giovedì 7 maggio 2015

Slapp Happy - Sort Of (1972)

Non ci sono limiti alla capacita' espressiva del prog rock, i suoi confini labili e sfocati permettono l'apertura e la contaminazione dai generi piu' disparati, inoltre l'esiguo numero di linee guida che caratterizzano le produzioni catalogate sotto questo genere consentono infinite interpretazioni dell'idea di fare musica. Nel caso degli Slapp Happy, il rock convenzionale e tendente al pop viene rivisto e reinterpretato, per dare una visione diversa di come delle canzoni rock possono essere composte. Gli Slapp Happy, nella loro breve ed intensa storia, riescono ad uscire dagli schemi e sviluppare uno stile unico che li identifica inequivocabilmente. Etichettati spesso come band avant-guard, vertono piuttosto su un pop/rock non necessariamente in forma canzone, inconvenzionale, con siparietti ed escursioni strumentali, ed in questo possono ricordare i Gong. Accordi semplici, ritornelli orecchiabili, ma tutto particolare, in forma molto free, con testi ironici e giocosi. La band nasce da un'idea di Anthony Moore, che ci regalera' numerosi album solisti alla fine di quest'avventura. Anche gli altri due musicisti avranno carriere importanti: Peter Blegvad, che comincia la propria carriera proprio negli Slapp Happy, suonera' con numerose band fra cui gli XTC, e Dagmar Krause entrera', anzi restera' come vedremo, negli Henry Cow. L'inglese Anthony Moore, tastierista, viveva in Germania, era sotto contratto per la Polydor e aveva pronto il materiale per quello che sarebbe dovuto essere il suo terzo disco, ma l'etichetta, che stava prendendo una pericolosa deviazione commerciale, voleva pezzi piu' orecchiabili. Allora decide di formare una band con la sua futura moglie, la cantante tedesca Dagmar Krause, ed il suo amico americano Peter Blegvad, chitarrista, che all'epoca era ancora uno studente. I tre si avvalgono degli amici Faust per la parte ritmica ed il sax (Peter suona anche il clarinetto), e riarrangiano i pezzi di Anthony, arricchendoli con idee individuali. Cio' che ne esce e' questo meraviglioso e delicato Sort Of, che convince la Polydor alla pubblicazione. Affiatatisi come band, i tre di li' a poco vorrebbero pubblicare un secondo album, ma la Polydor rifiuta ancora una volta il materiale, richiedendo canzoni piu' commerciali. A quel punto al gruppo non resta altro da fare che trasferirsi a Londra e firmare per la Virgin. Questo secondo album, chiamato originariamente Casablanca Moon, viene riregistrato con musicisti del circuito Virgin, fra cui Geoff Leigh, e dato alle stampe con il titolo Slapp Happy, siamo nel 1974. Il disco originale verra' eventualmente pubblicato 6 anni dopo con il titolo Acnalbasac Noom. Qui si chiude l'avventura degli Slapp Happy, salvo una futura reunion, in quanto proprio il sassofonista Geoff Leigh invita i tre alla collaborazione con la sua band di appartenenza, e cio' sfociera' in un album pubblicato a nome Slapp Happy/Henry Cow: Desperate Straights del 1975. A questo punto Anthony prosegue la propria carriera solista, Peter comincia la propria, e Dagmar rimane negli Henry Cow. Sort Of si apre con Just A Conversation, condotto da una chitarra strimpellante e dalla potente quanto aggraziata (molto teutonica) voce della Krause: pezzo che si lascia apprezzare immediatamente, per la semplicita' quanto genialita' degli accordi, una delle canzoni migliori dell'album. Paradise Express vede Peter al canto ed un brano trascinato ancora dalla chitarra, qui molto wah-wah-ggiante, ed un indovinato innesto di sax che contribuisce da solo a rendere questo pezzo particolare e piacevole. Si prosegue con I Got Evil: motivetto semplice ed accattivante, brano trascinato dalla voce ancora di Peter, ma la parte del leone la fa un clarinetto distorto, o forse un kazoo, che non solo nobilita il brano conferendogli un bella dose di peculiarita', ma lo completa e lo riempie. Canzone che suscita sicuramente ilarita'. In Little Girls World si risente la voce di Dagmar, che qui duetta con Peter ma si prende la responsabilita' delle parti piu' intense. Brano ancora semplice, calmo, quasi soffuso e sussurrato, rilassante; chitarra, piano e percussioni accompagnano la voce e si lanciano in un bello stacco strumentale a meta' pezzo, pero' e' sicuramente la parte cantata quella piu' interessante. La canzone seguente, Tulank Homun, e' la piu' breve e probabilmente la meno importante: si tratta di un rock'n'roll convenzionale con Peter alla voce (si e' capito che preferisco di gran lunga la Krause), senza particolare ispirazione. Per fortuna il pezzo successivo, Mono Plane, brano piu' lungo e probabilmente piu' prog del disco, ci salva dal passo falso precedente, sciorinando un brano solido e riuscito, a meta' fra blues e folk, con una grande prestazione di Peter alla chitarra. Pero' il brano migliore arriva dopo: Blue Flower e' un capolavoro pop con una melodia dolce e indovinatissima, una maiuscola prestazione di Dagmar al canto e una chitarra che piu' accattivante di cosi' non si puo'. E' la perfetta dimostrazione di come partire da un'idea semplice e costruirci intorno un brano incredibile grazie all'aggiunta di poche ma ottime intuizioni. I'm All Alone e' una canzone piu' intimista, lenta e pacata, ancora condotta dalla voce femminile, dalla chitarra e dal sax. La seguente, Who's Gonna Help Me Now, si colloca nuovamente ad altissimi livelli pur essendo semplicissima nella sua struttura: voce femminile e chitarra folk, melodia ed accordi praticamente perfetti ed orecchiabili; gli Slapp Happy ci stupiscono con motivi incredibilmente facili nell'esecuzione e assimilazione quanto catchy ed indovinati. Small Hands Of Stone, un gradino piu' in basso rispetto al brano precedente, e' condotto dal piano, dalle due voci e dal sax, ed e' piu' calmo e rilassato, percussione appena percepibile, ma si lascia ascoltare comunque con piacere. La title track e' uno strumentale di due minuti e mezzo per chitarra e basso, la cui perfezione ed immediatezza sono da ascoltare e godere dal primo all'ultimo secondo. Heading For Kyoto, il pezzo successivo, e' un altro esempio della fluidita' di composizione dei tre musicisti: canto, percussioni e strimpellate di chitarra sono i pochi e semplici ingredienti di un brano stupendo. Jumping Jonah, la canzone conclusiva, non aggiunge molto all'incredibile lavoro esposto, e' un boogie a piu' voci e la solita chitarra a fare da protagonisti. Per concludere, una band che ha saputo ritagliarsi il suo spazio negli annali pur senza proporre soluzioni audaci o barocche, tecnicismi portati all'estremo, pomposita', quanto piuttosto ha preferito puntare sull'ispirazione pura ed un sound conciso, immediato, scarno e senza fronzoli. Un bellissimo album di pop rock anni '60 rivisto in chiave folk-psichedelica.

lunedì 23 febbraio 2015

Il Jobs Act e i lavoratori “carne da macello”

Io mi domando se gli italiani siano un attimo consapevoli di quello che contiene il Jobs Act, visto che stanno per essere completamente spogliati di ogni diritto sul posto di lavoro.

Il traguardo del Jobs Act è finalmente raggiunto: l’introduzione dei demansionamenti unilaterali chiude il cerchio della liquefazione del lavoro. Ma c’è una raggelante novità: l’attacco ai pilastri della sicurezza del lavoro contenuto nel nuovo art. 2103 c.c. segna la strada verso la “macellazione” dei lavoratori e l’abrogazione di fatto del valore fondante della Repubblica: l’art. 1 della Costituzione.
Trasportava ogni giorno, per i grigi corridoi della banca, un carrello carico di oggetti di cancelleria. E lo faceva piangendo sommessamente, porgendo le penne, i quaderni, le gomme, i fogli richiesti da quelli che erano stati i suoi colleghi, almeno fino a quando la banca non aveva deciso, per “ragioni di riorganizzazione interna”, di sottrarlo ai compiti di impiegato addetto alla gestione dei flussi contabili e di assegnarlo alle nuove mansioni di riordino e consegna dei materiali e degli strumenti di lavoro, quasi un “cartolaio ambulante”.
Ormai svuotato da mesi di umiliazione personale e professionale, impossibilitato a ricollocarsi sul mercato per la progressiva perdita della propria qualificazione, aveva deciso di ottenere giustizia invocando i principi dell’art. 13 dello Statuto dei Lavoratori: nessuno può essere adibito a mansioni lavorative inferiori rispetto a quelle di assunzione, né può vedersi diminuita la retribuzione; ogni patto o accordo contrario è nullo, anche se sottoscritto con il consenso dello stesso lavoratore.

Quella che alcuni anni fa era stata una vertenza a lieto fine, con il risarcimento per il “lavoratore carrellista” degli ingenti danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e la reintegra nelle originaria mansioni, oggi è soltanto un malinconico ricordo. L’approvazione dell’art. 55 dello “Schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” infatti, con l’introduzione nell’art. 2103 c.c. della possibilità di assegnare unilateralmente il lavoratore “a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore” nel vago e generico caso di “modifica degli assetti organizzativi aziendali”, addivenendo anche alla decurtazione degli “elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa”, ha ufficialmente cancellato con un tratto di penna decenni di civiltà del lavoro, riportandolo a condizioni addirittura anteriori all’approvazione del codice civile del 1942.
Partiamo proprio da questo punto, per capire la “modernità regressiva” dell’ultima riforma introdotta dal Jobs Act.
Addirittura nella versione originaria dell’art. 2103 c.c., approvata nel 1942 con il codice civile (siamo dunque ancora sotto l’egida di un ormai decadente regime fascista), il legislatore prevedeva la possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, subordinata tuttavia ad un doppio limite rappresentato dalla “irriducibilità della retribuzione” e dalla necessità di mantenere la “posizione sostanziale”. Ne sono derivate, nella prassi giurisprudenziale, rigide interpretazioni che hanno spesso censurato i demansionamenti unilaterali che si sostanziavano non solo in un oggettivo mutamento del contenuto professionale dell’attività lavorativa, ma anche in alterazioni soggettive del prestigio sociale, del prestigio morale e della dignità professionale del lavoratore.
L’apice della civiltà del lavoro, come testè accennato, si è raggiunto con l’introduzione dell’art. 13 da parte dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/1970) che, nel novellare l’art. 2013 c.c. imponendo il principio della irriducibilità delle mansioni e della retribuzione lavorativa, ha perseguito due fini di rilievo costituzionale: il primo, relativo allo scopo dell’attività lavorativa, che deve sostanziarsi non solo nella finalità produttiva, ma anche nell’accrescimento professionale del lavoratore, così come prescritto dall’art. 35, 2° comma Cost., secondo il cui disposto la Repubblica “Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”. Il secondo, naturalmente connesso con il primo, inerisce alla dignità del lavoratore e della persona stessa: il lavoro infatti, oltre che strumento di affrancamento dal bisogno, è anche e soprattutto espressione e realizzazione della personalità del lavoratore, la cui realizzazione professionale ne è al contempo la sintesi ed il punto di arrivo. Naturale, dunque, il legame individuato dalla giurisprudenza tra il divieto di demansionamento dell’art. 2103 c.c. e i diritti fondamentali garantiti dall’art. 2 della Costituzione.
La modifica contenuta nello schema di decreto approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri del 20 febbraio, al contrario, proprio in ragione degli amplissimi poteri conferiti al datore di lavoro, pare trarre ispirazione da un modello imprenditoriale diffuso qualche secolo fa, agli albori della prima rivoluzione industriale o, se si vuole richiamare i “tempi moderni”, agli standard lavorativi cinesi.
E’ opportuno premettere come questa norma, a differenza del contratto “a tutele crescenti”, si applichi a tutti i lavoratori, iniettando il veleno di una flessibilità liquida anche ai rapporti di lavoro in corso. Questa autentica rivoluzione del lavoro, dunque, si sostanzia – come vedremo – in una universale liquefazione del lavoro, che coinvolge tanto i nuovi quanto i vecchi assunti.
L’ulteriore lettura del “nuovo” art. 2103 c.c., tuttavia, lascia senza parole.
Il meccanismo principale è esposto nel secondo comma: il datore di lavoro, adducendo una qualsivoglia “modifica degli assetti organizzativi aziendali” che “incidono sulla posizione del lavoratore”, può assegnarlo a mansioni “appartenenti al livello di inquadramento inferiore”. Via libera dunque alla possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, con l’accortezza di “travestire” il provvedimento con una delle molteplici e possibili ragioni organizzative aziendali: il lavoratore, dunque, potrà anche precipitare dai vertici ai piedi della scala delle mansioni, non essendo in nessun modo reperibile nel testo della norma il riferimento ad un livello immediatamente inferiore, ma solo ad un generico “livello inferiore”.
Ovviamente, se alle mansioni di precedente assegnazione erano legate delle speciali indennità (quali, ad esempio, l’indennità di maneggio del denaro o indennità relative ad altri rischi), queste saranno eliminate con le nuove mansioni inferiori: semaforo verde, dunque, anche alla riducibilità della retribuzione.
Il menù predisposto per imprenditori particolarmente voraci si arricchisce di un’ulteriore scelta à la carte: la riduzione integrale della retribuzione al nuovo livello della mansione inferiore, nel caso in cui il demansionamento sia frutto di un “accordo” tra le parti, giustificato dall’ “interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione”, dall’ “acquisizione di una diversa professionalità” o dal “miglioramento delle condizioni di vita del lavoratore”. Siamo al trionfo dell’ipocrisia legale; appare sarcasticamente beffardo il riferimento all’interesse del lavoratore all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita operato dalla norma, considerando che gli accordi in questione comporterebbero in concreto una doppia perdita: di professionalità, tarpata da mansioni dequalificanti, e di retribuzione, ridotta ai nuovi inferiori livelli.
Di più ed oltre, questi accordi di demansionamento lungi dall’essere frutto della “spontanea volontà delle parti”, potrebbero essere oggetto di una pressante coazione, che coinvolgerebbe soprattutto i lavoratori “a tutele crescenti” privi dello scudo dell’art. 18 Stat. Lav. e sotto la spada di Damocle del licenziamento a indennizzo ridotto.
Ma vi è qualcosa di ben più grave, che sembra motivato più da ragioni vendicative che da motivazioni tecnico-produttive, quasi fossero i lavoratori i colpevoli della devastante crisi economica.
Si tratta del comma terzo, che è opportuno riportare per intero, al fine di comprenderne tutta la sua gravità: “Il mutamento di mansioni è accompagnato, ove necessario, dall’assolvimento dell’obbligo formativo, il cui mancato adempimento non determina comunque la nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni”.
Vediamone le possibili implicazioni.
La norma implicitamente dice, in modo apparentemente neutro, che in caso di mutamento unilaterale delle mansioni, il datore di lavoro può anche omettere l’obbligo di formazione del dipendente alle nuove mansioni: in questo caso, l’assegnazione alle mansioni – ad esempio – inferiori sarà comunque valida e legittima, ed il lavoratore – di conseguenza – dovrà proseguire nello svolgimento delle nuove prestazioni lavorative, anche senza la dovuta formazione.
E’ l’attacco diretto – e subdolo – alla sicurezza del lavoro, al principio consolidato per cui la formazione e l’addestramento specifico del lavoratore in caso di trasferimento o cambiamento di mansioni (art. 37, comma 4, lett. b dlgs. 81/2008, cd “Codice della sicurezza”) è il primo strumento di prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Le conseguenze di questa abominevole disciplina sono tanto semplici da comprendere quanto agghiaccianti: il prestatore di lavoro che venisse preposto a nuove mansioni e che, ad esempio, dovesse passare dalla scrivania all’utilizzo di un macchinario della catena di montaggio, potrà essere preposto anche senza alcuna specifica formazione all’utilizzo della macchina. L’adibizione, comunque, sarà valida, con la conseguenza che il lavoratore sarà obbligato a svolgere le nuove prestazioni lavorative e ad utilizzare il macchinario senza alcuna specifica cognizione: come dire, a suo rischio e pericolo. Con la correlativa, possibile responsabilità disciplinare e risarcitoria diretta del lavoratore per gli eventuali errori compiuti nello svolgimento della nuova prestazione lavorativa e che provocassero, ad esempio, un danno aziendale.
E se il lavoratore destinatario del mutamento di mansioni dovesse essere vittima di un infortunio a causa dell’assenza di specifica formazione? E’ molto probabile che, in caso di richiesta di risarcimento dei danni da parte del lavoratore, il datore di lavoro si difenderà sostenendo la legittimità della propria condotta e rifiutando qualsivoglia responsabilità risarcitoria, confortato dal sigillo di legge per cui “il mancato adempimento non determina comunque nullità dell’atto di assegnazione delle nuove mansioni”. Interpretazione assolutamente plausibile in assenza di altre specificazioni in merito alle conseguenze sulla sicurezza lavorativa che il legislatore delegato, colpevolmente, ha omesso.
Stiamo dunque parlando della clamorosa e palese violazione del principio cardine del diritto del lavoro, contenuto nel noto art. 2087 c.c. (rubricato “tutela delle condizioni di lavoro”), secondo il cui disposto “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Il lavoratore non vale più neanche il prezzo di un costo di formazione e di addestramento: è ormai diventato solo “carne da macello”.
Del resto, che la liberalizzazione di fatto delle condotte demansionanti sia il punto di arrivo del processo di “merficicazione” del lavoro e dei lavoratori è desumibile anche dalla considerazione che, con il rinnovato art. 2103 c.c., si conferisce il formale visto di “legalità” a comportamenti che decenni di studi di sociologia del lavoro – oltre che di pronunce giurisprudenziali – hanno definito sia come espressione del cosiddetto “mobbing”, sia come generatori di danni esistenziali, biologici e professionali nella sfera dei lavoratori vittime di tali condotte. Realtà concreta e realtà normativa si allontanano definitivamente, portando al cortocircuito della giustizia.
Gli apologeti della “modernità lavorativa” certamente canteranno l’inno alla flessibilità nella gestione lavorativa e all’ormai raggiunta produttività, anticamera della “crescita”; uno sguardo meno ideologico alla viva realtà del lavoro, al contrario, evidenzierebbe come alla base di questa nuova disciplina non vi possa essere nessuna esigenza economico-produttiva, poiché vanificata dalla creazione di lavoratori dequalificati, trasformati in mere “pedine”, scarnificati della propria professionalità e, dunque, tutt’altro che produttivi.
Al contrario, sottese all’approvazione di questa norma – che costituisce l’autentico architrave della “riforma del lavoro” – vi sono ragioni politiche: di una politica che parla le parole della nuova Costituzione materiale (o Controcostituzione), in cui il nuovo art. 2103 c.c. è la leva per lo scardinamento di fatto dell’art. 1 della Costituzione, ove la dignità del lavoro è schiacciata sotto il tallone delle esigenze produttive di impresa e delle ferree ed ineluttabili leggi neoliberiste di mercato.
Di fronte a questo sconfortante panorama, dinanzi alla definitiva eclissi del valore fondante e formante della Repubblica, non puo’ non tornare alla mente il severo monito del nichilismo giuridico che, con uno sguardo intriso di dolente realismo, individua nel “valore il principio sostenuto dalla volontà più forte ed efficace. Carte Costituzionali ed altre solenni dichiarazioni sempre contengono norme, poste dalla volontà umana, e quindi trasgredibili modificabili revocabili.
Nulla sfugge alla distruttiva temporalità dell’uomo”. Nemmeno la laica sacralità della “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, oseremmo aggiungere.

di Domenico Tambasco


Articolo originale

domenica 18 gennaio 2015

Altre 20 canzoni prog delle quali non potrete piu' fare a meno

Ankh - The Trick (da Expect Unexpected, 2003): Band polacca dal suond particolare e testi in lingua madre, pubblicano tre discreti album negli anni '90 e l'ultimo nel 2003; la loro produzione finisce con un live a Rio nel 2007, probabilmente il disco che meglio sintetizza quanto di buono fatto da questi musicisti. Michal Pastuszka suona chitarra e tastiere, Piotr Krzeminski canta e suona la chitarra, Krzysztof Szmidt e' bassista e tastierista, Adam Rain e' il batterista: i quattro utilizzano bene arie crimsoniane, elettronica e un po' di punk/rock per creare uno stile unico, dark e sinfonico allo stesso tempo, sempre melodico e catchy. Da scoprire.

Arti e Mestieri - Gravita' (da Tilt - Immagini per un Orecchio, 1974): Gruppo storico del jazz/rock italiano, nelle sue fila hanno militato il batterista Furio Chirico, proveniente dai Trip, il tastierista Beppe Crovella ed il chitarrista Gigi Venegoni, che al termine di quest'esperienza formera' i Venegoni & Co., oltre al bassista Marco Gallesi, il violinista Giovanni Vigliar ed il sassofonista Arturo Vitale. Non vado pazzo per il jazz/prog, pero' il contributo che questa band ha dato alla definizione del genere a livello europeo e' innegabile, i loro primi due album (Tilt del '74 e Giro Di Valzer Per Domani del '75) sono dei capolavori di genere. Il loro e' uno stile incentrato su una fusion infuocata, basata sulle evoluzioni di violino e chitarra ed un solido quanto funambolico drumming. Sono ancora in attivita' e puo' capitare di beccarli dal vivo.

Atlantis Philharmonic - Fly-The-Night (da Atlantis Philarmonic, 1974): Uno dei primi esempi di prog americano, la band di Cleveland era formata unicamente dal batterista Royce Gibson e dal polistrumentista Joe DiFazio. Il loro unico album mostra una serie di influenze delle piu' disparate, ma tutte comunque sottogeneri del prog: dal sinfonico al jazz, dal tastieristico all'hard, il tutto condito da un sano tocco di pop tipicamente americano. Un album molto riuscito che consiglio caldamente, questa canzone in particolare e' bellissima. DiFazio si e' successivamente laureato in informatica e lavora attualmente come programmatore.

Atomic Rooster
Atomic Rooster - Death Walks Behind You (da Death Walks Behind You, 1971): Band proveniente dall'underground inglese ma salita alla ribalta dopo un paio di album per lo stile originale al tempo, che per la prima volta proponeva elementi che sarebbero poi sfociati nella nascita del dark progressive. Formazione a tre elementi, il leader e tastierista Vincent Crane la fonda nel 1969 dopo essere uscito dal Crazy World of Arthur Brown, dal quale porta con se' il diciottenne batterista Carl Palmer, unito al bassista e cantante Nick Graham. Niente chitarra dunque (almeno inizialmente), poca melodia, zero sinfonismi, ma tanto hard rock e virtuosismi tastieristici, atmosfere gotiche e spettrali, arie inquietanti, testi ispirati alla letteratura mistico-sepolcrale. Il gallo atomico fa il botto e raggiunge la notorieta' con il secondo album, il migliore del repertorio, Death Walks Behind You dal quale la title-track e' qui proposta come loro brano piu' riuscito. Palmer aveva gia' raggiunto gli Emerson, Lake & Palmer a quel punto, sostituito da Paul Hammond, cosi' come Graham, rilevato invece da John Cann dagli Andromeda, vero e proprio autore del salto di qualita' del suond, anche grazie all'introduzione della chitarra. Album intero consigliatissimo, ma questa canzone e' un piccolo gioiello del dark prog piu' necrofilo.

Beardfish - Until You Comply Including Entropy (da Destined Solitaire, 2009): Formidabile combo dalla Svezia, i Beardfish sono oggi una realta' della scena prog piu' alternativa, eclettica e moderna. Dovrebbero pubblicare l'ottavo album quest'anno, a me sono piaciuti moltissimo i due Sleeping In Traffic (Part One del 2007 e Part Two del 2008), e Destined Solitaire del 2009 dal quale questo brano e' estratto. I Beardfish sono Rikard Sjöblom che canta e suona le tastiere, il chitarrista David Zackrisson, il bassista Robert Hansen ed il batterista Magnus Östgren. Il loro sound si discosta dal prog piu' convenzionale per il tipico andamento altalenante, o ottovolantenante, delle loro tracce, che fanno su e giu' senza posa, in un turbinio di atmosfere diverse e di sentimenti contrastanti, tempi irregolari e toni cangianti. Questa canzone in 15 minuti mostra tutta la loro bravura e l'ampio spettro musicale che i quattro svedesi riescono a coprire. Una band che merita molta attenzione.

Chroma Key - S.O.S. (da Dead Air for Radios, 1998): I Chroma Key sono una creazione del tastierista, che qui si cimenta anche al canto, Kevin Moore, talento puro prima nei Dream Theater, con i quali contribuisce, tra gli altri, al meraviglioso Images & Words, e poi nei Fates Warning del capolavoro A Pleasant Shade of Gray. Dai Fates Warning chiama gli amici Mark Zonder (batteria) e Joey Vera (basso), completando la formazione con il chitarrista Jason Anderson, e dando alle stampe cinque album in totale, con il debutto Dead Air for Radios, seguito da You Go Now nel 2000, album dei quali val la pena dare un ascolto. Lontano dalle atmosfere prog-metal delle due band menzionate, il suono dei Chroma Key puo' risultare freddo e distante a tratti, ma e' questo il marchio di fabbrica della band di New York, che affida le proprie fortune alle evoluzioni pianistiche di Kevin coadiuvate dall'impeccabile flusso sonoro degli altri e da una produzione perfetta che rende il suono cristallino e pulito, inconfondibile. Ad un'analisi piu' attenta i brevi brani che caratterizzano la produzione Chroma Key, dal punto dei vista dei testi, sono intime poesie struggenti, cariche di sincerita' e passione, in netto contrasto con lo stile spaziale ma melodico dei quattro musicisti. A mio parere questo e' il loro brano migliore, emozionante, lirico, decadente.

D'AccorD - Mr. Moonlight (da III, 2013): Gruppo norvegese non ancora affermatosi a livello internazionale, sono comunque abbastanza famosi in patria. Dopo due album di affinamento degli strumenti nel 2009 e 2011, il terzo album mostra molta piu' maturita' e potrebbe essere l'occasione per farsi conoscere da un pubblico piu' vasto se sara' confermato da un successore all'altezza. Al di la' del prog classico suonato dai sei scandinavi (Daniel Maage a voce e flauto, Årstein Tislevoll a tastiere, chitarra e violino, Fredrik Horn a tastiere e sassofono, Stig Sund alla chitarra, Martin Sjøen al basso e Bjarte Rossehaug alla batteria), cio' che stupisce dei D'AccorD e' la loro abilita' nel proporre brani frizzanti, orecchiabili, non troppo complicati ma aperti alle evoluzioni, basati sulle due chitarre ma incorporanti gli altri strumenti per ampliare lo spettro sonoro. Una band interessante di sicuro. Questo brano e' un piccolo capolavoro semplice e ficcante.

Dialeto - We Got It All (da Chromatic Freedom, 2010): Sono un ricercatore maniacale e meticoloso, vado pazzo nello spulciare le discografie delle band piu' underground di tutti i paesi del mondo, di ogni periodo. Mille volte le mie aspettative vengono frustrate dalla qualita' dei gruppi che se non sono famosi un motivo ci sara', ma quelle pochissime volte in cui scopro gemme nascoste ripagano per tutto il tempo impiegato. Alcune band non sono famose per ragioni non legate alla qualita' della loro musica. I Dialeto per esempio, brasiliani di Sao Paulo (citta' incredibile che ho visitato un paio di anni fa), hanno scritto la maggior parte del loro materiale negli anni '80 e suonato in giro per i pub, ma non sono mai riusciti a pubblicare nulla per la scarsita' delle loro finanze e per la dispersivita' del panorama musicale di un paese cosi' grande, dove la musica mainstream e' ben diversa dal prog, e soprattutto dall'heavy prog suonato dai nostri. Tuttavia oggigiorno e' davvero semplice registrare un album e renderlo disponibile al pubblico, ecco perche' i Dialeto hanno deciso di registrare il loro materiale storico e pubblicarlo in tre album usciti nel 2008, 2010 e 2013. Il cantante e chitarrista Nelson Coelho con il bassista Andrei Ivanovic ed il batterista Miguel Angel propone un prog pesante, che si affida molto alle solide linee del basso ed alla chitarra quasi doom, a creare atmosfere asfittiche ed opprimenti. Questa canzone ne e' un chiaro esempio, lenta, inquietante ed ossessiva nel suo incedere, con un testo sprezzante che recita "We got it all, we got it, whatever. We got it all, we got it, we're so clever. We wasted it all. We wasted it all together."

Gargamel - Below the Water (da Watch For The Umbles, 2006): Altra band norvegese semisconosciuta, i Gargamel hanno pubblicato solo due album nel 2006 e 2009, caratterizzati da uno stile molto crimsoniano nei toni della chitarra, calda ed avvolgente, e nelle atmosfere, scure e decadenti, con in piu' l'uso del violoncello che rende tutto piu' greve e solenne. Watch For the Umbles e' a mio parere un album da ascoltare assolutamente, e questa traccia e', sempre a mio parere, la migliore del lotto. I Gargamel sono Jon Hansen alla chitarra, Bjorn Andersen alle tastiere, Geir Tornes al basso, Morten Tornes alla batteria, Tom Uglebakken a voce, chitarra e flauto, e Leif Hjlmen al violoncello.

Gong - Radio Gnome Invisible (da Flying Teapot, 1973): Aflieri dello space rock, inventori del Canterbury sound, i Gong sono stati un pezzo di storia della musica inglese e influentissimi nello sviluppo del rock in generale. Guidati dallo stravagante australiano Daevid Allen, rappresentano uno dei lati piu' genuini e spontanei del prog, dai loro esperimenti prendera' spunto la scena psichedelica e space come anche la scuola di Canterbury. Non a caso Daevid fa anche parte del primissimo nucleo dei Soft Machine, inoltre prendono parte alla registrazione del primo album dei Gong, Banana Moon (1971) Robert Wyatt e Nick Evans. Allen lascera' la band nel 1975, e da quel punto in poi il percussionista Pierre Moerlen ne assumera' il comando per dedicarsi ad un insipido jazz rock. Il primo album non e' altro che un insieme di nastri di improvvisazioni free, psichedeliche e lisergiche, mentre il secondo, Camembert Electrique (1971) tenta di essere piu' omogeneo, pero' si respira ancora un'atmosfera anarchica da figli dei fiori in acido. Ottenuto un contratto con la Virgin, il gruppo da' alle stampe la trilogia Radio Gnome Invisible: Flying Teapot nel '73, Angel's Egg ancora nel '73 ed infine You nel '74, punte piu' alte della loro ispirazione ed album di grande spessore. Formazione di rilievo, con Daevid Allen a voce e chitarra, Gilly Smith alla voce, Didier Malherbe al sax, il grandissimo chitarrista Steve Hillage, di cui consiglio l'ascolto dell'album Live Herald, il bassista Christian Tritsch ed il batterista Pip Pyle, incide tre album che anticipano molte tematiche new age: e' musica per stonati, carica di vibrazioni positive, esoterismo, erotismo, visioni mistiche, sesso e droga, gioia di vivere, muovendosi fra territori zappiani, psichedelia e proto-elettronica. La canzone che ho scelto e' secondo me la migliore, la dimostrazione di come il prog riesce ad essere anche scherzoso, allegro, buffo, sballato.

McOil
Häx Cel - Land of Dreams (da Zwai, 1971): Band di cui si sa pochissimo, durano pochi mesi e danno alle stampe un solo album per un'etichetta che sparira' di li' a poco. Abbastanza per entrare negli annali ed offire un grande esempio di rock sinfonico di matrice tedesca. Dieter Neumann e' il cantante e flautista, Achim Neubauer suona le tastiere, Michael Moebus il basso e Rainer Greffrath la batteria: questi quattro ragazzi fanno in tempo a regalarci un grande album, di cui questa e' a mio parere la miglior canzone.

McOil - All Our Hopes (da All Our Hopes, 1979): Altro gruppo tedesco sconosciuto, risultano attivi per una decina di anni ma pubblicano un solo album. Walter Utz canta e suona le tastiere, Norbert Kuhphahl e' il bassista, Karl Wild il chitarrista e Andy Tischmann il batterista. Propongono un prog duro e pesante, lento e malinconico, condotto solitamente dalla chitarra e con un cantato roco abbastanza raro in questi contesti. Meritevoli di un ascolto di sicuro.

Project Creation - Cheops (da Floating World, 2005): I Project Creation, capitanati dal chitarrista, bassista, batterista e cantante Hugo Flores, sono una band portoghese dedita ad un prog-metal molto soft e particolare, tendente allo space ed all'ambient, con molte tastiere e fiati, e doppia voce maschile/femminile. Il progetto vuole essere una trilogia che parla di un racconto fantascientifico circa la colonizzazione di un pianeta disabitato, trama che non suona particolarmente interessante ed infatti dopo una non entusiasmante parte prima nel 2005 da cui e' tratto questo brano, ed una peggiore parte seconda nel 2007, non e' stato ancora registrato il terzo capitolo. Stile piacevole e sufficientemente originale, purtroppo non e' stato ancora sviluppato a pieno dalla band che non ha ancora pubblicato un album convincente, pero' questa canzone mostra talento da vendere che aspetta solo di essere sfruttato nella giusta maniera.

Qoph - Vansinnet (da Kalejdoskopiska Aktiviteter, 1998): Prima canzone del primo album dei Qoph, combo svedese che propone un prog bello veloce ed incisivo, senza sbavature, conciso, hard con elementi spacey e suono basato sulla chitarra. Primo album in svedese, seguenti in inglese, il gruppo e' composto da Federico de Costa alla batteria, Robin Kvist alla voce, Filip Norman alla chitarra, Patrick Persson al basso e Jimmy Wahlsteen alla chitarra, nascono come psych blues trio senza la voce, improvvisando in giro, e l'impostazione e' rimasta, in seguito assumeranno un cantante per raggiungere una maggiore visibilita'.

Raven Sad - Stars (da Quoth, 2008): Progetto del cantante, chitarrista, tastierista e bassista toscano Samuele Santanna che, circondato da uno stuolo di amici, mette in pratica il suo ideale di musica, mischiando folk, psichedelia, ambient ed elettronica. E' un prog molto morbido, d'atmosfera, melodico e romantico. Il gruppo si assesta su elementi fissi in seguito e pubblica altri due album, dopo l'esordio Quoth da cui il mio pezzo preferito e' tratto, cioe' We Are Not Alone (2009) e Layers of Stratosphere (2011), album tutti interessanti ma non imprescindibili.

Shadow Circus - Radio People (da Welcome to the Freakroom, 2006)/Daddy's Gone (da On a Dark and Stormy Night, 2012): Promettente band americana, hanno pubblicato tre album molto carini ed orecchiabili ma ancora non sono riusciti a convincere del tutto. Infatti non riesco a scegliere una canzone che sia migliore delle altre, ne ho scelte due, una dal primo album ed una dall'ultimo. Pero' ci tengo a precisare che tutti e tre i lavori si assestano su un discreto livello, e scorrono piacevoli all'ascolto. La loro biografia e' molto affascinante: John Fontana e' un ragazzo che suonava pop e musica commerciale nei bar del New Jersey per racimolare qualche dollaro, ma e' in realta' innamorato del prog settantiano e registra dei demo di chitarra e tastiere per conto suo ispirati al prog sinfonico piu' classico, stile Genesis ed ELP. Il batterista che suonava spesso in giro con lui, Corey Folta, giudica il materiale molto valido ed insiste nel reclutare altri membri per formare una band. E qui accade che dopo aver prima trovato un cantante che proviene dal teatro come David Bobick, Fontana viene contattato dal bassista Matt Masek, ex violoncellista di conservatorio, e poi dal tastierista Zach Tenorio, enfant prodige dell'ambiente, spesso session man per giganti come Rick Wakeman, John Wetton, Tony Levin. Questo insieme di elementi, unito al gusto pop del leader Fontana, donano agli Shadow Circus un tocco unico, forse accostabile agli Asia. Brani quindi allegri, non lunghi ne' complicati, AOR, easy listening quanto basta e coinvolgenti. Sto ancora aspettando il disco della consacrazione.

Special Providence
Sky - Hotta (da Sky 2, 1980): Gli Sky del chitarrista classico John Williams godono dei servigi di Francis Monkman, ex tastierista dei Curved Air, per i primi due album, i migliori della loro produzione. Difatti questo brano e' tratto dal secondo dopo la nascita del gruppo nel 1978, pero' consiglio vivamente il live in Bremen del 1980, pubblicato pero' nel 2005, che meglio racconta il loro exploit iniziale. Infatti quando Francis Monkman abbandona, lo stile e la qualita' ne risentono parecchio ed il pubblico reagisce di conseguenza. Peccato perche' gli Sky sono stati la prima band rock a suonare alla Westminster Abbey, con tanto di diretta della BBC, ed il loro stile eclettico, basato sul prog ma semplificato per accontentare un pubblico piu' ampio, sembrava davvero una buona idea. John Williams, dopo aver registrato diversi album di musica classica, si cimenta nel suo primo approccio alla composizione rock, e chiama a se' Herbie Flowers, che suona basso e tuba, e Tristan Fry, che suona la batteria, i quali avevano suonato in tutti i suoi album precedenti. Monkman proveniente dal prog e Kevin Peek, chitarrista pop, completano una formazione poliedrica che mette, almeno inizialmente, il talento e l'esperienza di ognuno al servizio della composizione, che e' in queste prime fasi estremamente ispirata e varia. La band inglese, seguendo la moda degli '80, cerca di recuperare il prog riadattandolo allo stile musicale in voga nel periodo, quindi piu' semplice e scanzonato, disinteressato. Siamo di fronte a musicisti dotati ed esperti, che producono un suono cangiante ed ampio, grazie anche alla doppia chitarra acustica ed elettrica, con ottimi spunti ed idee individuali, il tutto sempre mantenendosi in territori facili all'ascolto.

Special Providence - Lazy Boy (da Soul Alert, 2012): Ci sono dei limiti alle contaminazioni che il prog puo' assumere? Apparentemente no, come dimostrano gli ungheresi Special Providence, con il loro metal aperto all'elettronica e persino alla dance. Basta ascoltare questo incredibile brano, Lazy Boy, tratto dal loro ultimo lavoro. Cséry Zoltán alle tastiere, Kertész Márton alla chitarra, Fehérvári Attila al basso e Markó Ádám alla batteria sono attesi al varco per un album finalmente conciso e convinto, dopo tre album piacevoli ma non all'altezza delle loro possibilita'.

String Driven Thing
String Driven Thing - Heartfeeder (da The Machine That Cried, 1973): Provenienti dall'underground inglese, gli String Driven Thing dei coniugi Chris (voce e chitarra) e Pauline (voce) Adams non hanno raggiunto la fama meritata all'epoca, ma soni stati riscoperti e ristampati in seguito. Il loro e' un prog estremamente dark e triste, cupo, amaro, dai toni disperati e foschi, trascinato dal lamento del violino di Graham Smith, dai ritmi ossessivi ed insistenti del bassista Colin Wilson e del batterista Billy Fairley, e dai testi angoscianti e desolati di Chris. Lo stesso Chris Adams entrera' nei Van Der Graaf Generator allo scioglimento della band, dopo cinque album all'attivo, nel 1976.

Tune - Confused (da Lucid Moments, 2011): Promettentissima band polacca, i Tune spiccano per l'uso della fisarmonica in un contesto prog metal decadente e pessimista. Un solo album per ora, ma spero in un seguito che sappia migliorare quanto di buono fatto sentire con questo esordio del 2011, da cui ho scelto Confused, brano intimista e disperato, lineare ed equilibrato, che sfoggia tutto il talento di Adam Hajzer (chitarra), Leszek Swoboda (basso), Janusz Kowalski (fisarmonica, tastiere), Wiktor Pogoda (batteria) e Jakub Krupski-Maria (voce). So che non mi deluderanno.

venerdì 14 novembre 2014

Quintorigo - Rospo (1999)

I Quintorigo sono stati una giovane promessa della musica italiana, un gruppo di ragazzi decisi a portare una ventata di aria nuova nello stantio e asfittico panorama pop italiano. Era il 1999 e il loro intento e' fallito miseramente. Una della rare apparizioni di gruppi progressivi sul palco di San Remo, i Quintorigo stupirono tutti per la singolarita' della proposta, completamente differente dalle tipiche canzonette stereotipate e plastificate abituali dell'Ariston, dal punto di vista dei testi, dell'approccio musicale, della strumentazione, tutto insomma. Rospo, il brano proposto, valse loro il premio della critica, e grandi furono i proclami delle riviste e trasmissioni specializzate, annunciatrici dei messia che avrebbero rivoluzionato lo scenario popolare italiano. Ero al liceo, possedevo una copia del cd in questione in quanto andavo in classe con uno dei pochi proprietari di un masterizzatore della mia piccola citta', e per un fortunatissimo caso costui era anche un musicista e appassionato di prog, che quindi mi passo' l'album. Frequentavo tanti musicisti in quel periodo, il clima che si creava in quei garage freddi, fumosi e puzzolenti era qualcosa di spettacolare; l'alcol, l'hashish, le ragazze, le prime esperienze in tutto, ovviamente era un periodo di grande entusiasmo, pero' ricordo che c'era sincera speranza e, perche' no, aspettativa, che quella apparizione aliena sanremese potesse davvero cambiare qualcosa. Forse eravamo troppo ingenui ed intrippati con il prog. Ad ogni modo, i Quintorigo tornarono a San Remo l'anno dopo, per un altro tentativo di colpo di stato, guadagnando un deludente premio per il miglior arrangiamento, e persero gradualmente popolarita' con il passare degli anni. Originari della Romagna, la band nasce nel 1992, ed ha dato alle stampe cinque album in totale, escludendo live, raccolte e tributi; il primo album, Rospo, e' sicuramente il migliore, ma anche il secondo, Grigio, merita certamente un ascolto. Da Grigio in poi, siamo nel 2000, il cantante John De Leo abbandona il gruppo, che prova a mantenere inalterato lo stile ingaggiando diversi cantanti nel corso degli anni ma con risultati molto lontani dai fasti dei primi due dischi. I cinque ragazzi si proponevano come educatori del palato musicale italiano, intendevano introdurre l'ascoltatore medio a generi di musica piu' educati, raffinati, come la classica ed il jazz, ma rivestiti di ritmi piu' assimilabili, melodie piu' immediate, per risultare piu' digeribili al rozzo ed ignorante ascoltatore italiano. Un pop colto, una canzone leggera raffinata, una musica popolare aulica, questo volevano essere i Quintorigo, e sulla carta funzionava alla stragrande, peccato che il primo disco non abbia venduto molto, il secondo ancora meno, il successo commerciale e la popolarita' non sono mai arrivati, ed il gruppo, demoralizzato, ha rinunciato ai propri obiettivi. Con uno schieramento di tre archi, Andrea Costa al violino, Stefano Costa al violoncello e Stefano Ricci al contrabbasso, piu' un fiato, Valentino Bianchi al sax, e la summenzionata voce, la band romagnola propone un interessantissimo pop acustico, privo delle percussioni ma scandito dal ritmo del contrabbasso e della voce di De Leo, vero maestro del genere, con gli altri strumenti ad impersonare il ruolo dei tipici strumenti rock come chitarra e tastiera. Inoltre il gruppo spazia fra vari generi, pur mantenendo i brani brevi ed in forma canzone, easy listening ed orecchiabili, come classica, jazz, funk, blues, presentando anche testi profondi, ironici, polemici, interpretati perfettamente da un grandissimo vocalist, che si ispira a demetrio Stratos e suo degno erede. Basta ammirare l'immensa prova sul palco dell'Ariston. Il berlusconismo rampante che stava facendo in quegli anni strage di neuroni e terra bruciata intorno ad essi tramite la disintegrazione della cultura e di qualunque cosa avesse una vaga aurea intellettuale di certo non ha aiutato i nostri amici, anche se francamente penso sia stato davvero da ingenui pensare di sgretolare cosi' un sistema granitico ed inespugnabile che esiste in Italia da anni e sempre esistera'. Se n'e' discusso tanto, Fabio Zuffanti ci ha anche scritto un libro, nel nostro paese avra' successo e si ascoltera' sempre un certo tipo di musica perche' e' quello che piace agli italiani, o almeno alla maggior parte di essi, ne' piu' ne' meno. I Quintorigo avrebbero dovuto accontentarsi del loro pubblico e fare la musica che sanno fare, ci sono tanti ammiratori innamorati dei loro primi album e che sono rimasti delusissimi nel veder precipitare cosi' un gruppo dal grandissimo potenziale e dallo stile unico. Ma poi chi sono io per dire cosa dovrebbe fare uno. Tornando all'album, la prima traccia, Kristo Si'! e' un funky di denuncia della religione, con John che ha un dio che non lo lascia ne' vivere ne' morire. Canzone trascinante, dal gran ritmo, originale e di impatto, maestosa la prova vocale. Si prosegue con Rospo, il brano di San Remo, e probabilmente miglior pezzo del disco. Le liriche innanzitutto, narranti di un rospo tramutato in uomo che pero' trova disgustoso l'ambiente in cui si trova ora, l'ipocrisia, la finzione, i meccanismi umani. E mi chiedo quanti degli spettatori che hanno assistito all'esibizione hanno colto il senso delle parole "moralita' formalita', disgusto, ipocrisia televisiva, conati". Musicalmente si tratta di una canzone molto melodica, pop, resa pero' particolare dall'utilizzo degli strumenti classici. La terza traccia, Nero Vivo, e' un attimino meno ariosa, piu' dark, ancora riuscitissima, ritmata, arricchita da un grande assolo di sax. Zapping, appena due minuti lunghezza, strumentale, spazia fra vari generi, classica, jazz e anche un po' di folk. Sogni o Bisogni e' un altro pezzo ispiratissimo, grande incedere strumentale, a meta' fra funk e soul, con la voce che trascina il brano ed una perfetta prova di tutti i musicisti. Tradimento e' piu' lenta, vagamente malinconica, condotta ora dalla voce ora dal sax, altro bel pezzo. Deus Heures De Soleil e' molto interessante: voce distorta, violino e violoncelli piu' aggressivi ed abrasivi nella strofa, toni ariosi e voce pulita nel ritornello, sicuramente un'altra delle tracce piu' riuscite del prodotto. Un'altra caratteristica della band in questione e' l'utilizzo di lingue diverse, soprattutto italiano, ma pure inglese e francese, anche nello stesso brano. Momento Morto e' piu' calmo, anche se non completamente rilassato, caratterizzato da un tappeto di archi su cui si innesta la voce di John, ed il violino suonato a mo' di chitarra elettrica nel ritornello. Il sax fa sempre un ottimo lavoro di ricamo e riempimento. Vi e' poi una cover di Heroes di David Bowie, completamente stravolta e reinterpretata dai nostri. In We Want Bianchi compare l'unica batteria, grazie all'ospite Roberto Gatto, che ne fa la canzone piu' rock del lotto: trascinata da intrecci di sax e violino, vagamente jazz e sudamericana, e' uno strumentale con il cantante che non parla ma vocalizza solo, ed e' uno spettacolo sentirlo usare l'ugola come uno strumento aggiunto. Chiude una versione dub di Kristo Si', particolarissima. Mi sembra doveroso chiudere il post con il video della loro esibizione in quel di San Remo, era il 1999, il declino della penisola italica era appena cominciato.