mercoledì 17 ottobre 2018

Non viviamo per essere salvi, viviamo per essere giusti

E' un periodo storico in cui la mia fede nell'umanita' e' ai minimi termini, fra rigurgiti autoritaristici in aumento quasi globalmente, semianalfabeti che si ritengono allo stesso livello culturale di fisici nucleari e neurochirughi, ed un pianeta che sta morendo mentre il mondo occidentale fa spallucce, i piccoli grandi gesti di umanita', di compassione, ma anche di buon senso e di ribellione ad un sistema ingiusto mi fanno riconquistare un minimo di fiducia. Quando poi questi gesti sono eclatanti ed eroici come quello che e' successo a Riace magari per un giorno o due posso anche pensare che ci sia ancora speranza. A tal proposito, vorrei esporre il parere di un professore di legge dell'Universita' della Calabria, parere che mi e' stato passato tramite messaggio da mia mamma, giurista anche lei.


Ho atteso alcuni giorni prima di intervenire pubblicamente sull’arresto del sindaco di Riace. Ho voluto prima leggere l’ordinanza del Gip, ho voluto riflettere su tanti commenti, ho voluto lasciar sedimentare le mie emozioni. Per diverse ragioni – non ultimo, il mio ruolo di docente di materie giuridiche che insegna ai propri allievi il valore della legge, il diritto della critica e dell’impegno per cambiare le norme ingiuste ma anche il dovere di rispettarle finché vigenti – ho ritenuto di non poter confinarmi in uno slogan (io sto con Mimmo Lucano, questo è certo) ma di dover articolare il mio pensiero, distinguendo alcuni profili, a mio avviso i più rilevanti, della vicenda. C’è innanzitutto l’aspetto giuridico-formale. Posto che il Gip liquida molti dei capi d’accusa (e inviterei tutti a soffermarsi su questo dato: è abbastanza raro che un Procuratore capo sia così clamorosamente smentito in sede di valutazione delle richieste di misura cautelare) e che la vicenda dei matrimoni combinati è risibile (è davvero incredibile che per un (1) matrimonio forse combinato e un (1) matrimonio suggerito e nemmeno celebrato si parli di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) l’unica accusa rimasta in piedi è quella relativa all’affidamento diretto del servizio di raccolta differenziata a cooperative prive dei requisiti richiesti. Rispetto a questa accusa Mimmo Lucano è un cittadino come tutti gli altri. Dovrà difendersi secondo le regole, ha diritto ad essere considerato innocente fino all’ultimo grado di giudizio e dovrà pagare nel caso abbia sbagliato. Si può e si deve aggiungere che non gli viene contestato nessun arricchimento personale, che l’affidamento riguarda un servizio erogato in un piccolissimo centro abitato e quindi per importi molto contenuti e che è del tutto evidente la sproporzione dei mezzi d’indagine utilizzati e della misura cautelare applicata, ma chiunque – anche se vittima di un accanimento investigativo – deve essere giudicato come tutti gli altri. Accanto a queste considerazioni ci sono quelle più propriamente politiche. Le dichiarazioni di Salvini (e anche di alcuni deputati 5 stelle) sono inaccettabili in qualunque contesto democratico. La criminalizzazione delle idee altrui, la volontà di annientamento degli avversari, l’odio sparso a piene mani, la strategia di estremizzazione delle posizioni ravvivano ancora una volta l’allarme sullo scivolamento di questo paese verso una democrazia svuotata dei propri valori e riempita di autoritarismo. Allo stesso modo, l’azione sempre più dura di pezzi della magistratura e dell’apparato statale in Calabria sta conducendo verso l’azzeramento di esperienze scomode e alternative, con il rischio (o la volontà) di sterilizzare i fermenti positivi che ancora si sviluppano in questa Regione. Tra scioglimenti dei comuni, interdittive antimafia e ordinanze di custodia cautelare poi annullate si sta colpendo – da Cortale a Gioiosa a Riace – sempre più spesso chi non è allineato. Guardare alla magistratura e/o alle prefetture con la massima fiducia e con la speranza che da loro venga lo sradicamento della ‘ndrangheta e della mala politica non può significare accettare acriticamente che esse si posizionino oltre la legge. Ma non è ancora questo il punto. Se si inscrive la vicenda di Mimmo Lucano dentro un perimetro esclusivamente legalitario o politico non si può comprendere quello che è accaduto in questi anni a Riace. Riace è stato un modello si è chiesto qualcuno in questi giorni? Penso di si, penso anche che forse lo abbiamo rivestito di una retorica eccessiva e non abbiamo voluto vederne alcuni limiti (ad esempio, si dovrebbe riflettere sulla capacità o meno di generare sviluppo economico duraturo una volta ripopolati i borghi), ma Riace ha parlato al mondo della possibilità di salvare le vite degli ultimi, di dar loro una speranza, di costruire incontri, di privilegiare l’umanità invece del denaro. E soprattutto Mimmo Lucano è stato un uomo, un uomo che ha caparbiamente e generosamente dedicato le proprie energie verso uomini e donne che non conosceva, che avevano un altro colore dal suo, che scappavano da guerre lontane. Un uomo che ha fatto indubbiamente, evidentemente, costantemente del bene. E’ per questo dato – l’umanità che trionfa in un minuscolo paesino della Locride mentre soffre nel resto del mondo – che Mimmo Lucano dovrebbe essere candidato per il premio Nobel della Pace. Anche, o forse soprattutto, se avesse violato qualche norma procedurale o non avesse osservato qualche disposizione di legge. Per i suoi eventuali errori dovrebbe pagare, ma allo stesso tempo per i suoi evidenti e straordinari meriti dovrebbe essere riconosciuto per quello che è: un uomo speciale, un  eroe. Qualche giorno fa, prima di questa vicenda, all’inizio del mio corso ho chiesto ad alcuni studenti di leggere un libro di Natalia Ginzburg (Serena Cruz, o la vera giustizia) per poi discutere del rapporto tra legge e giustizia. La tensione tra legge e giustizia affonda nella notte dei tempi e sappiamo anche che non sempre chi sta dalla parte della giustizia ottiene ragione. Ma questo non è un motivo sufficiente per non continuare a stare dalla parte degli indiani, come direbbe il mio amico Giancarlo Rafele. Chi, come me, insegna diritto nelle aule universitarie, insegna – deve insegnare - anche a non trasgredire la legge. Ma se mai mi capitasse di essere sindaco della mia città e di trovarmi dinanzi ad una regola che sento profondamente ingiusta e dalla quale può dipendere la vita di una persona, proprio come Mimmo Lucano non esiterei, assumendomene tutte le responsabilità, a trasgredirla. Non viviamo per essere salvi, viviamo per essere giusti.

venerdì 30 marzo 2018

Titus Groan - Titus Groan (1970)

I Titus Groan sono una band inglese attiva alla fine degli anni '60 che riesce a pubblicare un solo album, omonimo, nel 1970, e che prende il nome da un romanzo gotico di Mervyn Peake, molto simile a Tolkien nello stile. A tale album seguira' la pubblicazione di tre singoli che pero' risulteranno essere l'ultimo lascito di questo gruppo che si scioglie di li' a poco e svanisce nell'oblio rock. Questi tre singoli diventeranno poi bonus track della ristampa dell'album in questione, ristampa che consiglio caldamente visto che le tre canzoni menzionate sono alcune fra le migliori. Come tantissimi gruppi tardo sessantini, i Titus Groan fanno inconsapevolmente prog, nel senso che mischiano diversi stili nel tentativo di risultare originali e contribuiscono cosi' alla nascita di un nuovo genere, esattamente come Jethro Tull, Gentle Giant e molti altri. Ho citato questi due gruppi perche' il sound dei Titus Groan vi si avvicina molto, tentando una commistione di folk, hard rock e jazz, con fiati come flauto ed oboe che donano quel tocco folk, e la chitarra che si prende la responsabilita' di occuparsi della parte piu' rock, il tutto in maniera molto melodica ed orecchiabile, senza spigolosita' o soluzioni audaci. I musicisti sono Stuart Cowell a tastiere, chitarra e voce, Jim Toomey alla batteria, Tony Priestland suona sax, flauto ed oboe, infine John Lee e' il bassista, tutti scomparsi nel nulla al termine di questa fugace avventura, a parte Toomey che suonera' per qualche altro anno nei Tourists prima di sparire anche lui. Val la pena fare menzione del fatto che i Tourists sono stati una band pop inglese attiva nei tardo anni '70 dalla quale emergeranno Annie Lennox e Dave Stewart, fondatori ed unici membri degli Eurythmics. E devo quindi tessere le lodi di etichette come la Esoteric Recordings, che stanno facendo un lavoro di recupero e restauro incredibile, riportando alla luce band oscure ma validissime, che ebbero l'unica colpa di essere troppo in anticipo sui tempi.
Si parte con It Wasn't For You, pezzo di 5 minuti e mezzo molto rockeggiante e jazzato, con chitarra e fiati in grande evidenza. Non uno degli episodi piu' rilevanti dell'album, ma canzone piacevole e scorrevole, che mette subito in chiaro gli intenti della band. Segue il brano piu' lungo, i quasi 12 minuti di Hall of Bright Carvings, un po' il "manifesto" del gruppo, visto che vi sono concentrati tutti gli stili e tutte le influenze che questi ragazzi hanno assorbito e sono in grado di riprodurre. Inutile dire che e' una delle migliori canzoni del disco, anche se non la mia preferita, e che e' molto facile perdercisi, visto che non segue una struttura regolare, e' un'alternanza di umori e di atmosfere, sfuriate strumentali e momenti piu' calmi, cori e fiati, basso e batteria sempre protagonisti, assoli di chitarra, un gran bel sentire insomma. La terza traccia, I Can't Change, e' una delle meglio riuscite ed una delle mie preferite, condotta da flauto e voce, leggermente malinconica e tendente al folk, anche se la batteria incalzante e la chitarra sempre presente vivacizzano l'atmosfera; il prog esplode verso la meta' (la canzone e' lunga 5 minuti) con un refrain che taglia completamente con quanto sentito finora, fra la psichedelia e il jazz, per poi lanciarsi in un pezzo rock'n'roll quasi country prima e tendente al pop dopo. Strumenti e voce cambiano camaleonticamente durante tutta la durata della canzone per adattarsi ai diversi stili rappresentati; ragazzi, questo e' un gran pezzo. It's All Up With Us comincia con una bella intro di sax, basso e voce, morbida e catchy, a meta' fra folk e pop, per poi evolvere sugli stessi binari con gli strumenti che a mano a mano si intromettono e si incastonano nel sound; pezzo che non presenta cambiamenti netti o variazioni spinte, forse il brano piu' omogeneo del disco, ma che fa volare i 6 minuti di durata grazie all'indovinata melodia. Fuschia (scritto proprio cosi', e' un typo) e' un'altra delle mie canzoni preferite e chiudeva la versione originale di quest'album; molto rockeggiante, chitarra abrasiva e flauto sullo sfondo, la voce si occupa della conduzione, grazie ad un motivo ancora una volta piacevolissimo e di facile assimilazione. Di nuovo 6 minuti di canzone che non sfoggia particolari cambi di stili, ma la melodia, quella si' che cambia, ed e' sempre un gran sentire, e' come due o tre tracce pop racchiuse in una. Sesta traccia della ristampa, Open the Door Homer, segna un piccolo cambiamento verso sonorita' piu' accessibili che caratterizzano tutte e tre le bonus track; non una rivoluzione, non un cambiamento cosi' evidente, ma si percepisce il tentativo della band di andare oltre il fallimento commerciale dell'album, cercando di rendere lo stile piu' semplice e di immediata fruizione. Canzone di tre minuti e mezzo, trascinata da voce e flauto, un pop carino e nulla piu'. Woman of the World migliora un tantino, sempre di pop rock si tratta, ma si sente anche blues e folk, inoltre il fatto di aver mantenuto i fiati come parte portante della melodia segna punti a favore del nuovo sound, che cosi' diverso dal vecchio poi non e', giusto un pochino piu' semplice. E questa sensazione e' confermata dall'ultima traccia e terza bonus track, Liverpool, di nuovo quasi 6 minuti di lunghezza, mix di diversi stili, cambi di tempi e sonorita' nella stessa canzone, melodia sempre e comunque orecchiabile, ci sono tutti gli ingredienti per un'ottima canzone prog e degno finale di un lavoro molto riuscito.
Inutile ripetersi ancora sulla magnificenza della musica proveniente da quel periodo, i lavori di scavo dell'underground inglese continuano a dissotterrare gemme imperdibili come questa, quindi e' meglio tenersi aggiornati.

giovedì 25 gennaio 2018

Hail Spirit Noir - Mayhem in Blue (2016)

Gli Hail Spirit Noir sono una band greca di Tessalonica, nati nel 2010 e con tre album all'attivo: i primi due piu' inclini verso il metal, quest'ultimo Mayhem In Blue invece e' molto piu' prog, quindi presenta diversi stili ed influenze, come da tradizione. I membri ufficiali sono solo tre, il cantante e chitarrista Theoharis Liratzakis, il sintetizzatorista Haris, entrambi membri di Transcending Bizarre? e Rex Mundi, band black metal e thrash metal rispettivamente, ai quli si aggiunge il session-man Dimitris Makrantonakis, bassista, chitarrista e tastierista che ha preso parte a lavori di Transcending Bizarre? e Synesthesia fra i tanti. I tre si avvalgono dell'aiuto di altri musicisti per completare i propri lavori, in questo caso abbiamo Dimitris Dimitrakopoulos alla voce pulita e Håkon Freyr Gustafsson alla batteria. Il particolare della voce pulita e' chiave in questo contesto, infatti marchio di fabbrica inconfondibile e' la voce graffiante, rauca, black metal di Theoharis, che aggiunge quel tocco di peculiarita' ad un sound gia' unico di suo. Il suono della sua voce all'inizio non piacera', io stesso non l'ho ancora completamente assorbito e sto ascoltando questo album da un paio di mesi a questa parte, pero' francamente se provo ad immaginare questo disco con un'altra voce non sono sicuro che mi piacerebbe alla stessa maniera.

Il gruppo descrive il proprio sound con le seguenti parole: "Un miscuglio di elementi psichedelici, musica horror, melodie tristi e black metal moderno", descrizione che calza a pennello, ma io aggiungerei che i nostri amici greci "semplicemente" fanno prog, un prog originale, trascinante e particolare al punto giusto. Molti gruppi hanno cercato un connubio psych/black con scarsi risultati, mentre gli Hail Spirit Noir riescono a trovare la giusta miscela, grazie a tastiere spacey molto seventies che ci portano in territori da trip acidi, e grazie a chitarra e batteria che donano quel tocco metal con drumming e riff pesanti, ma la cosa piu' stupefacente e' che il sound si mantiene comunque orecchiabile e di non troppo difficile assimilazione. Dopo un paio di ascolti le melodie cominciano ad essere riconoscibili, anche se ci vuole un po' piu' di tempo prima che il lavoro conquisti. Ancora una volta, tempo ben impiegato.
L'album e' diviso in 6 tracce per 40 minuti di musica, 40 minuti che passano in un attimo. Canzoni bizzarre e musica eccentrica, ma raramente inquietante e mai spiacevole, il gruppo ingentilisce i toni e smussa gli spigoli degli album precedenti, per regalarci un'opera piena di ritmo e groove, aspra e ruvida quanto basta, imprevedibile senza scadere nella confusione, variegata, ricca, infernale, un gioiellino insomma.
Si apre con I Mean You Harm: suoni spaziali fanno da introduzione, poi chitarra, basso e batteria fanno partire un indovinato motivo hard rock, con subito la voce che incalza e l'organo che decora il tutto con note psichedeliche ed agghiaccianti. La canzone prosegue su questi toni fino alla fine, con un ottimo lavoro di basso e batteria che contribuiscono a mantenere il ritmo su binari spediti e coinvolgenti. Il suono della voce spiazza al primo ascolto, non e' un suono aggraziato e neanche piacevole, e' di sicuro particolare e necessita di numerosi ascolti per essere digerito, o almeno cosi' e' stato per me. Un po' come la voce di Ferretti, all'inizio sembra la cosa piu' brutta del mondo, poi, una volta assimilata, si comprende che la musica dei CCCP non potrebbe essere concepita senza la sua voce.
Si continua con Mayhem in Blue, il primo pezzo lungo con i suoi quasi 8 minuti: l'introduzione e' di nuovo lasciata al sintetizzatore che, accompagnato da basso e batteria, ci porta di nuovo nello spazio gelido e profondo; l'atmosfera si addensa e si appesantisce, l'aria si fa greve quando la voce si intromette, stavolta pulita, di fatto a prendere il controllo del brano. Voce e sintetizzatore si alternano cosi' alla conduzione fino a meta' canzone circa, quando i ritmi si abbassano senza pero' perdere in drammaticita', e stavolta e' la chitarra a fare da protagonista, con arpeggi lisergici, salvo poi lasciare il campo al sintetizzatore nuovamente che si unisce a basso e batteria per far ripartire il ritmo e riportare l'aria alla pesantezza cui ci aveva abituati. Si prosegue cosi' fino alla fine, la drammaticita' e' tangibile e tutti gli strumenti, compresa la voce ora gracchiante come non mai, si uniscono per un finale teso e tragico.
Riders To Utopia, la terza traccia, stavolta comincia con organo e synth, molto marziale e severa, in seguito voce e chitarra subentrano con un motivo indovinato ed orecchiable molto incline al metal, che si alterna al motivo di organo sentito in apertura per il resto della canzone. Brano che scorre via in un lampo tant'e' veloce e affascinante, infatti i due loop descritti sono cosi' solidi da reggere da soli tutta la traccia. Canzone che comunque evolve e mostra diverse sfaccettature e spunti personali.
Nella canzone seguente, Lost in Satan's Charm, secondo ed ultimo pezzo lungo della durata di quasi 11 minuti, il pezzo iniziale e' qualcosa di circense o carnevalesco, ma con clown assassini armati di ascie ed affamati animali zombie, tanto decadente e tragica e' l'atmosfera resa da synth e voce, con tanto di percussioni e campane ad accentuare la sensazione di essere in uno scenario horror. Verso i due minuti e mezzo il pezzo cambia completamente, la chitarra subentra con un altro riff roccioso e metallico, sul quale si innesta la voce, nuovamente pulita, e l'organo, a descrivere un motivo molto catchy. Ma cio' non e' sufficiente per i nostri musicisti greci, che pensano bene di cambiare nuovamente registro verso meta' brano, con la voce che perde grazia e la chitarra che si incattivisce, lanciandosi nell'ennesima variazione sul tema; sempre rimarchevole il lavoro svolto dalla sezione ritmica. Grazie all'alternanza di quanto fatto sentire finora in questo brano, la canzone e' portata fino alla fine con una facilita' disarmante, il talento dei musicisti e' palese ed e' dimostrato dal fatto che nessun riff, quando ripetuto, e' uguale a se stesso, c'e' sempre qualcosa di diverso, un particolare in piu', un dettaglio trasformato.
The Cannibal Tribe Came From the Sea ci fa ora viaggiare su lidi seriamente spaventosi ed orripilanti, questa traccia si appoggia alla voce ed agli intrecci chitarra/organo per prendere una direzione psichedelica e metal, tirata e francamente bellissima. Visto che siamo comunque in ambito prog, il brano cambia ancora prima di aver raggiunto la meta', il ritmo scende per un attimo ma poi reincalza, la chitarra si fa acida ed aggressiva, il pezzo diventa un'altalena di umori diversi, fra psichedelia e toni freddi, soli di chitarra metal, marce tribali, suoni ossessivi e ripetitivi, voce graffiante.
Infine, How to Fly in Blackness, l'ultimo pezzo, e' il piu' diverso del disco e la ciliegina sulla torta a chiudere un album vicino alla perfezione secondo il mio modesto parere. La voce e' pulita, le tastiere atmosferiche, ritmo ora basso e si ode persino un piacevole sax di sottofondo. Le tastiere sono grandi protagoniste di questa traccia, descrivendo un motivo tenue, lento e celestiale, al quale pero' non e' permesso tirarci su troppo l'umore, grazie al basso ed alla batteria che mantengono l'aria drammatica e solenne. A questo punto anche la voce si lascia trascinare dalla gravita' della situazione, facendosi piu' abrasiva. Il brano viene lasciato gradualmente tranquilizzare, gli strumenti lentamente scemano ed una chitarra acustica porta la canzone a degna conclusione.
Un album avventuroso, memorabile, dinamico, che non si lascia spaventare dall'audacita' della proposta, ma anzi la sfrutta per sfoderare un suono unico ed originale, senza essere per forza complicato o arzigogolato, al contrario si mantiene semplice e catchy, ed e' questo il miracolo degli Hail Spirit Noir. Ad oggi il prog riesce ancora a regalarci affreschi musicali di rara bellezza, il prog non morira' mai perche' e' come l'universo, si espande e muta all'infinito.

martedì 7 novembre 2017

La Desooorden - Ciudad de Papel (2007)

I La Desooorden sono un gruppo cileno attivo dal 1994 e che ha pubblicato 5 album in totale, di cui questo Ciudad de Papel e' il penultimo. I primi tre album sono un attimo diversi rispetto a quello in questione, piu' orientati verso il jazz e la musica tradizionale cilena, mentre Ciudad de Papel, pur partendo da una base jazz e folk, si arricchisce di elementi dark e persino doom, rendendo il sound estrememante eclettico e vario. E' proprio l'estrema varianza il particolare di spicco di questo album, poche band oggigiorno riescono ad incorporare cosi' tanti stili senza risultare pretenziosi, caotici o eccessivi; ogni nota e' misurata, ogni intreccio estremamente curato, in ogni frangente si sente lo sforzo della band nel cercare equilibrio, semplicita' ed armonia.
I La Desooorden decidono di affrontare argomenti difficili nelle loro liriche, come politica, societa', episodi storici scomodi, e piu' volte sono stati finanziati dal governo stesso nelle loro opere, essendo i loro album riconosciuti come patrimonio culturale nazionale. Ciudad de Papel parla infatti di inquinamento e cambiamenti climatici.

Il gruppo si schiera con una formazione di sette elementi, con due cantanti di ruolo ed ampia strumentazione, proprio per quell'ecletticita' di cui sopra: Alfonso Banda suona la chitarra, Fernando Altamirano e' cantante e suona la trutruca, che e' uno strumento tradizionale cileno a fiato, Francisco Martin suona basso, piano e didgeridoo, Karsten Contreras e' il secondo cantante, e suona anche l'ocarina, Peter Pfeiffer suona sax, tromba, didgeridoo, trutruca ed ocarina, Benjamin Ruz e' il violinista, infine Rodrigo Gonzalez suona batteria e prcussioni.
L'album, della durata di un'ora, scorre fluido e piacevole, senza momenti di stanca, risultando molto interessante in ogni suo frangente; e' diviso in 12 tracce della massima durata di sette minuti e mezzo, che possono anche essere molto diverse fra loro, ma ogni traccia cerca di trovare consistenza, coesione interna, visto che di certo non si puo' parlare di omogeneita'. Pur presentando cambi di tempo ed umori diversi al proprio interno, ogni traccia cerca comunque di mantenere al minimo la varianza. La cosa bella e' che si percepisce comunque un senso di continuita' passando da una canzone all'altra. Il risultato e' dei migliori.
Il lavoro si apre con Fumarolas Del Alma, che presenta elementi folk, quindi percussioni e chitarra acustica; si respira decadenza per buona parte della canzone, il finale e' molto piu' elettrico. Si prosegue con Ciudad De Papel, e stavolta l'atmosfera si fa doom, grazie ad un trascinante basso e con una interessante tromba a condurre, quando non sono pesanti riff di chitarra; canzone molto variegata che finisce con uno strumento che sembra essere uno scacciapensieri, ma non ne sono tanto sicuro. La terza traccia, El Llamado del Totoral e' un intermezzo di due minuti e mezzo con didgeridoo e percussioni, molto folk e tribale nel suo incedere; segue El Gran Acuerdo che cambia ancora le carte in tavola: introdotta da fiati e voce, evolve in un jazz elettrico e spedito, con ottimi intrecci fiati/chitarra. Migraciones Eternas e' la seconda traccia piu' lunga del disco, dopo Fumarolas del Alma, e prosegue sulla falsariga della precedente: base jazz ma basso pesante e pulsante, si colora presto di doom e comincia a correre spedita con gli strumenti che pestano alla grande, per poi arrestarsi a meta' e tornare su lidi jazz, caldi e rassicuranti, salvo poi il sopraggiungere di un canto tribale a rendere l'aria inquieta e nervosa, coadiuvato dai fiati, che porta cosi' a termine una delle tracce migliori del lotto. Dopodiche' si cambia ancora: sono solo io a pensare che le voce angeliche dei bambini quando cantano in un coro sono terribilmente inquietanti? La Voz de los Niños e' composta esclusivamente da un coro di bambini accompagnato da solo piano, si tratta di un altro intermezzo di quasi tre minuti, degno della soundtrack di un film horror. Il settimo brano, Acción Por los Cisnes vede un'introduzione jazz, poi percussioni e chitarra distorta rendono bene un'atmosfera tesa e nervosa, senza discostarsi troppo da territori jazz, che vengono calpestati anche per il finale, piu' calmo e melodico, con canto e fiati quasi ipnotici. Tralcao (Lugar de Truenos) sembra quasi una canzone dei 99Posse e il cantato sembra quasi napoletano: percussioni, voce e scacciapensieri descrivono un groove ipnotico al massimo, che sfocia in Homínidos (Historia de Seres Nerviosos), brano seguente, strumentale hard rock, abrasivo ed aggressivo, condotto da perfetti intrecci di chitarra e fiati. La decima traccia, Los Trabajadores, e' piena di controtempi e tempi dispari, pesante ed opprimente, con ottimi duelli basso/chitarra inframezzati dalla voce e dai fiati. Infine, E·N·E·U·J (Esto No Es Un Juego) e' la canzone piu' metal, la piu' aggressiva del disco, con chitarra e batteria che corrono a mille, mentre Boletos Para Ir, che chiude l'album, e' ancora una volta diversa nello stile, piu' calma e triste, con i fiati che si fanno piu' melodici e la chitarra che si fa acustica, una voce decadente ne e' grande protagonista.
Personalmente ritengo Ciudad de Papel uno dei migliori album di prog eclettico, sia dal punto di vista della musica che dei testi; un album equilibrato, lungo al punto giusto, interessante e coinvolgente, che racchiude alcune canzoni che sono dei piccoli capolavori.