venerdì 14 novembre 2014

Quintorigo - Rospo (1999)

I Quintorigo sono stati una giovane promessa della musica italiana, un gruppo di ragazzi decisi a portare una ventata di aria nuova nello stantio e asfittico panorama pop italiano. Era il 1999 e il loro intento e' fallito miseramente. Una della rare apparizioni di gruppi progressivi sul palco di San Remo, i Quintorigo stupirono tutti per la singolarita' della proposta, completamente differente dalle tipiche canzonette stereotipate e plastificate abituali dell'Ariston, dal punto di vista dei testi, dell'approccio musicale, della strumentazione, tutto insomma. Rospo, il brano proposto, valse loro il premio della critica, e grandi furono i proclami delle riviste e trasmissioni specializzate, annunciatrici dei messia che avrebbero rivoluzionato lo scenario popolare italiano. Ero al liceo, possedevo una copia del cd in questione in quanto andavo in classe con uno dei pochi proprietari di un masterizzatore della mia piccola citta', e per un fortunatissimo caso costui era anche un musicista e appassionato di prog, che quindi mi passo' l'album. Frequentavo tanti musicisti in quel periodo, il clima che si creava in quei garage freddi, fumosi e puzzolenti era qualcosa di spettacolare; l'alcol, l'hashish, le ragazze, le prime esperienze in tutto, ovviamente era un periodo di grande entusiasmo, pero' ricordo che c'era sincera speranza e, perche' no, aspettativa, che quella apparizione aliena sanremese potesse davvero cambiare qualcosa. Forse eravamo troppo ingenui ed intrippati con il prog. Ad ogni modo, i Quintorigo tornarono a San Remo l'anno dopo, per un altro tentativo di colpo di stato, guadagnando un deludente premio per il miglior arrangiamento, e persero gradualmente popolarita' con il passare degli anni. Originari della Romagna, la band nasce nel 1992, ed ha dato alle stampe cinque album in totale, escludendo live, raccolte e tributi; il primo album, Rospo, e' sicuramente il migliore, ma anche il secondo, Grigio, merita certamente un ascolto. Da Grigio in poi, siamo nel 2000, il cantante John De Leo abbandona il gruppo, che quindi vira verso uno stile piu' elettronico, in completa antitesi con quanto fatto sentire finora. I cinque ragazzi si proponevano come educatori del palato musicale italiano, intendevano introdurre l'ascoltatore medio a generi di musica piu' educati, raffinati, come la classica ed il jazz, ma rivestiti di ritmi piu' assimilabili, melodie piu' immediate, per risultare piu' digeribili al rozzo ed ignorante ascoltatore italiano. Un pop colto, una canzone leggera raffinata, una musica popolare aulica, questo volevano essere i Quintorigo, e sulla carta funzionava alla stragrande, peccato che il primo disco non abbia venduto molto, il secondo ancora meno, il successo commerciale e la popolarita' non sono mai arrivati, ed il gruppo, demoralizzato, ha rinunciato ai propri obiettivi. Con uno schieramento di tre archi, Andrea Costa al violino, Stefano Costa al violoncello e Stefano Ricci al contrabbasso, piu' un fiato, Valentino Bianchi al sax, e la summenzionata voce, la band romagnola propone un interessantissimo pop acustico, privo delle percussioni ma scandito dal ritmo del contrabbasso e della voce di De Leo, vero maestro del genere, con gli altri strumenti ad impersonare il ruolo dei tipici strumenti rock come chitarra e tastiera. Inoltre il gruppo spazia fra vari generi, pur mantenendo i brani brevi ed in forma canzone, easy listening ed orecchiabili, come classica, jazz, funk, blues, presentando anche testi profondi, ironici, polemici, interpretati perfettamente da un grandissimo vocalist, che si ispira a demetrio Stratos e suo degno erede. Basta ammirare l'immensa prova sul palco dell'Ariston. Il berlusconismo rampante che stava facendo in quegli anni strage di neuroni e terra bruciata intorno ad essi tramite la disintegrazione della cultura e di qualunque cosa avesse una vaga aurea intellettuale di certo non ha aiutato i nostri amici, anche se francamente penso sia stato davvero da ingenui pensare di sgretolare cosi' un sistema granitico ed inespugnabile che esiste in Italia da anni e sempre esistera'. Se n'e' discusso tanto, Fabio Zuffanti ci ha anche scritto un libro, nel nostro paese avra' successo e si ascoltera' sempre un certo tipo di musica perche' e' quello che piace agli italiani, o almeno alla maggior parte di essi, ne' piu' ne' meno. I Quintorigo avrebbero dovuto accontentarsi del loro pubblico e fare la musica che sanno fare, ci sono tanti ammiratori innamorati dei loro primi album e che sono rimasti delusissimi nel veder precipitare cosi' un gruppo dal grandissimo potenziale e dallo stile unico. Ma poi chi sono io per dire cosa dovrebbe fare uno. Tornando all'album, la prima traccia, Kristo Si'! e' un funky di denuncia della religione, con John che ha un dio che non lo lascia ne' vivere ne' morire. Canzone trascinante, dal gran ritmo, originale e di impatto, maestosa la prova vocale. Si prosegue con Rospo, il brano di San Remo, e probabilmente miglior pezzo del disco. Le liriche innanzitutto, narranti di un rospo tramutato in uomo che pero' trova disgustoso l'ambiente in cui si trova ora, l'ipocrisia, la finzione, i meccanismi umani. E mi chiedo quanti degli spettatori che hanno assistito all'esibizione hanno colto il senso delle parole "moralita' formalita', disgusto, ipocrisia televisiva, conati". Musicalmente si tratta di una canzone molto melodica, pop, resa pero' particolare dall'utilizzo degli strumenti classici. La terza traccia, Nero Vivo, e' un attimino meno ariosa, piu' dark, ancora riuscitissima, ritmata, arricchita da un grande assolo di sax. Zapping, appena due minuti lunghezza, strumentale, spazia fra vari generi, classica, jazz e anche un po' di folk. Sogni o Bisogni e' un altro pezzo ispiratissimo, grande incedere strumentale, a meta' fra funk e soul, con la voce che trascina il brano ed una perfetta prova di tutti i musicisti. Tradimento e' piu' lenta, vagamente malinconica, condotta ora dalla voce ora dal sax, altro bel pezzo. Deus Heures De Soleil e' molto interessante: voce distorta, violino e violoncelli piu' aggressivi ed abrasivi nella strofa, toni ariosi e voce pulita nel ritornello, sicuramente un'altra delle tracce piu' riuscite del prodotto. Un'altra caratteristica della band in questione e' l'utilizzo di lingue diverse, soprattutto italiano, ma pure inglese e francese, anche nello stesso brano. Momento Morto e' piu' calmo, anche se non completamente rilassato, caratterizzato da un tappeto di archi su cui si innesta la voce di John, ed il violino suonato a mo' di chitarra elettrica nel ritornello. Il sax fa sempre un ottimo lavoro di ricamo e riempimento. Vi e' poi una cover di Heroes di David Bowie, completamente stravolta e reinterpretata dai nostri. In We Want Bianchi compare l'unica batteria, grazie all'ospite Roberto Gatto, che ne fa la canzone piu' rock del lotto: trascinata da intrecci di sax e violino, vagamente jazz e sudamericana, e' uno strumentale con il cantante che non parla ma vocalizza solo, ed e' uno spettacolo sentirlo usare l'ugola come uno strumento aggiunto. Chiude una versione dub di Kristo Si', particolarissima. Mi sembra doveroso chiudere il post con il video della loro esibizione in quel di San Remo, era il 1999, il declino della penisola italica era appena cominciato.

lunedì 20 ottobre 2014

Mars Hollow, King Crimson e altre cose

Un po' di tempo fa ho conosciuto un tizio ad una festa e dato che sono una persona estremamente interessante e carismatica, costui mi ha invitato al suo matrimonio che si e' svolto qualche settimana dopo. No, scherzo, non ho idea del perche' abbia voluto invitare me e Cynthia al suo matrimonio, immagino che semplicemente ci siamo capiti subito, ci siamo subito resi conto di avere parecchio in comune, come effettivamente e', non e' incredibile come con certe persone riesci subito a parlare ed essere te stesso e la conversazione scorre, mentre con altri proprio non si riesce ad imbastire uno straccio di dialogo? Ad ogni modo, nella sala da bowling dove abbiamo festeggiato c'erano ovviamente anche i suoi genitori e, fra una cosa e l'altra, viene fuori che suo padre suonava in una band prog, quindi non posso non andare a parlargli. Persona squisita e disponibile, mi dice di aver suonato nei Mars Hollow, band che effettivamente conosco, autori di un discreto prog sinfonico e due modesti ma dignitosi album fra il 2009 e il 2011. Lui e' John Baker, chitarrista e cantante, dallo stesso timbro vocale di Jon Anderson. Gli chiedo come mai la band si sia sciolta, e mi dice che gli altri membri del gruppo non hanno gradito il suo convogliare a nozze con Lisa LaRue, sua attuale consorte (che quindi va a presentarmi). A quel punto mi e' sembrato scortese chiedergli come mai ai suoi ex compagni di band non piaceva sua moglie (gli americani sono molto meno diretti rispetto a noi e molte delle domande che noi normalmente facciamo loro le considerano troppo personali), allora ho pensato di aspettare che fosse abbastanza ubriaco per potergli quindi fargli sputare il rospo, pero' poi e' andata a finire che mi sono ubriacato io e mi sono completamente dimenticato di tutta questa storia. Il giorno dopo, pero', mi e' tornata in mente e ho scoperto che Lisa LaRue e' persino piu' famosa di suo marito nell'ambiente, ha suonato sia come solista sia in una band, ha avuto come compagni di gruppo gente come Don Schiff, John Payne, Ryo Okumoto, ed e' stata insignita piu' volte del titolo di miglior artista nativa americana. Ma pochi giorni dopo il mio nuovo amico mi confessa che sua madre e' stata una sorta di groupie del mondo progressivo, ha vissuto in Inghilterra per molti anni ed e' stata la donna di molti rocker durante i '70, con una speciale predilezione per i tastieristi, e li' mi mostra una foto di una giovanissima Lisa con un gia' attempato Keith Emerson. Quindi per colpa di questa sua reputazione, che tra l'atro risale a piu' di 40 anni fa, i Mars Hollow non hanno preso bene la decisione del loro leader. Roba da matti.
Sono anche andato al concerto dei King Crimson a San Francisco. Tralasciero' la parte relativa all'esibizione, dico solo che grande e' stata l'emozione nel vedere la mia band preferita dal vivo, soprattutto perche' mai e poi mai ci avrei sperato. Sono state due ore intense ed emozionanti, uno dei migliori concerti che abbia mai visto dal punto di vista tecnico e qualitativo, una soddisfazione che raramente ho provato. Se ora Peter Gabriel si riunisse ai Genesis e partissero in tour, potrei davvero morire dopo averli visti, non c'e' altro che devo fare in questa vita. Vorrei invece parlare della citta' di San Francisco, che mi ha stupito molto in positivo. Le citta' americane sono solitamente costruite a misura di macchina, i mezzi pubblici scarseggiano e la gente si muove quindi in macchina: Kansas City e' cosi', ma anche Los Angeles, Atlanta, Miami, Philadelphia, ecc. In queste citta' non c'e' il classico "passeggio" che abbiamo noi in Italia, la gente non cammina e si rinchiude nei locali. Citta' invece piu' simili al modello europeo sono New York, Chicago, probabilmente Seattle, e San Francisco: qui gli spazi sono piu' ristretti, a misura d'uomo, le distanze sono percorribili a piedi, i mezzi pubblici numerosi e largamente utilizzati, la gente va in giro a piedi e fa serata per la strada. Chicago e New York sono molto care e fredde, invece San Francisco, pur cara, ha il clima ideale, temperatura primaverile costante tutto l'anno. Inoltre la marijuana e' legale per uso terapeutico, l'uso ricreativo e' vicino ad essere legalizzato, e non e' raro vedere qualcuno che si accende una canna nel bel mezzo del via vai del centro. E nessuno si ferma a giudicarti. Infatti sono rimasto molto colpito dall'apertura di pensiero degli abitanti di San Francisco, dal numero di influenze e culture che caratterizzano questa zona, dove una persona su tre e' di origine asiatica (ho un debole per le ragazze asiatiche), dal numero di coppie e famiglie miste, dall'omosessualita' non vista come un demone da estirpare ma piuttosto un campo su cui investire, dal numero di ristoranti etnici dei tipi piu' disparati, i piccoli negozi alimentari, completamente assenti dove vivo io, che vendono cibo di qualita' controllata, dal numero di diverse culture che incontri in giro, dal fatto che a nessuno fregava niente se il mio accento era diverso! E poi, l'incredibile fermento culturale, gente a diffondere volantini a sfondo politico e sociale ad ogni angolo, artisti di strada, e tante altre cose. La prima sera l'ho passata al museo della scienza: c'era il dj a mettere musica e barman in ogni dove a darti cocktail mentre osservavi ed imparavi le robe scientifiche. Incredibile. E poi sono andato in spiaggia, ho visto spiaggie bellissime e leoni marini, e scoperto che il nudismo e' tollerato sulle spiaggie della California, non c'e' neanche bisogno di separazioni perche' il corpo umano altro non e' che una cosa naturale, e ho scoperto che voglio imparare a fare il surf. Insomma, ho deciso che fra un anno, un anno e mezzo, mi trasferisco a San Francisco.

domenica 28 settembre 2014

Lamanaïf - L'Uomo Infinito (2012)

E' un mesetto che ascolto questo album ogni giorno, a volte due volte al giorno. Erano anni che non mi capitava una cosa del genere. L'Uomo Infinito e' un lavoro particolarissimo, originale, che mal si colloca persino nel filone progressivo. I Lamanaïf prendono dal progressive l'approccio, la maniera di concepire la musica, multisfaccettata, cangiante, aperta a mille influenze, inoltre la teatralita' del cantante Esteban Vidoz avvicina ancor di piu' la band veneta al filone prog. E finalmente un cantante all'altezza, che aggiunge molto al suono, quasi lo trascina con se', mancanza cronica delle band italiane. La musica dei Lamanaïf e' impetuosa, di grande impatto, i musicisti non si risparmiano e non temono di affrontare stili pesanti, diversi e difficili da digerire. Il lavoro svolto dalle corde, chitarra e basso, e' impressionante, la batteria e' precisa ed udibile, ma mensione a parte merita la voce mutevole, robusta, presente, duttile, di un grandissimo Esteban Vidoz, il cui nome e la perfetta cadenza italiana fa pensare essere un italiano di seconda generazione, cosa che mi fa molto piacere. Purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni sul suo conto, ed anche la biografia del gruppo e' praticamente irreperibile. Dicevo, lo stile del cantante e' sicuramente influenzato da quello di Mike Patton, del quale ricorda certi esperimenti vocali, soprattutto del periodo Mr. Bungle e Fantomas, e l'uso della voce come strumento aggiunto, nel senso che alcuni suoni sono proprio riprodotti dall'ugola di Esteban, e questo e' solo uno dei caratteri peculiari del disco. Infatti ci sono massiccie influenze crossover, Faith No More, ma anche Rage Against the Machine, insieme a stacchi nu-metal, punk e cori urlati; altre canzoni sono invece piu' inclini al post-rock, oserei dire ricordano qualcosa dei Ministri o anche Zen Circus. La componente prog e' da ricercare nell'hard italiano, soprattutto Biglietto per l'Inferno, ma e' molto vaga. Insomma, un connubio ideale di influenze piu' disparate che fanno la gioia di chi ama diversi stili, l'Uomo Infinito riesce ad essere molto fedele a questo ideale, presentando un lavoro conciso, senza sbavature, intenso, trascinante, da assaporare lentamente e con attenzione. E' un disco impegnato, che richiede numerosi ascolti, e che affronta temi difficili come i conflitti interiori, le maschere che ogni giorno indossiamo, il contrasto fra realta' ideale e realta' attuale, gli amori ossessivi e malati. L'obiettivo e' ambizioso ma la band mantiene le aspettative, sciorinando un sound fluido e scorrevole, senza momenti di tregua, con testi coinvolgenti e una grandissima prova del cantante che li rende ancora piu' carichi di pathos. Gli altri membri del gruppo sono Matteo Florian al basso, Simone Bianco alla chitarra e Simone Sossai alla batteria, davvero tutti bravissimi ed ispiratissimi. L'album e' diviso in dodici tracce tutte diverse fra loro, delle quali quindi val la pena fare una rapida rassegna. Si comincia con una intro, come da migliore tradizione: L'Ipnotico Salto e' un pezzo nervoso e breve per percussioni e chitarra distorta, si fa subito sul serio. La seconda traccia, Rane, sfocia naturalmente dalla intro ed e' il brano piu' prog, trascinato da un riff di chitarra hard che ricorda molto la tradizione italiana; impressione confermata dal tono e dallo stile della voce di Esteban. Brano bellissimo, rapido, pulito, energico. Chi a questo punto si aspetta che l'album continui su questi binari rimarra' letteralmente di stucco. Infatti il pezzo seguente, (In)Stabile e' molto vicino al punk, o comunque una qualche contaminazione post/punk, con una seconda voce, sempre impersonata da Esteban, che urla letteralmente. Ma il cantante ci regala un altro saggio della sua incredibile duttilita' nei due brani seguenti, Magnolia e la title track, contaminati da stili musicali come l'alternative o il post rock, stili ai quali il prog e' ancora poco avvezzo; canzoni romantiche, malinconiche, introspettive, cariche di significato. Hic et Nunc cambia ancora registro cominciando su binari punk e virando verso il crossover alla System of a Down nella parte centrale, con Esteban che quasi rappa per un attimo, e conclude come aveva cominciato in meno di tre minuti di canzone. Si prosegue con Girotondo, la traccia piu' lunga con i suoi sette minuti, brano mutevole, a tratti hard a tratti post, con un ritornello curioso in cui il cantante imita con la voce il rumore che fa il disco quando scratcha. Puzzle! e' un altro esempio della camaleonticita' dei Lamanaif, spaziando fra rock'n'roll, alternative, prog; tutto cio' rispecchiato nella parte vocale, dinamica e versatile. La seguente, Insonne, e' piu' romantica e decadente, triste, introspettiva, il ritmo cala per un attimo, ma la tensione e' viva, la drammaticita' e' forte nella parole e nei toni degli strumenti. Vi e' poi un breve pezzo, Un Amore Chirurgico, che introduce la canzone successiva, a porre ulteriore enfasi su quello che la band probabilmente reputa il loro brano migliore. E' un pezzo parlato inizialmente, e concluso da leggeri accenni strumentali, esprime l'irrequietezza ed il nervosismo che precedono un'esplosione emotiva. Infatti l'Amami raccoglie la tensione creata e la espande all'infinito, grazie all'atmosfera carica e densa resa dagli strumenti, e i testi che cantano di un rapporto morboso e tormentato, che si conclude nella peggior maniera. Si tratta sicuramente di una delle canzoni migliori del disco, ma non la mia preferita, in quanto forse un po' eccessiva, tirata, a mio modesto parere la band esagera un po' nella parte finale, forse si e' puntato un po' troppo su questo brano. Ma questo e' davvero l'unico difetto di un disco altrimenti impeccabile. L'ultima traccia, I/O, e' nettamente piu' prog, trascinata dal basso e con una batteria che pesta alla grande; forse la canzone piu' melodica del lotto, conclude in maniera perfetta un disco sorprendente. L'Uomo Infinito e' senza dubbio una delle migliori uscite nell'ambito del prog italiano, una piccola rivoluzione di genere, spero che la band si mantenga su questi livelli a lungo perche' hanno davvero tantissimo da dire.

lunedì 7 luglio 2014

Humble Grumble - The Face of Humble Grumble (2008)

Gruppo belga capitanato da un ungherese, gli Humble Grumble partono dal folk per arrivare al jazz ed al funk, il tutto condito da una buona dose di humor ed ironia di stampo zappiano. Molti strumenti quindi, a creare quell'atmosfera eclettica, brani cangianti e quasi improvvisati, soluzioni inaspettate, ai limiti dell'avant-garde, tre voci e liriche fantasiose. Tutto comincia a Ghent nel 1996, da due dei membri della folk band Dearest Companion:l'ungherese chitarrista e cantante Gabor Voros ed il belga fiammingo nonche' bassista Tom Theuns. I due avevano scritto parecchi brani durante il periodo con i Dearest Companion, e decidono quindi di formare una propria band. Il primo album degli Humble Grumble e' di conseguenza formato dalle composizione dei due musicisti e viene autoprodotto nel 2000, chiamato Dreamwavepatterns, praticamente introvabile. Durante questi quattro anni i due hanno suonato in centinaia di locali in Germania e Svizzera, scrivendo brani on the road e suonando con musicisti raccattati lungo il cammino. A questo punto pero' Tom decide di abbandonare il compagno, e quest'ultimo prende la decisione di formare una band piu' stabile e provare magari a trovare un'etichetta ed un manager. Un nuovo lavoro vede quindi la luce quando siamo nel 2004, ancora autoprodotto quindi ancora introvabile, chiamato Rockstar. Il nucleo della band e' ora piu' regolare, con le cantanti Megan Quill e Franciska Roose, Jouni Isoherranen al basso e tastiere, Jonathan Callens alla batteria, Pieter Claus e' lo xilofonista, Pedro Guridi al clarinetto, Pol Mareen al sax e Jeroen Baert al violino. Il momento della svolta arriva finalmente nel 2005, quando il gruppo compone un album per celebrare i trent'anni di una band ungherese chiamata Kolinda con il compositore, anch'egli ungherese, Peter Dabasi, che sfocera' quindi nell'album 30 Years Kolinda, pubblicato dall'etichetta Pan Records nel 2006. Finalmente gli Humble Grumble hanno l'attenzione che si meritano e i primi due album vengono ripubblicati insieme in un nuovo disco chiamato The Face of Humble Grumble (2008) dall'etichetta Cocktailsoul. Seguono altri due lavori pubblicati dall'italiana Altrock Records, Flanders Fields (2011) e Guzzle It Up (2013). Il primo e l'ultimo mi sono piaciuti molto, questo The Face of Humble Grumble mi piace invece davvero tanto. Si sente che sono due opere prime, la genuinita' e la spontaneita' della proposta mi hanno conquistato. L'album comincia con il brano I'm Horny, giusto per introdurci al fantastico mondo degli Humble Grumble. La voce di Gabor, i fiati, lo xilofono, sono protagonisti principali di questo pezzo breve e rapido, con le voci delle cantanti a decorare e mugolare; atmosfera jazzata ed orecchiabile, ritmo intenso. La seconda traccia e' Dental Chair, che comincia con un assolo di chitarra accompagnato ancora dallo xilofono; ben presto i fiati incalzano e prendono il controllo della situazione, duettando piacevolmente con la batteria e le percussioni; in seguito fa capolino la voce che, delirando, ci conduce verso il ritornello, che parla di sedie da dentista. Il fatto che ci sia un ritornello ci suggerisce che i brani sono strutturati in forma canzone e, pur presentando virate e cambi di ritmo, si mantengono comunque definite in una struttura regolare. Arriviamo quindi alla terza traccia, Marriage, che comincia con l'alternanza fra un pezzo cantato ed un pezzo strumentale tirato e carico; e' questo in pratica il leit motive del brano, pero' la parte vocale e quella strumentale cambiano in continuazione, mutando dal folk, al jazz, al pop. I'm so Blue comincia con una reprise di un pezzo classico di cui non conosco il titolo, e' il brano piu' lento e malinconico nelle intenzioni, anche se e' impossibile non sorridere all'ascolto di questo brano; chitarra e voce femminile conducono, con i fiati ad intercedere e riproporre il motivo iniziale, canzone schematica ma ben riuscita. Wineless Mind comincia con sax e clarinetto ad incrociarsi e duettare, descrivendo quello che sara' il riff conduttore della canzone, presto la batteria e l'immancabile xilofono incalzano, la voce e la chitarra un attimo dopo; il resto del brano e' dedicato ad un solo di chitarra prima e di sax poi, per infine riproporre la parte cantata. Rockstar alza il tono, partendo a razzo con un'orecchiabile strofa cantata con batteria e chitarra in evidenza; il brano poi evolve grazie alle tastiere, i fiati e la voce del cantante, che si lasciano andare a soli ed evoluzioni spettacolari, mentre il coro iniziale viene ripetuto ciclicamente. Purple Frog comincia con un solo di basso che viene presto accompagnato dai fiati e dal violino, e' una canzone che non cambia cio' che abbiamo sentito finora: ritornello orecchiabile ed in mezzo evoluzioni, soli, improvvisazioni, stacchetti, il tutto molto piacevole. Love Song e' la degna conclusione di questo ottimo lavoro: curiosamente riprende il giro di sax con cui si era conclusa la traccia precedente, facendone il conduttore del brano, il tutto intervellato dai soliti duetti fiati-tastiere, chitarra-fiati, e cosi' via. Quando fa finalmente capolino la voce siamo ormai a meta' brano, e l'atmosfera improvvisamente cambia, facendosi celestiale e solenne, anche se e' ancora una volta impossibile non cogliere l'ironia della situazione. La canzone torna ad essere strumentale a questo punto e volge al termine con lo stesso slancio con cui era iniziata. Una delle migliori band belghe di sempre, consiglio l'ascolto di tutti e quattro i loro album e questo in particolare.