, interamente in lingua inglese e da me non molto apprezzato. Quello stesso anno abbandona il gruppo Mauro Pagani e la band perde clamorosamente l'orientamento, mai più sarà in grado di proporre lo spumeggiante e caloroso prog-rock degli esordi. Entra in formazione il violinista americano Greg Block, parte il primo tour giapponese, e viene pubblicato, nel 1976, l'album Jet Lag, di orientamento jazz-fusion, molto influenzato dal sound statunitense. Nel 1978 la band pubblica Passpartù, album diverso dal precedente, molto raffinato e pop, in italiano e con brani in forma canzone. Consiglio l'ascolto anche di Passpartù (la copertina fu disegnata da Andrea Pazienza), con un grande Bernardo Lanzetti. Ma ormai il prog ha fatto il suo corso, il fenomeno punk sta cambiando il mondo della musica e la PFM vede la prima crisi, come tutte le altre band progressive. Greg Block abbandona il gruppo e al suo posto entra il violinista Lucio Fabbri, mentre la PFM stringe la sua prima collaborazione con Fabrizio De Andrè, suonando le canzoni dell'artista genovese, con l'artista genovese, in due concerti nel 1979 e nel 1980 da cui verrà estratto l'album live Fabrizio De André in concerto - Arrangiamenti PFM , concerto da avere a tutti i costi. Nell'operazione non viene coinvolto Bernardo Lanzetti, vista la presenza di De Andrè; costui si offende e abbandona il gruppo. Dopo l'album mediocre e decisamente troppo pop Suonare suonare anche Flavio Premoli decide di abbandonare la band, che pubblica altri tre album nel corso degli anni '80, album che rispecchiano la crisi della PFM. Nel 1997 viene pubblicato Ulisse, con il rientro di Premoli, e si ritorna finalmente alle punte di classe cui ha abituato il proprio pubblico, anche se non è ancora la PFM degli esordi. Nel 1999 è pubblicato il doppio live www.pfmpfm.it, concerto che riassume bene quanto prodotto in tutti questi anni e album da ascoltare sicuramente. Nel 2001 arriva Serendipity, che registra finalmente una somma prestazione, sia in fase compositiva che esecutiva, anche con sperimentalismi e ammodernamenti del sound. Nel 2005 è dato alle stampe Dracula Opera Rock, altro album di cui consiglio l'ascolto, e nel 2006 Stati di immaginazione, senza Flavio Premoli (e si sente), il quale ha nuovamente abbandonato la band, non tanto bello francamente. La PFM è riuscita a ritagliarsi un proprio spazio nel mondo musicale intero, è una delle poche prog band conosciute anche ai profani, ha scritto pagine memorabili del rock italiano, ed è ancora in attività. Un gran gruppo senza ombra di dubbio.

martedì 9 dicembre 2008

King Crimson - Discipline (1981)

Uno dei motivi di maggior rimpianto del non essere vissuto negli anni '70 è stato l'essermi perso la rinascita dei King Crimson. Nessuno si sarebbe mai aspettato, dopo lo scioglimento del '75, di vederli nuovamente insieme 6 anni dopo e, soprattutto, con una proposta musicale uguale all'esordio per impatto ed originalità e quindi diversissima rispetto al vecchio sound. Chi ha ascoltato Discipline nel 1981 deve aver pensato quello che ha pensato chi ha ascoltato In the court of the Crimson King nel '69: cos'è sta roba? Nessun gruppo è riuscito ad emulare i primi King Crimson e nessuno è riuscito, e mai riuscirà, ad emulare quest'altro nuovo sound inventato da Fripp e compagni. Un prog avantguardistico, che unisce groove ritmici irresistibili a improvvisazioni free-jazz, che crea una struttura dal caos, che fa evolvere una base minimalista, è qualcosa di sconvolgente. La band, come il suono, è quasi completamente cambiata, Robert Fripp in questi anni ha pubblicato un album solista e preso parte a varie collaborazioni, da queste collaborazioni selezionerà i suoi nuovi compagni. Per la prima volta decide di avere un chitarrista "antagonista", che funge anche da singer e scrittore delle liriche, Adrian Belew, dotato di una tecnica non proprio ortodossa e formatosi con Frank Zappa. Proprio dal chitarrista americano (anche Adrian lo è) eredita il timbro originale e quel gusto per la goliardia. Conosce Robert Fripp quando quest'ultimo collabora al terzo album dei Talking Heads, in cui militava Adrian dopo aver suonato anche con David Bowie. Collaborando invece per il secondo e terzo disco di Peter Gabriel Robert conosce Tony Levin, anch'egli americano, che comparirà anche nell'esordio solista del chitarrista. Tony è un bassista unico, la sua tecnica è formidabile, difficile vedere un bassista così preparato, in grado di suonare un basso a 12 corde e il cui ruolo nell'economia del suono è sia ritmico che melodico. Completa la formazione a 4 (per ora) il batterista Bill Bruford, altro superstite dell'ultimo nucleo del Re. Una formazione del genere, guidata da un grande compositore e leader carismatico come Robert Fripp, non può che spaccare. L'album comincia con Elephant talk, ed è subito chiara la nuova direzione artistica che il gruppo ha intenzione d intraprendere: brano complicato, difficilissimo nell'esecuzione, ma lineare, quadrato, "disciplinato". Le evoluzioni delle due sei corde, che tenderebbero all'infinito, vengono "costrette" dalla sezione ritmica in uno schema, con Tony che fa da collante fra le due chitarre e Bill che colora il tutto con le sue percussioni a metà fra ritmi tribali e raffinatezze jazz. A tutto ciò si aggiunge la sregolatezza e il sinistro humour della band, con Adrian che fa barrire la sua chitarra ad imitazione del verso dell'elefante. E' difficile descrivere dettagliatamente le canzoni, sarebbe un lavoro troppo lungo e noioso da leggere, l'unica cosa da fare è ascoltare questo album, sempre sospeso fra atmosfere sinistre (Indiscipline), dolci melodie di altri tempi (Matte Kudasai), intrecci strumentali complessi (Frame by frame), improvvisazioni di chitarre trattate orientaleggianti su un tappeto onirico ipnotico (cosa sto dicendo?)(The sheltering sky), perfetti connubi ritmo-melodia (Thela Hun Ginjeet). Un album stupendo per una band che non smetterà mai di stupire, i King Crimson sono senza dubbio il gruppo di punta del prog nei secoli dei secoli. Fra le note di copertina si legge: la disciplina non è mai fine a se stessa ma solo un mezzo per raggiungere un fine. Che geni.