domenica 19 giugno 2016

Boris 01x01 - Il Mio Primo Giorno - My First Day (English Subs)

Boris e' la mia serie italiana preferita, una delle pochissime serie italiane che potrebbe competere a livello internazionale, ma a differenza di 1992, Romanzo Criminale, ecc., non e' mai stata davvero presa in considerazione, ne' in Italia ne' all'estero. Per restituirle la fama che merita, ho scritto i sottotitoli in inglese della prima stagione, che postero' gradualmente su youtube, sperando che non me la tirino giu' per i copyrights. Nota aggiuntiva, l'attore che interpreta Lorenzo e' di Matera, e ogni volta che torno a casa lo incontro in giro, proprio ogni volta, ormai mi saluta.

venerdì 26 febbraio 2016

Autumn People - Autumn People (1976)

Gli Autumn People sono un'oscura band di Phoenix, Arizona, formatasi nel 1968 e che ha dato alle stampe un unico omonimo album nel 1976, per poi scomparire nel nulla. Non si hanno notizie biografiche sulla band e anche scoprire che fine hanno fatto i quattro musicisti non e' stato facile. Larry Clark, il chitarrista e cantante, e' rimasto nel giro musicale suonando in diverse band e pubblicando parecchi album, come anche il tastierista e cantante Danny Poff, mentre del bassista Cliff Spiegel e del batterista Steve Barazza non si sa piu' nulla, neanche se siano ancora in vita. Ed e' davvero un peccato, il batterista mi sembra il piu' dotato dei quattro, come e' anche un peccato che la band sia morta cosi'. Come tutti i gruppi americani, il sound degli Autumn People e' distante dai modelli inglesi, tendente all'infinito verso quel punto d'incontro fra pop e prog, con canzoni sbilanciate verso l'uno o l'altro lato. La band non va molto per il sottile, bada alla sostanza, puntando su solide e calde basi melodiche affiancate da spunti individuali, fughe psichedeliche e un pizzico di hard rock. Personalmente e' un album che mi e' piaciuto molto, non troppo complicato ne' lungo (40 minuti), con melodie che cominciano ad essere riconoscibili gia' dai primi ascolti. E' un album solido ed omogeneo, con qualche picco e qualche pecca, che scorre via fluido e piacevole. La prima traccia e' Rock & Roll Fantasie, abbastanza rock difatti, che si regge tutta su un indovinato riff di chitarra e sul canto, roccioso e robusto anch'esso, affiancati da semplici linee di synth ed un ottimo drumming. Traccia sufficientemente indovinata da non avere bisogno di variazioni e che fa passare 3 minuti e mezzo in un lampo. La seconda canzone, Feeling, e' piu' intimista e meno solare: introdotta da struggenti note di organo, la chitarra vi si inserisce con grande naturalezza ed il canto fa il resto. Come la traccia precedente, non ci sono troppe variazioni, salvo un ottimo solo di chitarra nella parte centrale. Quanto sentito finora si puo' difficilmente collocare nel genere progressivo, e' piu' un pop raffinato ed elaborato. Per sentire qualcosa di piu' prog dobbiamo aspettare il terzo brano, See It Through: piu' variabile, con ottimi intrecci chitarra-basso, cori e tastiere psichedeliche. Il canto e' impeccabile, cattura bene l'attenzione dell'ascoltatore, mentre gli strumenti collaborano fra loro alla perfezione. Never See the Sun e' la naturale continuazione della traccia precedente: con una minima variazione armonica i nostri costruiscono un altro brano, e non e' roba da tutti. Ancora pop come base, melodie orecchiabili, canto indovinato e riff di chitarra solido come granito, ma il prog e' li' che fa capolino, quando i musicisti decidono di lasciarsi andare alle proprie, seppur brevi, intuizioni personali. Nessuna delle quattro canzoni sentite finora raggiunge i 4 minuti, mentre cio' che ci apprestiamo ad ascoltare ora e' il primo di tre lunghi brani in successione, fra i 6 ed i 7 minuti di durata. Gabriel, la quinta traccia, vuole probabilmente essere il pezzo piu' prog: decadente, malinconico, si discosta per un attimo dalla spensieratezza d'animo sentita fin qui, ed anche i ritmi ovviamente si fanno piu' rilassati e le atmosfere piu' soffuse. Cio' che purtroppo ne perde e' la melodia, forse questa e' la canzone meno indovinata del disco. Ovoid & Cubicle, la traccia piu' lunga, torna su binari piu' caldi ed accoglienti, con un attacco molto ben costruito, fra voce, chitarra e basso. Dopo un minuto e mezzo i musicisti si lanciano in una jam che durera' quasi fino alla fine della canzone: chitarra sempre presente ora con strimpellate, ora con soli; tastiere atmosferiche in certi frangenti o acide nella conduzione in altri; basso e batteria sempre in grande spolvero; voce distorta ed ossessiva; sono gli ingredienti di questa splendida marmellata sonora. Una reprise del motivo iniziale conclude il pezzo piu' elaborato del disco, di sicuro uno dei momenti migliori. Moon's Dancing, il settimo brano, e' introdotto da flauto, chitarra e canto, che dipingono un tema triste ed etereo, grazie a pennellate strumentali leggere, che rendono bene un'atmosfera rarefatta e decadente. La canzone evolve leggermente, grazie all'ingresso delle tastiere, che accentuano le sensazioni provate fino a questo punto, mentre ottimi soli di chitarra arricchiscono il tutto e stiracchiano il pezzo. Il flauto chiude il brano con un altro pezzo di bravura. Interlude e' una breve traccia di passaggio condotta da tastiere solenni e spaziali, e scrivere un brano di due minuti e mezzo per sola tastiera che non annoi e' impresa non da poco. Infine vi e' Coffin Maker (probabilmente si parla del diavolo), il brano piu' hard dell'album e degno finale: dure sferzate di chitarra fanno da apripista, con le tastiere che salgono e permettono cosi' alla chitarra di cambiare registro e far partire il loop metallico che reggera' tutto il brano. Ad un certo punto gli strumenti si scambiano, le chitarre vanno sullo sfondo e reggono il gioco alle tastiere, che ora sono passate alla direzione e sono libere di spaziare. Il canto e' sempre perfettamente incastonato nel contesto e si adatta ai diversi umori. Un ultimo, grande e grosso riff di chitarra chiude traccia e lavoro. Insomma, un album curato, ispirato, originale, piacevolissimo all'ascolto, un'altra perla sconosciuta dell'undergorund prog e un'altra band dall'incredibile potenziale che ha dovuto chiudere bottega a causa della scarsa attenzione da parte del pubblico. Ci fosse stato internet negli anni '70.

mercoledì 28 ottobre 2015

Troya - Point of Eruption (1976)

Altra gemma rara dell'underground prog da parte di una band della quale non si sa niente, nata e scomparsa nel nulla nel giro di pochi anni, dopo aver dato alle stampe un unico album registrato con mezzi scarsissimi. Non erano i tempi di internet e dei software di registrazione, non erano neanche i tempi degli strumenti digitali, quindi si possono immaginare le difficolta' incontrate da una band dalla disponibilita' economica praticamente nulla. Nonostante tutto cio', nel 1976 il disco viene autoprodotto e distribuito in un numero limitato di copie, 200 per la precisione, l'impatto del disco sul mercato e' di conseguenza non pervenuto. La Garden of Delight riscoprira' il lavoro originale, oggi quotato sui 1000 dollari, e ripubblichera' questa perla nel 2001.
I Troya sono una band tedesca nata nei primi anni '70 e morta alla fine dello stesso decennio, del quale, come detto, non si sa granche'. Il loro prog e' abbastanza vario, romantico e malinconico spesso, con alcuni momenti piu' psichedelici e particolarmente "tedeschi", piu' sinfonico e melodico in altri frangenti. I membri della band sono Elmar Wegmann a chitarra, flauto e voce, Klaus Pannewig a batteria e voce, Wilhelm Weischer al basso e Peter Savelsberg ad organo, mellotron e piano.
L'intero lavoro dura poco piu' di mezz'ora ed e' diviso in 6 tracce relativamente brevi e semplici, tutte con atmosfere decadenti e malinconiche, mai tese o inquiete, ed in questo sono molto kraut nell'approccio: si preferiscono composizioni calme, dilatate, rilassate, sebbene non celestiali ne' sognanti. Cio' che ne esce fuori e' un album piacevole, scorrevole, conciso e rilassante, con ottime combinazioni chitarra/tastiere e praticamente nessun momento debole o poco convincente, ed e' un vero peccato non aver dato una chance in piu' a questa band che in anni successivi avrebbe probabilmente composto molta piu' musica, seppur perdendo quell'alone di fascino e mistero.
Si comincia con "She", traccia lenta e triste, narrante di una dipartita: l'organo stende un tappeto sonoro che sara' sempre molto presente durante tutto l'album, con chitarra e piano che si ritagliano le loro parti, mentre la voce fa capolino solo a meta' traccia e da quel momento in poi la trascina con se' fino alla fine. Brano molto romantico e di rara bellezza. La seguente, Battle Rock, e' il brano piu' lungo con i suoi 8 minuti: inizio un attimo piu' allegro e movimentato, con un bello stacco basso-batteria-chitarra, che presto lascia posto alla voce accompagnata da leggeri arpeggi di chitarra. Canzone meno tragica rispetto alla precedente, l'atmosfera e' adesso tranquilla e confortante, opportunamente spezzata da vivaci excursus tastieristici. Prima della fine il gruppo si lascia andare ad un altro momento romantico strappalacrime, con tanto di flauto ad impreziosire il lavoro di tastiera. Chromatic comincia con accordi di organo, presto incalzati dalla chitarra, che intarsiano una intro atmosferica e decadente; il ritmo aumenta e le stesse tastiere e chitarra ora duettano a creare un momento piu' roccheggiante ed energico, che porta questo pezzo strumentale a conclusione. Festival, a seguire, e' molto simile: introduzione dettata da chitarra e tastiere, che stavolta cominciano in maniera piu' dinamica ma comunque drammatica, e con l'atmosfera che cambia radicalmente alla fine della summenzionata introduzione, per tingersi di colori piu' caldi. L'unica differenza e' che questo e' invece un brano cantato. Sinclair, la quinta traccia, e l'altro strumentale del disco: malinconia e tristezza sicuramente traspaiono dalle partiture di questa canzone, ma anche tranquillita' e distensione. Il pezzo si rivitalizza verso la meta', quando le tastiere ci regalano un bellissimo assolo elettrico, per poi essere interrotte dalla chitarra che riprende note e toni iniziali e conclude. Infine Choke, perfetta chiusura dell'album: basso piu' in evidenza che dona alla traccia una parvenza di nervosismo ed irrequietezza, e tastiere ora molto veloci e decise, sicuramente la canzone piu' viva del lotto. C'e' spazio per un completo cambio di toni e clima, quando l'organo si fa improvvisamente soffuso, i ritmi calano e la chitarra sale in cattedra con un solo emozionante che tocca il cuore. A mio parere il brano piu' convincente, intenso e progressivo del lavoro in questione.
Non c'e' molto da dire di un album la cui scarsa fama non gli rende giustizia, un album bellissimo e toccante, simbolo di un'epoca cosi' ispirata e prolifica che molta musica e' rimasta nascosta o non prodotta affatto, a causa della difficolta' di accesso alle migliori tecniche di registrazione, nonostante l'incredibile validita' della proposta, un po' il contrario di cio' che avviene oggi. Quindi bisogna solo fare un lungo applauso alla Garden of Delight per aver rispolverato questo capolavoro.

lunedì 31 agosto 2015

Kamillo Kromo

Fra le mille cose che faccio c'e' anche quella di insegnare l'italiano a chiunque lo voglia imparare. Molti mollano presto, ma alcuni raggiungono risultati ragguardevoli e posso anche passare loro qualche libro. Ma la maniera migliore per prendere dimestichezza con la lingua, una volta acquisite le basi grammaticali, e' tramite la lettura di fumetti e racconti per bambini. Quando ero bambino avevo un racconto a fumetti di Altan intitolato "Kamillo Kromo", raccolto in un albo formato gigante, o almeno io me lo ricordo grandissimo. Era il mio racconto preferito e chiedevo a mia madre di leggermelo in continuazione. Quel libro purtroppo e' andato perso ma io non l'ho mai dimenticato. Pero', due anni fa, alla mia ultima apparizione in terra natia, i miei mi hanno fatto un regalo, e hanno ricomprato la fiaba di Altan, stavolta raccolta in un libricino. Ho utilizzato questa fiaba come materiale didattico per i miei studenti, quindi l'ho scannerizzata, ed ho pensato di postarla fra queste pagine, giusto per darle vita eterna. Enjoy.