sabato 12 gennaio 2019

There Is No Alternative

Dunque, riassumendo: è andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un'insurrezione, non ancora. È una sequenza implacabile di impuntature, di mosse improvvise, di apparenti deviazioni dal buon senso, se non dalla razionalità. Ossessivamente, la gente continua a mandare - votando o scendendo in strada - un messaggio molto chiaro: vuole che si scriva nella Storia che le élites hanno fallito e se ne devono andare.
Come diavolo è potuto succedere? Capiamoci su chi sono queste famose élites. Il medico, l'insegnante universitario, l'imprenditore, i dirigenti dell'azienda in cui lavoriamo, il Sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli d'amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri: potrei andare avanti per pagine, ma ci siamo capiti. I confini della categoria possono essere labili, ma insomma, le élites sono loro, son quegli umani lì.
Sono pochi (negli Stati Uniti sono uno su dieci), possiedono una bella fetta del denaro che c'è (negli Stati Uniti hanno otto dollari su dieci, e non sto scherzando), occupano gran parte dei posti di potere. Riassumendo: una minoranza ricca e molto potente.
Osservati da vicino, si rivelano essere, per lo più, umani che studiano molto, impegnati socialmente, educati, puliti, ragionevoli, colti. I soldi che spendono li hanno in parte ereditati, ma in parte li guadagnano ogni giorno, facendosi un mazzo così. Amano il loro Paese, credono nella meritocrazia, nella cultura e in un certo rispetto delle regole. Possono essere di sinistra come di destra. Una sorprendente cecità morale - mi sento di aggiungere - impedisce loro di vedere le ingiustizie e la violenza che tengono in piedi il sistema in cui credono. Dormono dunque sereni, benché spesso con l'ausilio di psicofarmaci.
Forti di questo andare per il mondo vivono in un habitat protetto che ha poche interazioni con il resto degli umani: i quartieri in cui vivono, le scuole a cui mandano i figli, gli sport che praticano, i viaggi che fanno, i vestiti che indossano, i ristoranti in cui mangiano: tutto, nella loro vita, delimita una zona protetta all'interno della quale quei privilegiati difendono la loro comunità, la tramandano ai figli e rendono estremamente improbabile l'intrusione, dal basso, di nuovi arrivi.
Da quell'elegante parco naturale, tengono per i coglioni il mondo. Oppure, volendo: lo tengono in piedi. Se non addirittura: lo salvano.
Ultimamente ha preso piede la prima versione. Ed è lì che è saltato quel tacito patto di cui parlavamo, e che descriverei così: la gente concede alle élites dei privilegi e perfino una sorta di sfumata impunità, e le élites si prendono la responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere. Tradotto in termini molto pratici descrive una comunità in cui le élites lavorano per un mondo migliore e la gente crede ai medici, rispetta gli insegnanti dei figli, si fida dei numeri dati dagli economisti, sta ad ascoltare i giornalisti e volendo crede ai preti. Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati.
Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c'è più.
Ha iniziato a traballare una ventina d'anni fa, ora si sta sbriciolando. Lo sta facendo più in fretta dove la gente è più sveglia (o esasperata): l'Italia, ad esempio. La gente qui ha iniziato a non fidarsi neanche più dei medici, o degli insegnanti. Quanto al potere politico, prima lo ha affidato a un super-ricco che odiava le élites (trucco che poi gli americani avrebbero copiato), poi ha provato un'ultima volta con Renzi, scambiandolo per uno che non c'entrava con le élites: alla fine ha decisamente stracciato il patto e se n'è andata direttamente a comandare.
Cos'è che li ha fatti così arrabbiare?
Una prima risposta è facile: la crisi economica. Intanto le élites non l'avevano prevista. Poi hanno tardato ad ammetterla. Infine, quando tutto ha iniziato a franare, hanno messo al sicuro se stesse e hanno rimbalzato i sacrifici sulla gente. Possiamo dire, ripensando alla crisi del 2007-2009 che sia accaduto veramente questo? Non lo so con certezza, ma è vero che la percezione della gente è stata quella. Dunque, superata l'emergenza, la gente si è presentata a regolare i conti, per così dire. È andata, letteralmente, a riprendersi i propri soldi: il reddito di cittadinanza, o il cancellamento delle cartelle di Equitalia, non sono altro che quello. Non sono politica economica o visioni del futuro: sono riscossione crediti.
La seconda ragione è più sofisticata e l'ho veramente capita solo quando mi son messo a studiare la rivoluzione digitale e ho scritto The Game. La riassumerei così. Tutti i device digitali che usiamo quotidianamente hanno alcuni tratti genetici comuni che vengono da una certa visione del mondo, quella che avevano i pionieri del Game. Uno di questi tratti è decisamente libertario: polverizzare il potere e distribuirlo a tutti. Tipico esempio: mettere un computer sulla scrivania di tutti gli umani. Potendo, nelle tasche di ogni umano. Fatto. Non va sottovalutata la portata della cosa. Oggi, con uno smartphone in mano, la gente può fare, tra le altre cose, queste quattro mosse: accedere a tutte le informazioni del mondo, comunicare con chiunque, esprimere le proprie opinioni davanti a platee immense, esporre oggetti (foto, racconti, quello che vuole) in cui ha posato la propria idea di bellezza. Bisogna essere chiari: questi quattro gesti, in passato, potevano farli solo le élites. Erano esattamente i gesti che fondavano l'identità delle élites. Nel Seicento, per dire, erano forse qualche centinaio le persone che in Italia potevano farli. Ai tempi di mio nonno, forse qualche migliaio di famiglie. Oggi? Un italiano su due ha un profilo Facebook, fate voi.
Così - occorre capire - il Game ha abbattuto delle barriere psicologiche secolari, allenando la gente a sconfinare nel terreno delle élites e togliendo alle élites quei monopoli che la rendevano mitologicamente intoccabile. È chiaro: da lì in poi la situazione prometteva di diventare esplosiva. Non sarebbe forse successo niente se non fosse per un altro tratto del Game, una sua imprecisione fatale. Il Game ha ridistribuito il potere, o almeno le possibilità: ma non ha ridistribuito il denaro. Non c'è nulla, nel Game, che lavori a una ridistribuzione della ricchezza. Del sapere, della possibilità, dei privilegi, sì. Della ricchezza, no. La dissimmetria è evidente. Non poteva che ottenere, alla lunga, una rabbia sociale che è dilagata silenziosamente come un'immensa pozzanghera di benzina.
Devo aver già detto che poi la crisi economica ci ha tirato un fiammifero dentro. Acceso.
Dopo, quel che è successo lo sappiamo. Ma non sempre lo vogliamo veramente sapere. Riassumo io, per comodità. La gente, senza perdere un certo aplomb, si è recata a prendere il potere; perfino in modo composto, ma con una sicurezza di sé e un'assenza di timore reverenziale che da tempo non si vedeva. Lo ha fatto, per lo più, votando. Cosa? Il contrario di quello che suggerivano le élites. Chi? Chiunque non facesse parte delle élites o fosse odiato dalle élites. Quali idee? Qualsiasi idea che fosse l'opposto di cosa avevano in mente le élites. Semplice, ma efficace. Posso fare un esempio sgradevole che però riassume bene la situazione? L'Europa.Quella dell'unità europea è chiaramente un'idea forgiata dalle élites. Di certo non l'ha chiesta la gente, scendendo in strada e invocandola a gran voce. È un'intuizione di pochi illuminati che si può facilmente spiegare così: spaventata da cosa era riuscita a combinare nel '900, e incalzata dalle due grandi potenze americana e sovietica, l'élite europea ha capito che le conveniva piantarla lì con questa lotta selvaggia e secolare, tirare giù le frontiere e formare un'unica forza politica ed economica. Naturalmente non era un piano di facilissima realizzazione. Per secoli l'élite aveva lavorato a costruire il sentimento nazionalista, di cui aveva avuto bisogno per affermarsi, e perfino l'odio per lo straniero, che le era stato utile quando si era trattato di menar le mani: adesso bisognava smontare tutto, e invertire il senso di marcia. Prima le erano serviti milioni di soldati, adesso le servivano milioni di pacifisti. Gente che aveva da poco finito di sgozzarsi l'un l'altro con la baionetta in mano avrebbe dovuto trasformarsi in un unico popolo, con una moneta comune e un'unica bandiera: non proprio un passeggiata.
Per questo, con indubbia abilità, l'élite impose un modello di unità europea che potremmo definire ad alta drammaticità: una volta fatta, l'unità doveva diventare irreversibile. Bruciarono le navi alle spalle, per evitare che alla gente (o magari anche alle frange dissidenti delle élites) potesse venire voglia di tornare indietro. Non lo avrebbero fatto perché era tecnicamente impossibile farlo. Se alla gente veniva qualche dubbio, il metodo era la pazienza: su Le Monde Diplomatique (non esattamente un organo di informazione populista) mi è accaduto di leggere, recentemente, una bel riassuntino che mi permetto di copiare e incollare qui: "Nel 1992, i Danesi hanno votato contro il trattato di Maastricht: sono stati obbligati a tornare alle urne. Nel 2001 gli Irlandesi hanno votato contro il trattato di Nizza: sono stati obbligati a tornare alle urne. Nel 2005 i Francesi e gli Olandesi hanno votato contro il trattato costituzionale europeo (Tce): gliel'hanno poi imposto con il nome di Trattato di Lisbona. Nel 2008 gli Irlandesi hanno votato contro il trattato di Lisbona: sono stati obbligati a tornare alle urne. Nel 20015, il 61,3% dei Greci ha votato contro il piano di austerità di Bruxelles: gli è stato inflitto lo stesso". Impressionante litania, bisogna ammetterlo. Dice che un piano B non c'era. There Is No Alternative.
Il tratto limpidamente elitario dell'Europa Unita si è rafforzato quando, fatta l'Europa, si è sedimentato il sistema di potere europeo: le istituzioni, gli organi di governo, e perfino le personalità deputate a governare. Difficile immaginare qualcosa che renda meglio l'idea di un'élite magari sapiente ma lontana, irraggiungibile, detentrice di ragioni e numeri incomprensibili, e scarsamente consapevole della vita reale della gente. Non è escluso che nel frattempo facciano anche molte cose a favore della gente: ma certo la loro prima funzione sembra essere quella di ricordare in modo definitivo che il pianoforte c'è chi lo suona e chi lo porta su per le scale, e a suonarlo, qui, è l'élite.
Così, nell'istante in cui ne ha avuto basta del patto, la gente si è voltata verso di loro, subito: l'Europa era il simbolo più evidente, era il bersaglio immediatamente visibile all'orizzonte. Aveva un'aura di invincibilità che però, si è scoperto il giorno dopo il referendum sulla Brexit, funzionava solo per le élites: per gli altri cittadini del Game, l'incantesimo si era spezzato.
Potremmo dire, alla luce di tutto questo, che la gente è contro l'Europa? No, non potremmo veramente dirlo. Contro questa Europa, piuttosto, contro l'Europa come simbolo del primato delle élites, questo sì. Antieuropeista, oggi, significa più che altro anti-élite. Circola già la formuletta buona: l'Europa dei popoli. Non vuole dire niente ma vuol dire una cosa chiarissima: non è l'unità in sé che vogliamo spezzare, è l'unità voluta e gestita in quel modo dalle élites.
L'Europa è solo un esempio. Quel che sto cercando di dire è che soppesare l'opportunità di tutto ciò che la gente oggi sembra volere (che sia il ritorno alla Lira come la gogna della Società Autostrade o la libertà sui vaccini) è una perdita di tempo se non si legge in filigrana l'unica cosa che davvero la gente vuole: liberarsi delle élites. Il punto è quello, ed è lì che si ci si deve chinare e osservare bene, per quanto faccia schifo, o paura, o fatica. Perché è in quel preciso punto che si gioca una battaglia decisiva per il nostro futuro.
La prima cosa che accadrà di notare, volendo davvero andare a guardare là dentro, è come si è mossa l'élite una volta che si è trovata sotto attacco. Si è irrigidita nelle proprie certezze allestendo rapidamente una narrazione che mettesse le cose a posto: la gente si era bevuta il cervello, probabilmente manovrata da una nuova generazione di leader privi di responsabilità, disposti a giocare sporco, e furbi nel rivolgersi alla pancia dei cittadini dribblandone l'eventuale intelligenza. Termini vaghi e inesatti come fake news, populismo, se non addirittura fascismo, sono stati ingaggiati per veicolare meglio il messaggio a etichettare sommariamente gli insorti. Sullo sfondo, una certezza: There Is No Alternative, ripetuta come un mantra, coltivata come un'ossessione, inflitta come una profezia e una minaccia.
Neanche per un attimo, sembrerebbe, l'élite si è fermata a chiedersi se per caso non avesse sbagliato da qualche parte, e in modo così marchiano da generare, a slavina, quel gran casino. Se l'avesse fatto, non le sarebbe stato poi così difficile registrare almeno tre fenomeni che a me, come a molti, sembrano di un'evidenza solare: 1. La sua idea di sviluppo e di progresso non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante, distrugge lavoro più di quanto riesca a generarne, lascia il centro del gioco a potenze economiche scarsamente controllabili, continua a essere fondata su un feroce controllo di intere zone deboli del pianeta e mette in serio pericolo la Terra, dimenticandosi che è la casa di tutti, non la discarica di pochi. 2. Le élites sono da tempo preda di un torpore profondo, una sorta di ipnosi da cui declinano un pensiero unico, allestendo raffinati teoremi i cui risultato è sempre lo stesso, totemico: There Is No Alternative. Si sarà notato che non reagiscono più a nulla, sono ipnotizzate da se stesse, hanno perso completamente contatto con la vita che fa la gente, spendono più della metà del tempo a contemplarsi e arredare i propri privilegi.
Stanno arrestando la storia, e allevando degli eredi incapaci di pensare qualcosa di diverso dalle ossessioni dei padri. 3. Una sola volta, negli ultimi cinquant'anni, le élites hanno generato un pensiero alternativo: ed è stato quando le son sfuggiti alcuni contro-pensatori, più che altro tecnici, dalla cui eresia è poi nata l'insurrezione digitale. Dal loro torpore, le élites l'hanno registrata in ritardo, bollandola come una deriva commerciale di dubbio gusto e pensando di risolverla così. Era invece una rivoluzione che si proponeva di azzerare proprio loro, le élites novecentesche, e di sostituirle con una nuova élite, una nuova intelligenza, perfino una nuova moralità. Non ci hanno capito niente, e questo vuol dire che il Game è cresciuto tra le pieghe del loro potere, e a poco a poco le ha delegittimate, consegnandole alla gente quando ormai non avevano la forza per difendersi. Nel tempo in cui questo accadeva, l'unico riflesso brillante delle élites è stato usare il Game per fare soldi: che vendessero le reliquie del Novecento o finanziassero start up, si sono messi a vendere i biglietti per assistere alla propria condanna a morte. Strano modo di cavalcare la Storia. Fai errori del genere e poi, con chi si presenta a staccarti la spina, pensi di cavartela dandogli del fascista?
Altrettanto interessante, va detto, è andare a vedere come si è mossa la gente, quando ha deciso di sfasciare il patto e fare da sola. Potenzialmente aveva davanti una sorta di nuovo orizzonte, immenso: ma si è fermata al primo passo, quello della resa dei conti pura e semplice. Rimandati i sogni, sfoga risentimento. Incapace di futuro, recupera il passato. Si è scelta leader che le offrono una vendetta quotidiana e una retromarcia al giorno: è quello che sanno fare. Non riescono a immaginare un granché, si limitano a cercare di correggere l'esistente ereditato dalle élites. Spesso non riescono nemmeno tanto a farlo, per incompetenza, scarsa attitudine al governo, improvvisa scoperta dei propri limiti, obbiettiva tostaggine del nemico e vertiginosa complessità del sistema. Ritrovano coraggio in un sorta di tono di voce che è divenuta il loro vero segno distintivo, un misto di schiettezza, aggressività, urlo da mercato e slogan pubblicitario.
La gente lo trova rassicurante e ha finito per assumerlo come un modo di pensare: ci trova una sorta di intelligenza elementare che sostituisce alle raffinatezze e ai sofismi della riflessione delle élites il movimento limpido, diretto, vagamente virile, a suo modo puro, di uomini che finalmente vano diritti alle cose, smantellando vecchi trucchi e ipocrisie. La santificazione di questo modo di pensare - è necessario capire - è l'arma con cui la gente, oggi, sta sferrando l'aggressione più violenta alle élites: è la vera breccia che sta aprendo nelle loro mura difensive. Se passa quel modo di leggere il mondo, le élites sono spacciate. Finita la pacchia. Il punto che a me, come a molti altri, risulta di un'evidenza solare è che una vittoria di questo genere avrebbe un prezzo devastante: non per le élites, chissenefrega, ma per tutti. Perché il mito di un accosto diretto, puro e vergine alle cose, opposto all'andatura decadente, complicata e anche un po' narcisistica della riflessione colta, è una creatura fantastica che ci abbiamo messi secoli a smascherare: recuperarla sarebbe da dementi. Da un sacco di tempo abbiamo imparato che è meglio sapere molto delle cose prima di cambiarle, che è meglio conoscere molti uomini per capire se stessi, che è meglio condividere i sentimenti degli altri per gestire i nostri, che è meglio avere molte parole piuttosto che poche perché vince chi ne sa di più.
Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all'uso paziente e raffinato dell'intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l'apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d'ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall'apparente semplicità delle cose: non noi élites, sto parlando di tutti quanti. Ci condanniamo a prendere cantonate colossali. Che so, considerare un'importante minaccia al nostro benessere l'ovvio transumare di un numero in fondo contenuto di umani da continenti che abbiamo stritolato e continuiamo a tenere per le palle. Cose così. Enormità. Alla fine, occorre registrare un fenomeno che a me, come a molti altri, sembra di una evidenza solare: la gente si sveglia ogni giorno per andare all'assalto della fortezza delle élites: e più lo fa, e più vince, più si fa del male.
Così attraversiamo tempi cupi, e siamo come terra in cui passano eserciti, saccheggiando. Nessuno sembra in grado di vincere, per cui è difficile vedere la fine. Ogni giorno che passa, diminuiscono le scorte: di forza, di bellezza, di rispetto, di umanità, perfino di umorismo. Niente che non abbiamo già vissuto, in passato: ma noi che non immaginavamo questo, è questo che dobbiamo proprio vivere? C'è qualcosa che possiamo fare, per cambiare l'inerzia di questa disfatta?
Che io sappia, ammettere che la gente ha ragione. Riprendere contatto con la realtà e accorgersi del casino che abbiamo combinato. Mettersi immediatamente al lavoro per ridistribuire la ricchezza. Tornare a occuparci di giustizia sociale. Staccare la spina alle vecchie élites novecentesche e affidarsi alle intelligenze figlie del Game: farlo con la dovuta eleganza ma con ferocia. Dare un significato nuovo a parole come progresso e sviluppo, quello che hanno è ormai avvelenato. Liberare le intelligenze capaci di portarci fuori dal pensiero unico del There Is No Alternative. Smetterla di dare alla politica tutta l'importanza che le diamo: non passa da lì la nostra felicità. Tornare a fidarci di coloro che sanno, appena vedremo che non sono più gli stessi. Buttare via i numeri con cui misuriamo il mondo (primo fra tutti l'assurdo Pil) e coniare nuovi metri e misure che siano all'altezza delle nostre vite. Riacquistare immediatamente fiducia nella cultura, tutti, e investire sull'educazione, sempre. Non smettere di leggere libri, tutti, fino a quando l'immagine di una nave piena di profughi e senza un porto sarà un'immagine che ci fa vomitare. Entrare nel Game, senza paura, affinché ogni nostra inclinazione, anche la più personale o fragile, vada a comporre la rotta che sarà del mondo intero. Usarlo, il Game, come una grande chance di cambiamento invece che come un alibi per ritirarci nelle nostre biblioteche o generare diseguaglianze economiche ancora più grandi. Ritirare su tutti i muri che abbiamo abbattuto troppo presto; abbatterli di nuovo non appena tutti saranno in grado di vivere senza di loro. Lasciare che i più veloci vadano avanti, a creare il futuro, riportandoli però tutte le sere a cenare al tavolo dei più lenti, per ricordarsi del presente. Fare la pace con noi stessi, probabilmente, perché non si può vivere bene nel disprezzo o nel risentimento. Respirare. Spegnere ogni tanto i nostri device. Camminare. Smetterla di sventolare lo spettro del fascismo. Pensare in grande. Pensare. Niente che non si possa fare, in fondo, ammesso di trovare la determinazione, la pazienza, il coraggio.

Alessandro Baricco

venerdì 14 dicembre 2018

L'Albero del Veleno - Le Radici del Male (2013)

Il rinnovato interesse nei confronti dei b-movie italiani degli anni '70 e il conseguente sdoganamento di sottogeneri come il noir, il sexy-horror, lo spaghetti-thriller e i "poliziotteschi" – anche ad opera di personaggi autorevoli come Quentin Tarantino – hanno sicuramente influito sulla riscoperta delle colonne sonore cinematografiche, un settore nel quale gli italiani hanno piu' volte dimostrato di essere dei veri e propri maestri. Dai temi classici di Morricone, Bacalov, Frizzi, Simonetti, Vince Tempera e molti altri, alle esperienze sonore di gruppi quali Goblin, Daemonia, Osanna, Calibro 35, ecc., l’Italia si e' guadagnata il titolo di patria della "musica per immagini". In paesi come la Svezia, giusto per riportare un esempio concreto, la grande passione per le musiche del cinema horror italiano degli anni '70 ha spinto una giovane generazione di artisti (Anima Morte, Morte Macabre, Nicklas Barker, ecc.) a coniare la formula “vintage italian progressive horror music”.

Oggi al gia' lungo elenco di nomi illustri si aggiunge un nuovo gruppo, L'Albero del Veleno, band di Firenze le cui origini risalgono ai primi anni del decennio in corso, quando la tastierista Nadin Petricelli fa ascoltare alcune bozze al suo amico batterista Claudio Miniati, bozze che traevano principale ispirazione dalle colonne sonore di film horror europei anni '60, '70 ed '80, pellicole di Luigi Fulci in particolare. Miniati e' un altro grande appassionato di cinema horror e rimane folgorato dalle composizioni dell'amica, cosi' tanto che pensa sia il caso di mettere su una band. L'intento dei due e' quindi quello di proseguire sulla strada della musica da colonna sonora, soundtrack horror in particolare, quindi requisito fondamentale dei musicisti che vanno ora a reclutare e' la passione per quel particolare genere cinematografico. Nasce cosi' L'Albero del Veleno, composto dai gia' citati Petricelli e Miniati, ai quali si aggiungono Lorenzo Picchi alla chitarra, Marco Brenzini al flauto, Francesco Catoni alla viola e Michele Andreuccetti al basso, e con questa formazione viene pubblicato Le Radici del Male per la Lizard Records nel 2013. La loro e' una musica dark, gotica, completamente strumentale, che cerca di essere piu' fedele possibile alle atmosfere create dai quei film che piacciono tanto ai nostri musicisti, quindi non parlerei di atmosfere deprimenti o malinconiche o tristi, piuttosto ossessive, tese, nervose, inquietanti. Tastiere e viola solitamente conducono, coadiuvate dalla sezione ritmica, mentre chitarra e flauto fanno da contorno, senza risparmiarsi in soli ed excursus: il risultato e' molto piacevole, L'Albero del Veleno non ricorda i Goblin come qualcuno potrebbe pensare, sono invece molto piu' vicini alla tradizione progressiva italiana rispetto al gruppo di Simonetti, per quanto riguarda stili ed influenze. Il flauto, strumento poco incline ad arie oppressive e decadenti, fa da trait d'union fra gli intenti orrifici del gruppo e le radici progressive che comunque accomunano i sei musicisti; la musica che ne viene fuori e' un ottimo prog rock italiano molto incline al doom ed al goth, sempre teatrale e drammatico, mai eccessivo o sgradevole. Un altro paio di peculiarita' prima di addentrarci nel lavoro vero e proprio: l'ultima traccia e' un medley di melodie e motivi presi da soundtrack di vari lavori di Luigi Fulci, colonne sonore dei cui film sono state scritte da Fabio Frizzi; il metodo di lavoro di questi musicisti e' molto interessante, infatti si parte da sceneggiature (vere) di cortometraggi (fittizi) scritte a turno dai vari componenti del gruppo e sulle quali si cerca di comporre la piu' adatta e calzante musica possibile.
Il lavoro si apre con "Dove Danzano le Streghe", subito inquietante con i suoi tappeti di tastiere e viole che compongono l'introduzione, aiutati dal flauto, a creare un'atmosfera in crescendo sulla quale si innesta la chitarra verso meta' brano con un assolo ficcantissimo, salvo poi lasciare la conduzione al pianoforte, il quale si lascia andare ad un altro assolo di rara bellezza; il brano rallenta e si calma ad un minuto dalla fine, per una conclusione piu' atmosferica che mai. La seconda traccia, "...e Resta il Respiro", parte nuovamente con una intro per tastiere, viola e flauto, molto decadente e drammatica, con la chitarra che quando si intromette cambia le carte in tavola, descrivendo un altro indovinato riff, mentre gli altri strumenti salgono e si intensificano all'unisono, per uno schema che abbiamo gia' avuto modo di apprezzare nella canzone precedente; struttura che non cambia neanche nel portare a conclusione il brano, grazie ad una netta accelerata prima ed una decisa sterzata poi, a far crescere la tensione ed appesantire l'aria. "Presenze dal Passato", con i suoi 4 minuti, e' la traccia piu' breve del disco e quella piu' malinconica probabilmente, condotta dalla viola con leggere pennellate di pianoforte, non presenta stavolta variazioni particolari, il tema portante e' solido abbastanza da reggere l'intera canzone. Si prosegue con "Un Altro Giorno di Terrore", della quale esiste anche un videoclip: canzone piu' rock e piu' spensierata della precedente nell'incipit, grazie al lavoro della chitarra e del flauto le cui linee si incastrano alla perfezione; la viola sale gradualmente sostituendo il flauto nella conduzione ed affiancandosi alla chitarra (queste sono le soluzioni musicali che tanto piacciono a noi prog aficionados) e contribuendo cosi' a portare l'atmosfera su territori piu' freddi e solenni; e' ora il turno del flauto nel cercare di reintromettersi nella melodia scalzando stavolta la chitarra e cambiando ancora una volta l'atmosfera, ora un po' piu' allegra ma sempre in qualche modo algida; uno dei brani migliori senza dubbio. "Due Anime nella Notte" comincia con agghiaccianti pulsazioni di basso, che creano la base per un altro indovinato motivo per tastiere e flauto; ben presto si innestano anche chitarra e viola, introducendo leggere variazioni e spunti personali, ma senza stravolgere troppo una traccia gia' assestata su binari solidi. Infine, degna conclusione del disco e' il brano "Al di la' del Sogno... l'Incubo Riaffiora", collage di vari spunti musicali che traggono libera interpretazione dalle colonne sonore dei film di Fulci, film che sinceramente non ho mai visto; 12 minuti di arie horror/thriller, sicuramente sempre interessanti e che sanno intrattenere, e' un po' una summa di quanto sentito finora.
Dal comunicato stampa con cui fu lanciato il disco si legge "L'Albero Del Veleno pianta le sue radici nel 2010 per creare musica strumentale seguendo lo stile nato dalle colonne sonore dei film thriller e horror degli anni '60, '70 e '80. Le varie influenze musicali, assieme alla passione per il cinema, vanno a formare un progetto fortemente introspettivo ed emozionale, reso ancor piu' particolare dall'apporto video presente in tutte le performance dal vivo; ogni brano scritto e' infatti affiancato da una sceneggiatura originale per la realizzazione di cortometraggi. La band si occupa inoltre della composizione di colonne sonore per film horror su richiesta". Album consigliatissimo.

giovedì 13 dicembre 2018

Il problema non e' mai stato la musica

Fin dai primi concerti di musica classica a meta' '700, la musica e' stata additata come la causa del declino della societa', in ogni Paese ed in ogni periodo storico. La musica, in quanto forma d'arte, si e' fatta carico dell'espressione dei sentimenti popolari, ed ha sempre fornito un ottimo strumento di analisi sullo stato della societa'. Se i politici fossero piu' intelligenti o applicassero il metodo scientifico, analizzerebbero testi e significati delle canzoni di musica moderna per avere una fedele prospettiva circa lo stato di un Paese e di una societa'. Invece piuttosto la musica viene incolpata di essere l'origine dei mali che essa stessa denuncia, in un corto circuito logico di rara assurdita'.
Nel pezzo che segue la Trap potrebbe benissimo essere sostituita dal rock'n'roll, dal punk, dal reggae, dal rap, dal blues, persino dal jazz ai suoi tempi.


Ho studiato la Trap come fenomeno sociale, sia quella italiana che americana. Ho fatto delle interviste qualitative ai ragazzi che l'ascoltano, li ho frequentati, sono andato (sto andando) negli istituti superiori a parlarne, ho organizzato pure un paio di concerti per loro. Quindi ho qualche vaga nozione di quello che sto per scrivere. L'ultimo problema che abbiamo in Italia (credo se la giochi alla pari con il terrapiattismo) è Sfera Ebbasta. Il ragazzotto in questione fa esattamente il mestiere per cui è pagato e seguito: racconta i conflitti, desideri, problemi della sua generazione e di quella seguente. Lo fa con un linguaggio (musicale e testuale) comprensibile al suo uditorio, linguaggio che non ha inventato lui, ma è una fusione delle serie tv, dei film, della musica pop e del gergo giovanile della sua generazione. Lui non ha creato nulla, lo ha solo interpretato e reso visibile. E qui sta il vero problema, che non è suo né del suo uditorio, ma vostro. La realtà che vi sputa in faccia senza filtri non la capite, vi fa paura, vi sembra un incubo distopico. Codeina ed eroina sono tornate, circolano fra i ragazzi in quantità che non immaginate, a costi bassi nemmeno fossero brani scaricabili da Spotify. Le ha diffuse la Trap? No, circolavano da tempo come sedativi contro l'ansia dell'isolamento sociale, del non avere futuro, dell'essere inchiodati nel circolo eterno di lavori precari e sottopagati. La Trap si limita a farvi vedere quanto sono presenti e pervasive. Le ragazzine minorenni che vendono immagini/video porno per una ricarica da 10 euro del cell, che scopano con il ragazzo con più follower della scuola per poi postare una foto su Instagram e guadagnare 100 like in più, che si fanno chiamare troie e se ne vantano in opposizione al neobigottismo del politicamente corretto, non esistono perché ci hanno scritto delle barre Sfera o la Dark Polo Gang. Sono le sorelle povere e politicamente scorrette di Chiara Ferragni, la stessa che portate in palmo di mano come esempio di giovane imprenditrice di successo, innovatrice di marketing, donna consapevole ed emancipata. Il motto "No way out" che è la bandiera della Trap, non l'hanno coniato Lil Peep o Ghali, ma è ripreso da un famoso discorso della Margaret Thatcher, in cui la premier di ferro inglese davanti alla macelleria sociale conseguenti alle riforme neoliberali sosteneva non ci fosse altra strada, altro mondo possibile, se non quello del tutti contro tutti per le ultime briciole del benessere. Voi questo discorso l'avete ripetuto fino alla nausea nelle scuole, nei media, nelle convention di marketing ed economia, che loro l'hanno interiorizzato, fatto diventare un'estetica e uno stile di vita. Vi fa schifo vederli agghindati con rolex da 50.000 euro, Nike anni '90 da 500 euro a botta, felpe Pyrex pagate 10 volte il loro prezzo di produzione? Chi ha inventato il feticismo del logo, il marketing che associa dei "valori" ad un brand aziendale, la delocalizzazione per aumentare i dividendi degli azionisti? Non certo loro, non erano nemmeno stati concepiti quando voi idolatravate MTV, celebravate i prodotti Apple come fossero rivelazioni divine, vi riempivate la bocca di delocalizzazione e abbattimento dei costi di produzione per favorire la ripresa del consumo. Adesso vedete gli effetti incarnati di quello che predicavate (ma soprattutto praticavate ogni giorno, da 30 anni a questa parte) e vi fanno paura? Il problema non è di Sfera né dei ragazzini che lo ascoltano, ma vostro. Vi fanno ribrezzo perché sono voi senza le vostre menate buoniste, la vostra retorica dei veri sentimenti, il vostro moralismo da squali che piangono dopo aver divorato la preda? Nessuno ama guardarsi allo specchio, ma proprio per questo è necessario, e la musica pop è il più grande e fedele fra gli specchi.
Comunque la Trap non è un problema, anzi: permette un ponte fra le generazioni, di entrare nell'immaginario dei giovani e giovanissimi per capire il loro problemi e provare a dare loro una risposta, permette di avere un linguaggio condiviso per parlarci da pari a pari. Ma a voi capire e dare risposte ai loro problemi non interessa, non vi interessa nemmeno parlarci. Vi basta metterli in riga, farli stare zitti, nascondere sotto il tappeto le contraddizioni e la solitudine a cui li costringete. Non siete intellettuali, critici, insegnanti o educatori: siete l'ennesima incarnazione dell'eterno fariseo.


Federico Leo Renzi

mercoledì 17 ottobre 2018

Non viviamo per essere salvi, viviamo per essere giusti

E' un periodo storico in cui la mia fede nell'umanita' e' ai minimi termini, fra rigurgiti autoritaristici in aumento quasi globalmente, semianalfabeti che si ritengono allo stesso livello culturale di fisici nucleari e neurochirughi, ed un pianeta che sta morendo mentre il mondo occidentale fa spallucce, i piccoli grandi gesti di umanita', di compassione, ma anche di buon senso e di ribellione ad un sistema ingiusto mi fanno riconquistare un minimo di fiducia. Quando poi questi gesti sono eclatanti ed eroici come quello che e' successo a Riace magari per un giorno o due posso anche pensare che ci sia ancora speranza. A tal proposito, vorrei esporre il parere di un professore di legge dell'Universita' della Calabria, parere che mi e' stato passato tramite messaggio da mia mamma, giurista anche lei.


Ho atteso alcuni giorni prima di intervenire pubblicamente sull’arresto del sindaco di Riace. Ho voluto prima leggere l’ordinanza del Gip, ho voluto riflettere su tanti commenti, ho voluto lasciar sedimentare le mie emozioni. Per diverse ragioni – non ultimo, il mio ruolo di docente di materie giuridiche che insegna ai propri allievi il valore della legge, il diritto della critica e dell’impegno per cambiare le norme ingiuste ma anche il dovere di rispettarle finché vigenti – ho ritenuto di non poter confinarmi in uno slogan (io sto con Mimmo Lucano, questo è certo) ma di dover articolare il mio pensiero, distinguendo alcuni profili, a mio avviso i più rilevanti, della vicenda. C’è innanzitutto l’aspetto giuridico-formale. Posto che il Gip liquida molti dei capi d’accusa (e inviterei tutti a soffermarsi su questo dato: è abbastanza raro che un Procuratore capo sia così clamorosamente smentito in sede di valutazione delle richieste di misura cautelare) e che la vicenda dei matrimoni combinati è risibile (è davvero incredibile che per un (1) matrimonio forse combinato e un (1) matrimonio suggerito e nemmeno celebrato si parli di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) l’unica accusa rimasta in piedi è quella relativa all’affidamento diretto del servizio di raccolta differenziata a cooperative prive dei requisiti richiesti. Rispetto a questa accusa Mimmo Lucano è un cittadino come tutti gli altri. Dovrà difendersi secondo le regole, ha diritto ad essere considerato innocente fino all’ultimo grado di giudizio e dovrà pagare nel caso abbia sbagliato. Si può e si deve aggiungere che non gli viene contestato nessun arricchimento personale, che l’affidamento riguarda un servizio erogato in un piccolissimo centro abitato e quindi per importi molto contenuti e che è del tutto evidente la sproporzione dei mezzi d’indagine utilizzati e della misura cautelare applicata, ma chiunque – anche se vittima di un accanimento investigativo – deve essere giudicato come tutti gli altri. Accanto a queste considerazioni ci sono quelle più propriamente politiche. Le dichiarazioni di Salvini (e anche di alcuni deputati 5 stelle) sono inaccettabili in qualunque contesto democratico. La criminalizzazione delle idee altrui, la volontà di annientamento degli avversari, l’odio sparso a piene mani, la strategia di estremizzazione delle posizioni ravvivano ancora una volta l’allarme sullo scivolamento di questo paese verso una democrazia svuotata dei propri valori e riempita di autoritarismo. Allo stesso modo, l’azione sempre più dura di pezzi della magistratura e dell’apparato statale in Calabria sta conducendo verso l’azzeramento di esperienze scomode e alternative, con il rischio (o la volontà) di sterilizzare i fermenti positivi che ancora si sviluppano in questa Regione. Tra scioglimenti dei comuni, interdittive antimafia e ordinanze di custodia cautelare poi annullate si sta colpendo – da Cortale a Gioiosa a Riace – sempre più spesso chi non è allineato. Guardare alla magistratura e/o alle prefetture con la massima fiducia e con la speranza che da loro venga lo sradicamento della ‘ndrangheta e della mala politica non può significare accettare acriticamente che esse si posizionino oltre la legge. Ma non è ancora questo il punto. Se si inscrive la vicenda di Mimmo Lucano dentro un perimetro esclusivamente legalitario o politico non si può comprendere quello che è accaduto in questi anni a Riace. Riace è stato un modello si è chiesto qualcuno in questi giorni? Penso di si, penso anche che forse lo abbiamo rivestito di una retorica eccessiva e non abbiamo voluto vederne alcuni limiti (ad esempio, si dovrebbe riflettere sulla capacità o meno di generare sviluppo economico duraturo una volta ripopolati i borghi), ma Riace ha parlato al mondo della possibilità di salvare le vite degli ultimi, di dar loro una speranza, di costruire incontri, di privilegiare l’umanità invece del denaro. E soprattutto Mimmo Lucano è stato un uomo, un uomo che ha caparbiamente e generosamente dedicato le proprie energie verso uomini e donne che non conosceva, che avevano un altro colore dal suo, che scappavano da guerre lontane. Un uomo che ha fatto indubbiamente, evidentemente, costantemente del bene. E’ per questo dato – l’umanità che trionfa in un minuscolo paesino della Locride mentre soffre nel resto del mondo – che Mimmo Lucano dovrebbe essere candidato per il premio Nobel della Pace. Anche, o forse soprattutto, se avesse violato qualche norma procedurale o non avesse osservato qualche disposizione di legge. Per i suoi eventuali errori dovrebbe pagare, ma allo stesso tempo per i suoi evidenti e straordinari meriti dovrebbe essere riconosciuto per quello che è: un uomo speciale, un  eroe. Qualche giorno fa, prima di questa vicenda, all’inizio del mio corso ho chiesto ad alcuni studenti di leggere un libro di Natalia Ginzburg (Serena Cruz, o la vera giustizia) per poi discutere del rapporto tra legge e giustizia. La tensione tra legge e giustizia affonda nella notte dei tempi e sappiamo anche che non sempre chi sta dalla parte della giustizia ottiene ragione. Ma questo non è un motivo sufficiente per non continuare a stare dalla parte degli indiani, come direbbe il mio amico Giancarlo Rafele. Chi, come me, insegna diritto nelle aule universitarie, insegna – deve insegnare - anche a non trasgredire la legge. Ma se mai mi capitasse di essere sindaco della mia città e di trovarmi dinanzi ad una regola che sento profondamente ingiusta e dalla quale può dipendere la vita di una persona, proprio come Mimmo Lucano non esiterei, assumendomene tutte le responsabilità, a trasgredirla. Non viviamo per essere salvi, viviamo per essere giusti.