mercoledì 23 aprile 2014

Crystal Phoenix - Crystal Phoenix (1989)

Cosa rende un album degno di essere ascoltato e divulgato? Sicuramente deve possedere una musicalita' piacevole, i testi sono anche un aspetto da non sottovalutare, ma a cio' aggiungerei anche l'ambiente, le condizioni in cui e' stato partorito, la particolare storia che si annida dietro, lo stato d'animo dell'artista durante quel periodo. L'album di cui mi accingo a parlare e' molto bello nelle intenzioni, le melodie molto indovinate, intense le emozioni che riesce a suscitare, anche se purtroppo pecca in produzione, ed il suono ne risente abbastanza, inoltre sarebbe stato meglio eseguito da una band vera e propria. Ma al di la' dell'aspetto prettamente musicale, e' un'opera nata e diffusasi in circostanze improbabili ed abbastanza stupefacenti. Infatti, ed e' il primo dei tanti aspetti peculiari di questo disco, si tratta di un progetto di una one woman band, come pochissime ce ne sono nell'ambiente musicale, la quale e' l'autrice di musiche e testi, nonche' esecutrice di tutti i brani, disegnando persino la copertina dell'album. Lei si chiama Myriam Sagenwells Saglimbeni, e' di Domodossola, canta, suona chitarra elettrica, acustica, basso, arpa e liuto, non ha mai fatto il conservatorio, ed e' cresciuta a metal e Bach. Non e' mai purtroppo riuscita a fare della sua passione un lavoro, e quest'album rimane uno dei due soli episodi della sua carriera da autrice musicale. Alla fine degli anni '80 cantava in una band di Milano chiamata Reinless, ma aveva da parte del materiale scritto da lei che la sua band non prese mai troppo sul serio. Decise quindi di registrare il disco da sola e riusci' a trovare un contratto con la Videostar di Genova, che pubblico' il vinile nel 1989. Leggenda narra che ci furono delle incomprensioni fra i manager dell'etichetta ligure e l'artista, e che quindi la maggior parte delle copie del disco vennero volutamente distrutte. Accadde pero' che nel 1993 una delle poche copie in circolazione fini' nelle mani di Massimo Gasperini, che stava in quei giorni fondando la Black Widow, il quale si innamoro' immediatamente del lavoro e decise di pubblicarlo per la propria neonata etichetta. Cosi' il secondo aspetto peculiare di questo album e' il fatto di essere la prima pubblicazione della ora famosa label progressive, rendendolo un disco "cult" fra gli appassionati del genere. Le coincidenze pero' non finiscono qui, visto che l'anno dopo, il CD finisce chissa' come sulla scrivania di un produttore musicale coreano, che manco a dirlo adora l'album, e contatta la casa discografica di Genova per poterlo pubblicare in Corea del Sud. Crystal Phoenix diventa quindi anche il primo contratto internazionale della Black Widow. Dal punto di vista stilistico, si tratta di un lavoro per comodita' inserito nel filone prog, trattandosi di un misto originale di folk, musica medioevale ed epic/heavy metal. Un disco sicuramente particolare, che spiazza ad un primo ascolto, diventando pero' familiare ed interessante appena si riesce ad andare oltre la singolarita' della proposta. La voce di Myriam e' protagonista principale, non esattamente diversa da altre voci, pero' all'altezza della situazione, cristallina e sempre intonata. Chitarra acustica ed arpa sono altri elementi frequenti, imprescindibili nel creare atmosfere con rimandi alla musica medioevale ed epica; chitarra elettrica e basso nei brani metal, tastiere per creare tappeti sonori ed accrescere cosi' il senso di epica drammaticita' che si vuol dare a tutto l'album completano l'opera, peccato per la batteria campionata che, insieme alla registrazione approssimativa, compone gli elementi deboli del disco. Il lavoro  comincia con  lo strumentale Damned Warrior,  pezzo metal,  veloce e  robusto, breve quanto basta e guidato dalla  chitarra, che ricorda qualcosa degli  Iron Maiden. La  canzone  seguente, 474  Anno  Domini, e'  aperta  da celestiali  arpeggi  di chitarra acustica, con la voce di Myriam che presto incalza, anch'essa calma e suadente; ma presto l'atmosfera cambia, diventando tragica e decadente, mantenendosi sempre in territori acustici. La melodia vira lentamente verso la calma iniziale, senza perdere in drammaticita', e volge cosi' a conclusione fra arpe e chitarre. Se la prima traccia era dichiaratamente metal, la seconda folk/acustica, la terza, Somewhere, Nowhere Battle e' di matrice chiaramente medievale, con liuto, piffero e una leggera percussione; su tutto spicca la voce di Myriam, ora piu' solenne che mai, a descrivere una melodia orecchiabile, triste, ancora decadente. Loth' er Siniel comincia con basso e chitarra acustica, una leggera tastiera di sottofondo, umore che non cambia, mantenendosi sul tragico/solenne, anche se un attimino piu' luminoso in questo brano. Cori e tastiere colorano una canzone discreta, lenta e sognante, che prosegue scorrevole ed invariata per tutta la sua durata. La quinta traccia, mini-suite di quasi 7 minuti, si intitola Heaven to the Flower/Violet Crystal Phoenix, comincia malinconica e triste, grazie ad arpeggi di chitarra ed alla voce, che ora e' piu' sommessa; l'apparente tranquillita' non dura molto, infatti la chitarra elettrica finalmente sopraggiunge, la voce incalza, e si viaggia verso un hard rock drammatico e melodico. A pochi minuti dalla fine il brano cambia, il ritmo accelera, e la chitarra elettrica prende le redini, ben incalzata dalla batteria, eseguendo un assolo scorrevole e granitico, fino in pratica alla fine della canzone. L'ultima traccia, Dark Shadow, altra mini-suite divisa in The Dove and the Bat e The Last Flyght, comincia con la solita chitarra acustica, anche se ora piu' vivace e veloce, creando un'atmosfera tesa e nervosa, con la voce e la batteria che contribuiscono a rafforzare questa sensazione; il suono si irrobustisce a meta', la voce si alza, e il ritmo accelera un pochino, tentando un'altra sortita metal, questa volta un po' meno riuscita. Salva tutto un ottimo assolo di chitarra elettrica, ancora migliore del precedente, che cede poi alla voce la quale va cosi' a concludere con toni epici il lavoro. Per concludere, riporto un breve tratto di un'intervista a Myriam, dal quale personaggio sono rimasto sinceramente affascinato: "Forse per il genere di studi che ho intrapreso, o forse per attitudine, non so, ho sempre visto e percepito ogni cosa su tre livelli. Tipo: concetto, significante e significato. Il concetto si esprime con il linguaggio che ha dei ‘segni’ verbali che però possono essere fraintesi. La musica è il linguaggio più immediato, universale perché scavalca i segni che sono le parole e tocca direttamente le sensazioni. La musica può far ricordare (passato) ed immaginare (futuro) con l’ascolto (presente). Da piccolissima pensavo che le persone si potessero capire tra loro guardandosi negli occhi, poi ho capito che questo linguaggio non verbale è andato perso, il concetto mimetizzato e occultato con le parole. Quindi l’unica cosa che rimane intoccabile, al di là di ogni parola resta la musica. Essa non mente."

domenica 30 marzo 2014

Anima Morte - Face The Sea Of Darkness (2007)

Gli Anima Morte sono una band di Stoccolma attiva dal 2005 circa, che ha dato alle stampe solo due album su CD ufficiali, ma anche numerosi singoli ed uscite in vinile. Face the Sea of Darkness e' il primo di questi due CD ed il meglio riuscito a mio parere. Il nome fa intuire influenze italiane, infatti per stessa ammissione del tastierista, Goblin ed Ennio Morricone sono due delle fonti di ispirazione principali, con elementi sinfonici ed elettronici in aggiunta, che scaturiscono in un suond da colonna sonora, oscuro, misterioso, elegante, solenne a tratti. L'intero album e' strumentale e senza soluzione di continuita', diviso in 11 tracce trascinate da chitarra e tastiere che dipingono atmosfere cariche di elettricita', intense, lontane, a volte un po' fredde. Di certo e' un album molto orecchiabile, richiede un po' di ascolti prima di essere assimilato, dopodiche' le melodie cominciano a diventare familiari e riconoscibili. Il ritmo e' sempre sostenuto, ogni intreccio, ogni armonia molto indovinati e piacevoli, l'intero lavoro scorre via liscio e coinvolgente. Sicuramente la sobrieta', l'ordine e l'eleganza sono punti cardine della musica degli Anima Morte, non aspettatevi soluzioni audaci, sperimentazioni e bizzarrie, ma cio' non significa che l'album manchi di originalita', anzi; la band e' bravissima nell'alternare momenti piu' robusti e potenti, quasi metal a volte, a ballate acustiche e brani piu' morbidi e dolci, senza interrompere mai il flusso sonoro. Molto piano e molto organo lasciano il posto a tastiere digitali e timbri piu' industriali, il chitarrista e' a suo agio all'elettrica come all'acustica, sezione ritmica impeccabile. I membri della band sono Daniel Cannerfelt alla chitarra, Stefan Granberg suona basso, chitarra e synth, Fredrik Klingwall e' il tastierista, Teddy Möller il batterista. Come detto, l'album e' scorrevole e piacevole nella sua interezza, ma brani che spiccano sono He Who Dwells in Darkness, Devoid of a Soul, A Decay of Mind and Flash e Funeral March. Secondo il mio modesto parere un album che ogni progster dovrebbe avere, una gradevole alternanza di esplosioni e passaggi morbidi, calma e agitazione, tempeste e cieli sereni, in neanche 40 minuti di musica raffinata e nostalgica.

mercoledì 15 gennaio 2014

Il secolo dei lavori stupidi

Nel 1930, John Maynard Keynes prevedeva che entro la fine del secolo la tecnologia sarebbe progredita abbastanza da permettere a paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti di approdare alla settimana lavorativa di quindici ore. Aveva ragione: in termini di tecnologia, saremmo perfettamente in grado di riuscirci. Eppure non è ancora successo. Anzi, semmai la tecnologia è stata arruolata per inventare nuovi modi di farci lavorare tutti di più. A tale scopo sono stati creati lavori che sono di fatto inutili. Enormi schiere di persone, soprattutto in Europa e Nordamerica, trascorrono tutta la loro vita professionale eseguendo compiti che segretamente ritengono inutili. I danni morali e spirituali che derivano da questa situazione sono profondi. È una cicatrice sulla nostra coscienza collettiva. Eppure non ne parla praticamente nessuno. Perché l’utopia promessa da Keynes non si è mai materializzata? La spiegazione standard è che Keynes non aveva preventivato la mole dell’incremento del consumismo. Messi davanti alla scelta tra meno ore di lavoro e più giocattoli e piaceri, abbiamo collettivamente scelto i secondi. Il che porterebbe con sé anche una morale simpatica, non fosse che basta riflettere un attimo per capire che non può essere così.
È vero, dagli anni venti in poi abbiamo assistito alla creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie, ma sono pochissimi quelli che hanno a che vedere con la produzione e la distribuzione di sushi, iPhone o scarpe da ginnastica costose. Allora cosa sono esattamente questi nuovi lavori? Un recente studio che confronta l’occupazione negli Stati Uniti tra il 1910 e il 2000 ci fornisce un’immagine chiara. Durante il secolo scorso, il numero di lavoratori impiegati come domestici, nel settore industriale e in quello agricolo è crollato. Parallelamente, “le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio” sono triplicati, passando da un quarto degli impieghi complessivi a tre quarti. In altre parole, i lavori produttivi, esattamente come previsto, sono stati in gran parte sostituiti dall’automazione (anche calcolando il numero di lavoratori industriali a livello mondiale, comprese le masse che sgobbano in India e in Cina, questi lavoratori non rappresentano neppure alla lontana la stessa percentuale di popolazione mondiale di una volta).
Ma anziché consentire una significativa riduzione delle ore di lavoro per rendere la popolazione mondiale libera di dedicarsi ai propri progetti, piaceri e idee, abbiamo assistito all’esplosione non tanto del settore dei “servizi”, quanto di quello amministrativo, arrivando a comprendere la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, o l’espansione senza precedenti di settori come quello giuridico-aziendale, accademico, della amministrazione sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. E questi numeri non comprendono tutte quelle persone che per lavoro forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza, né – se è per questo – l’esercito di attività secondarie (come i toelettatori di cani o i fattorini che consegnano pizze tutta la notte) che esistono soltanto perché le altre persone passano tanto tempo a lavorare in tutte le altre. Sono mestieri che propongo di definire “lavori stupidi”.
È come se esistesse qualcuno che inventa lavori inutili solo per farci continuare a lavorare. E proprio qui sta il mistero: nel capitalismo, questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere. Certo, nei vecchi stati socialisti inefficienti come l’Unione Sovietica, dove il lavoro era considerato insieme un diritto e un sacro dovere, il sistema si occupava di inventare tutti i lavori necessari (ecco perché nei grandi magazzini sovietici ci volevano tre commessi per vendere un pezzo di carne). Ma questo, naturalmente, è proprio il genere di problema che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Secondo le teorie economiche, perlomeno, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno. Eppure, non si sa perché, succede lo stesso.

È vero, le grandi aziende operano spesso tagli spietati, ma licenziamenti e prepensionamenti colpiscono immancabilmente la classe delle persone che fabbricano, spostano, riparano e mantengono in funzione le cose. Per una strana alchimia che nessuno sa davvero spiegare, ultimamente il numero di passacarte salariati sembra aumentare, e sempre più lavoratori dipendenti si ritrovano, un po’ come i sovietici di una volta, a lavorare in teoria quaranta se non cinquanta ore alla settimana, ma lavorandone di fatto quindici proprio come previsto da Keynes, perché il resto del loro tempo serve per organizzare o partecipare a seminari motivazionali, aggiornare i profili facebook o scaricare roba. Chiaramente la spiegazione non è economica: è morale e politica. La classe dirigente si è resa conto che una popolazione felice, produttiva e con del tempo libero a disposizione è un pericolo mortale (pensate a quel che è cominciato a succedere quando negli anni sessanta ci si è avvicinati a una vaga approssimazione di questa cosa). E d’altra parte, l’idea che il lavoro sia un valore morale in sé, e che chiunque non desideri sottomettersi a un’intensa disciplina lavorativa per la maggior parte delle sue ore di veglia non meriti niente, torna straordinariamente comoda a molti.
Una volta, riflettendo sulla crescita apparentemente infinita degli incarichi amministrativi nei dipartimenti accademici britannici, mi è venuta in mente una possibile visione dell’inferno. L’inferno è un insieme di individui che passano il loro tempo a svolgere un compito che non amano e nel quale non sono particolarmente bravi. Per esempio, sono stati assunti perché bravissimi a fabbricare mobili, dopodiché scoprono di dover passare un sacco di tempo a friggere pesce. E nemmeno quello è un compito necessario: c’è solo un certo numero molto limitato di pesci che vanno fritti. Eppure tutti questi individui sono così ossessionati dall’idea che qualche collega possa passare più tempo di loro a fabbricare mobili, senza sobbarcarsi la sua quota di dovere nella frittura del pesce, che presto nel laboratorio si accumulano innumerevoli montagne di pesce inutile e mal cotto, e nessuno fa nient’altro.
A dire il vero, questa mi sembra una descrizione piuttosto precisa delle dinamiche morali che governano la nostra economia.
Mi rendo conto che simili argomenti possono suscitare alcune obiezioni, tipo: “Chi sei tu per stabilire quali lavori siano necessari? Ma poi cosa vuol dire necessario? Tu che insegni antropologia, che necessità soddisfi?” (in effetti un sacco di persone considererebbero l’esistenza del mio lavoro come la definizione stessa di “spesa sociale inutile”). Da un certo punto di vista, questo è ovviamente vero. Non esiste un modo per misurare oggettivamente il valore sociale.
Non avrei mai la presunzione di dire a una persona convinta di dare un contributo importante al mondo che, sotto sotto, non lo dà. Ma come la mettiamo con le persone convinte di fare un lavoro stupido? Qualche tempo fa ho riallacciato i contatti con un compagno di scuola che non vedevo da quando avevamo dodici anni. Mi ha sbalordito scoprire che nel frattempo lui era diventato prima un poeta, poi il cantante di un gruppo rock alternativo. Avevo sentito alcune sue canzoni, senza avere la minima idea di conoscere il cantante. È chiaramente una persona brillante, innovativa, il cui lavoro ha indiscutibilmente ravvivato e migliorato la vita di tante persone in tutto il mondo. Ciò nonostante, dopo un paio di album andati male, ha perso il suo contratto discografico e, sommerso dai debiti e con una figlia appena nata, ha finito, sono parole sue, per “imboccare la strada che sceglie in automatico tanta gente che non sa dove andare: la facoltà di giurisprudenza”. Oggi lavora come avvocato aziendale per un importante studio di New York. Lui per primo ammette di fare un lavoro del tutto privo di senso, che non fornisce nessun contributo al mondo e che, secondo lui, in realtà non dovrebbe esistere.
A questo punto ci si potrebbero fare tante domande, cominciando da: che cosa dice della nostra società il fatto che riesca a generare una domanda estremamente limitata di poeti-musicisti talentuosi, a fronte di una domanda apparentemente infinita di specialisti in diritto aziendale? (Risposta: se la maggior parte della ricchezza disponibile la controlla l’1 per cento della popolazione, allora quello che definiamo “mercato” rifletterà ciò che loro, e nessun altro, considerano utile o importante). Ma ancor di più dimostra che di solito chi fa questi lavori alla fin fine si rende conto che sono stupidi. Anzi, credo di non aver mai conosciuto un avvocato aziendale che non pensasse di fare un lavoro stupido. Lo stesso vale per quasi tutte le nuove industrie descritte poco sopra. Esiste un’intera classe di lavoratori salariati che, se li incontri a una festa e ammetti di fare un mestiere considerato interessante (l’antropologo, per esempio), si rifiuta anche soltanto di dirti che lavoro fa. Fategli bere due o tre drink, e si lanceranno in vere e proprie tirate su quanto inutile e stupido sia in realtà il loro lavoro.
Stiamo parlando di una violenza psicologica profonda. Come si può anche solo cominciare a parlare di dignità del lavoro, quando in cuor suo una persona ritiene che il proprio lavoro non debba esistere? Come può un fatto del genere non creare una rabbia e un risentimento profondi? Tuttavia, il talento tutto particolare della nostra società sta nel fatto che i suoi governanti hanno escogitato un modo, come nel caso dei friggitori di pesce, per garantire che questa rabbia venga indirizzata contro chi invece fa un lavoro sensato. Per esempio: nella nostra società sembra vigere una regola generale per cui più il lavoro di un individuo giova palesemente ad altre persone, minori sono le probabilità che questo lavoro venga pagato. Ripeto, è difficile individuare un parametro di misurazione oggettivo, ma per farsi un’idea basta semplicemente chiedersi: che succederebbe se quest’intera classe di persone scomparisse? Dite quel che volete di infermieri, spazzini e meccanici: è palese che, se dovessero sparire in una nuvola di fumo, gli effetti sarebbero immediati e catastrofici. Un mondo senza insegnanti e scaricatori di porto finirebbe presto nei guai, e anche un mondo senza scrittori di fantascienza o musicisti ska sarebbe evidentemente peggiore. Non è però del tutto chiaro in che modo l’umanità soffrirebbe se dovessero svanire allo stesso modo tutti gli amministratori delegati di società d’investimenti, i lobbisti, gli addetti alle pubbliche relazioni, gli analisti assicurativi, i lavoratori del telemarketing, gli ufficiali giudiziari o i consulenti legali (molti sospettano che potrebbe significativamente migliorare). Eppure, fatta salva una manciata di stimatissime eccezioni (i medici), la regola resiste sorprendentemente bene.
Cosa ancor più perversa, sembra circolare la diffusa convinzione che sia giusto così. Ecco qual è uno dei punti di forza segreti dei populisti di destra. Lo si vede quando fomentano il rancore contro i dipendenti della metropolitana che paralizzano Londra per il rinnovo del contratto: il fatto stesso che i dipendenti della metropolitana siano in grado di paralizzare Londra è la riprova che il loro lavoro è necessario, ma a infastidire la gente sembra sia proprio questo. È ancora più evidente negli Stati Uniti, dove i repubblicani stanno riuscendo con molto successo a mobilitare il risentimento contro gli insegnanti o contro gli operai dell’industria dell’automobile (e non, dettaglio significativo, contro chi amministra le scuole o contro i dirigenti che creano i problemi) a causa di stipendi e benefit che sembrano eccessivi. È come se gli stessero dicendo: “Ma voi insegnate ai bambini! O costruite le macchine! Fate dei lavori veri! E avete anche la faccia tosta di aspettarvi delle pensioni e un’assistenza sanitaria da classe media?”.
Se qualcuno avesse progettato un sistema del lavoro fatto su misura per salvaguardare il potere del capitale, non avrebbe potuto riuscirci meglio. I lavoratori veri, quelli produttivi, vengono spremuti e sfruttati implacabilmente. Gli altri si dividono tra un atterrito strato di disoccupati, disprezzato da tutti, e un più ampio strato di persone che in pratica vengono pagate per non fare nulla, e che ricoprono incarichi progettati per farle identificare con i punti di vista e le sensibilità della classe dirigente (manager, amministratori eccetera) – in particolare con le loro personificazioni economiche – ma che al tempo stesso covano un segreto rancore nei confronti di chiunque faccia un lavoro provvisto di un chiaro e innegabile valore sociale. Non è un sistema progettato in modo conscio: è emerso da quasi un secolo di tentativi empirici. Ma è anche l’unica spiegazione del perché, nonostante le nostre capacità tecnologiche, non lavoriamo tutti quanti solo tre o quattro ore al giorno.

di David Graeber

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Versione italiana

sabato 30 novembre 2013

La mia vita in America

Tempo fa sono stato invitato a scrivere un racconto sulla mia avventura americana, racconto che avrebbe dovuto far parte di una raccolta di narrazioni di giovani lucani che sono partiti e hanno deciso di vivere all'estero. Libro che alla fine non ha trovato editore e non sara' probabilmente mai pubblicato, pero' io il racconto l'ho scritto ed ora lo pubblico qui.

Il mio nome e' bob (non e' il mio vero nome ovviamente, ndb), sono originario di Matera, ho 31 anni e sono un ingegnere del software. Vivo a Kansas City, negli Stati Uniti, da quattro anni.
La scelta di lasciare il mio Paese non e' stata particolarmente sofferta. Ho sempre desiderato fare un'esperienza all'estero fin da quando ero alle superiori, ho sempre pensato che prima o poi sarei andato a vedere come si vive all'estero. Ho avuto la possibilita' di viaggiare molto in Europa e il fatto di trovarmi fuori dai confini nazionali, di essere a contatto con una cultura diversa, di udire la gente parlare una lingua diversa dalla mia mi dava un senso di eccitazione e di benessere.
Il particolare momento storico che sta attraversando il nostro Paese ha dato ulteriore forza al mio desiderio. Ho colto la prima occasione che mi si e' presentata, ho interrotto i contratti di affitto e di lavoro e su due piedi ho fatto le valigie e sono andato via.
Nel gennaio 2009 ho incontrato una ragazza straniera che studiava a Milano, la citta' in cui lavoravo. Abbiamo cominciato a vederci con frequenza e fra noi e' nato qualcosa. Poi lei e' tornata nel suo Paese di origine, gli States. Abbiamo continuato a sentirci con frequenza finche' ci siamo accorti di amarci a vicenda, cosi' decidemmo di voler vivere insieme a Milano, dove lei mi avrebbe raggiunto. Ma decisivo e' stato il viaggio che nel maggio 2009 ho compiuto negli States. Sono rimasto folgorato dall'efficienza di un Paese come l'America, dalla gentilezza e civilta' della gente, dalla multiculturalita' e dalla tolleranza (tutti aspetti ovviamente migliorabili e controbilanciati da altrettanti lati negativi, non sto facendo un'apologia degli Stati Uniti). Una rapida occhiata agli affitti delle case e agli stipendi dei programmatori mi convinse definitivamente.
Il paragone non regge: vivevo a Milano con un affitto altissimo per un monolocale minuscolo che dividevo con un coinquilino, la mia professione era catalogata come metalmeccanico, il mio stipendio proporzionale a tale classificazione, il mio contratto veniva rinnovato di sei mesi in sei mesi. Non mi si fraintenda, non sono partito per poter guadagnare piu' soldi (obiettivo comunque legittimo), sono partito per poter avere un progetto di vita. In Italia a malapena sopravvivevo. Poi, il clima politico mi disgustava e le storture che affliggono la nostra societa' e cultura mi erano ogni giorno piu' indigeste. Ho avuto la possibilita' di lavorare per grosse societa', Banca Mediolanum ed Intesa S.Paolo in primis, senza che la mia professionalita' sia mai stata riconosciuta, premiata o valorizzata. Ho avuto modo di assistere al sistema clientelare che caratterizza molte aziende italiane: un esercito di raccomandati popola i piani alti di queste aziende, persone dalla scarsa competenza e voglia di lavorare. Ma questo non mi dava fastidio piu' di tanto, anzi mi stimolava, cio' che non sopportavo era il fatto di non avere voce in capitolo. Una volta sono stato letteralmente zittito da un dirigente quando ho provato ad esprimere la mia opinione su un aspetto tecnico. Secondo lui ero troppo giovane per poter avere delle idee considerabili e mi apostrofo' con la seguente espressione: “Cosa ne sai tu, non siamo alla scuola superiore”. Avevo 25 anni, una laurea, due certificati, e un anno di esperienza alle spalle. L'Italia non e' un paese per giovani ambiziosi.
I primi due anni passati da immigrato sono stati un'esperienza unica e durissima. Ho decisamente sottovalutato le difficolta' che avrei dovuto affrontare e sopravvalutato le mie capacita'. Il piu' grande ostacolo e ' stata la lingua: sapevo parlare e leggere l'inglese, ma capirlo e poter comunicare efficientemente erano un'altra faccenda. Poi, mi sono scontrato con la montagna di burocrazia necessaria ad ottenere un permesso di soggiorno, l'esosita' del sistema burocratico americano, dove niente e' gratuito, e l'assenza di tutela per coloro che non sono “ancora” americani, ma di fatto stranieri. Senza il corrispondente del codice fiscale in pratica non esisti, non si puo' ottenere un lavoro, andare a scuola, conseguire la patente di guida, ecc. Ma per ottenere il codice bisogna essere residenti permanenti, e per poter essere residenti bisogna pagare, e molto. Inoltre il processo impiega diversi mesi di durata, 10-12 mediamente. Sono stato aiutato economicamente (per quel che potevano) e moralmente dai miei genitori e dalla mia fidanzata, che mi ha ospitato ed aiutato con la lingua. Ma ho anche dovuto reinventarmi un lavoro piu' volte, arrangiarmi a dover camminare per ore, anche quando fuori c'erano -15 gradi, vivere nei ghetti di periferia, e rinunciare a qualunque cosa non fosse strettamente necessaria. Prendevo tutto cio' che mi capitava e che non richiedeva contratti e competenze particolari, come aiutare nei traslochi, spalare la neve, fare il baby-sitter o il dog-sitter. Ho impartito privatamente lezioni di italiano, matematica ed informatica, ho costruito siti web per privati per due soldi facendomi pagare in contanti. Cercai anche di lavorare in nero come cameriere, cuoco, o qualunque altra cosa; inutilmente, il lavoro nero sembra essere quasi assente in America. I soldi pero' non bastavano mai, in alcuni periodi riuscivo a malapena a comprare da mangiare, ho vissuto momenti di profondo sconforto, quando sentivo di aver fatto la scelta sbagliata ed essermi cosi' rovinato la vita per sempre. Non potevo neanche ammettere la sconfitta e fare ritorno in Italia, non avevo denaro sufficiente. Ed anche se lo avessi avuto, il fatto di tornare in patria e ricominciare la trafila della ricerca del lavoro, i colloqui umilianti, gli stage non pagati, i corsi inutili, semplicemente mi terrorizzava.
Infine nel settembre 2010, ad un anno dal mio arrivo, il tanto ambito permesso di soggiorno arrivo' e con esso il codice fiscale. Ero pronto per cercarmi un lavoro nel mio campo. Ma di li' a poco un giovane imprenditore, che gestiva un coffee shop vicino casa mia, mi volle con se' nel suo progetto. Lo avevo conosciuto quando aveva appena aperto il suddetto coffee shop, e avevo sviluppato per lui un negozio on-line per vendere i suoi prodotti. Il nostro incontro e' stato uno degli eventi chiave della mia avventura americana, non ho mai conosciuto una mente cosi' brillante e prospera di idee, ma completamente fuori controllo. La sua frequentazione mi ha fatto capire molte cose della cultura e della mentalita' americana. Egli aveva avuto un'idea geniale: creare in laboratorio piante simili alla marijuana, con principi attivi dagli stessi effetti ma non vietati dalla legge, dei nuovi ibridi egualmente potenti ma legali, anzi, sconosciuti alle istituzioni. Aveva messo su una squadra di biotecnologi, tutti ancora studenti e tutti piu' giovani di lui (abbiamo la stessa eta') e realizzato il suo progetto, dimostrando un senso degli affari e del pratico fuori dalla normalita'. Stava facendo soldi a palate, dell'ordine di migliaia di dollari al giorno, aveva persino subito due rapine. Ora era arrivato il momento di far fruttare quei soldi. Mi investi' del ruolo di Operational Manager e mi affido' il compito di aprire un ristorante sudamericano, lo chiamammo Amor Picante. Lo stipendio non era granche', ma se avessimo avuto successo saremmo diventati ricchi, mi promise. Il progetto parti', e il ristorante e' stato aperto nel gennaio 2011. Le cose stavano andando bene, iniziammo ad avere un numero sempre crescente di clienti. Un giorno pero' la polizia sequestro' tutto il materiale dal coffee shop, compreso l'incasso del giorno, e il comune fece causa al giovane imprenditore per vendita di prodotti tossici. Causa non dimostrabile in quanto gli effetti sono tutt'ora sconosciuti e ci vorrebbero anni di sperimentazione per dimostrare qualunque cosa, pero' di fatto il mio partner aveva impiegato tutti i suoi soldi in avvocati e cauzioni e la sua attivita' principale messa fuori legge, esclusivamente per la gelosia delle autorita' locali, le quali non sopportavano questa sorta di libero pensatore, sfacciato e provocatore, che si faceva beffe di loro, della legge e della salute delle persone (che comunque decidevano liberamente di immettere delle sostanze sconosciute nel proprio organismo). Per fortuna io figuravo come semplice dipendente e non ho avuto conseguenze penali, se non il fatto che ero nuovamente disoccupato e il progetto in cui avevo creduto completamente naufragato. Nel frattempo pero' il mio inglese era decisamente migliorato e non ebbi difficolta' nel trovarmi un lavoro. Sono partito nuovamente dalla gavetta, ho fatto il tester per sei mesi per un'azienda di telefonia, ed infine sono stato assunto dalla piu' grossa azienda di software irlandese, che opera su scala internazionale, Openet.
Oggi lavoro a migliorare le piu' avanzate tecnologie di comunicazione del mondo, partecipo a tutte le riunioni di azienda, la mia opinione non e' solo considerata, ma richiesta. Sono riconosciuto come ingegnere, pagato profumatamente, investito di numerose responsabilita' ma anche di riconoscimenti. La scorsa estate sono stato mandato a Dublino per un mese, a lavorare gomito a gomito con gli ingegneri principali, i quali avevano personalmente richiesto la mia assistenza. Mi sento apprezzato, protetto, utile, sento di avere un futuro, di poter comprare una casa e costruire una famiglia. Questo in Italia oggigiorno non sarebbe possibile, per questo credo che non faro' mai piu' ritorno in patria, se non come turista.
Mentirei se dicessi che l'Italia non mi manca, mi mancano la mia famiglia e gli amici, mi manca la cucina, mi manca il mare, mi manca il calore della gente e la socialita' che ci contraddistingue. La societa' americana e' estremamente individualista, e questo si rispecchia nei rapporti fra le persone, le quali passano molto piu' tempo da sole, in casa, e tendono a mantenere le relazioni inter-personali su un livello piu' tiepido, distaccato. Non raramente mi sento solo, mi manca la compagnia.
Pero' gli Stati Uniti riescono dove l'Italia sta miseramente fallendo: valorizzare le giovani menti volenterose ed intelligenti, grazie ad una politica orientata ai giovani ed al lavoro. Gli americani hanno una forte etica del lavoro ed e' incredibile come le persone si trasformino completamente quando sono sul posto di lavoro. Ho riscontrato una serieta' ed un senso di responsabilita' che nel mio Paese, mi piange il cuore a dirlo, non ho mai visto. Inoltre sono estremamente rispettosi delle regole, e questo anche cozza con la tipica mentalita' italiana. La nostra furbizia, la nostra tendenza al raggiro, il nostro violare sistematicamente le regole quando cio' puo' portare dei vantaggi, in pratica lo scarso rispetto del prossimo, sono le tristi cause del declino del nostro Paese.