lunedì 30 novembre 2009

"Figlio mio lascia questo paese"

Sono negli Stati Uniti da tre mesi. Avevo detto che prima o poi me ne andavo e alla fine l'ho fatto. E' ancora presto per esprimere un giudizio su questo paese, non sono ancora in grado di dire se la mia vita sia peggiorata o migliorata, anche perche' sto ancora facendo i documenti per ottenere il permesso di soggiorno e quindi di lavoro, e senza vivere l'esperienza lavorativa sulla mia pelle non voglio formulare nessun giudizio. Ma tre mesi sono sufficienti per poter dire che gli Stati Uniti sono un paese che funziona, lo stato e' presente ed e' forte, le leggi sono applicate e tutti le seguono alla lettera, i servizi sono numerosi e puntuali, ma la cosa che piu' mi ha stupito e' la gente, la loro cortesia, la loro educazione, il loro rispetto, la loro civilta'. Risparmio esempi concreti per un post che scrivero' in seguito, anche un po' per scaramanzia, non sono ancora sicuro che questa avventura andra' a buon fine. Questo post e' invece per sottolineare qullo che sta succedendo in Italia, dalla quale molti giovani come me stanno letteralmente scappando, fra cui alcune persone che conosco personalmente. Ci avevo visto giusto e credo di aver scelto il momento adatto per fare le valigie, forse avrei dovuto farlo addirittura prima. Tutta questa premessa e' solo per incollare la lettera di Pier Luigi Celli, direttore della LUISS di Roma, parole e sentimenti condivisibili, anche se provengono da un rappresentante della vecchia generazione, quella che e' ritenuta responsabile del profondo declino che sta vivendo il nostro paese. Comodo distruggere un sistema, guastare una societa' e poi spronare i propri successori ad andarsene, anche se probabilmente Celli non ha colpe e ha sempre fatto onestamente il proprio lavoro. In ogni caso, la lettera e' significativa del periodo che stiamo vivendo, quindi ritengo molto importante imprimerla a fuoco su queste pagine, seguita da un riassunto dei commenti ad essa, tutti completamente legittimi.
"Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.
Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.
Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.
Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.
Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.
Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.
Preparati comunque a soffrire.
Con affetto,
tuo padre
L'autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
(30 novembre 2009)"
Padri, madri e persino nonne che vivono drammaticamente il problema denunciato da Pier Luigi Celli, e che con la stessa amarezza hanno spinto o stanno per spingere i propri figli a trasferirsi all'estero, a lasciare un'Italia che non offre niente a chi s'impegna negli studi e nel lavoro. Giovani che già hanno fatto le valigie, e che spesso sono soddisfatti, ma a volte soffrono di nostalgia. Qualcuno che è tornato. Qualcun altro che non vuole andarsene, deciso a cambiare le cose da qui, a non arrendersi al malcostume, alla cattiva politica, alla pessima gestione del mondo del lavoro e della società in generale. Tanti che puntano il dito contro lo stesso Celli, chiedendogli conto di quello che lui, personalmente (nella sua posizione di responsabile di una grande università e, prima, di direttore della Rai) ha fatto per cambiare l'Italia, e rinfacciandogli le tante possibilità che comunque è in grado di offrire a suo figlio, possibilità non certo alla portata di tutti.
A poco più di tre ore dalla pubblicazione, la lettera inviata da Pier Luigi Celli a Repubblica, "Figlio mio, lascia questo Paese", aveva raccolto centinaia di commenti, che con il passare delle ore sono diventati migliaia, segno di un'interesse straordinario nei confronti del tema sollevato. In molti casi si tratta di complimenti e di attestazioni di solidarietà, in molti altri di accuse. Qualcuno prova a rispondere da 'figlio', scrivendo lettere che iniziano con 'Caro papà' e dalle quali emergono accuse feroci non solo nei confronti di Celli, ma della sua "generazione di cannibali". In tanti si limitano a raccontare la propria esperienza, racconti che si assomigliano tutti, a testimonianza che il problema esiste, e che gli italiani lo vivono sulla propria pelle, spesso con molta sofferenza.
I padri. Tantissimi i padri che s'immedesimano e condividono le parole di Celli. "Ho letto con sempre più commossa partecipazione questa lettera", scrive aaquilas. "Ha saputo dire a suo figlio, con le parole che io non ho, quello che da tempo dico io a mia figlia", scrive pasbill, che però non risparmia un'amara nota polemica: "Io vorrei avere la possibilità di fare studiare mia figlia all'Università dove lui è Direttore, ma non posso anche se la mia figliola è 'eccellente'". "Ai miei figli sto dicendo la stessa cosa da tempo oramai", conferma pgsart. "Lettera amara e pienamente condivisibile, questo derelitto paese pare avviato velocemtne a un declino irreversibile, privo di qualsivoglia speranza per i giovani in gamba" (wreich).
Le madri e le nonne. Il tema coinvolge anche le nonne. "Da madre, da nonna, da italiana (all'estero) - scrive liviale - e da donna vorrei ringraziare Pier Luigi Celli per il coraggio di questa lettera pubblica, per la sincerità, la serietà ed il profondo senso morale delle sue parole. Forse una delle più belle lezioni di generosità e di amore in questo paese devastato". E naturalmente le madri (anche se a scrivere sono stati molto di più i padri, forse per ragioni di 'identificazione' con l'autore della lettera): "Sono mamma di una figlia di 23 anni, licenziata già due volte da lavori in nero mal pagati. Ha deciso di andare all'estero sia per trovare un lavoro pulito e retribuito in maniera corretta. Condivido le sue scelte e condivido l'articolo. Vorrei dire ai giovani: vi trovate in una situazione certamente differente dalla nostra; 40 anni fa avevamo certezze ed ora non ne avete. Se volevamo studiare sapevamo che avremmo trovato un lavoro adeguato, se volevamo lavorare subito, che avremmo trovato un mestiere. Ora no, è tutto confuso, immorale, difficile", commenta amara francescaromana49.
I figli: quelli che partono. A scrivere sono anche tanti figli, già andati via, o in procinto di farlo. Molti soddisfatti, qualcuno nostalgico al punto di essere tornato, naturalmente per pentirsene subito dopo. Come michelep1: "Sono tornato in Italia poco tempo fa e mi pento amaramente della decisione. Io me la posso anche cavare, ma sto avvelenando la mia famiglia. Forse sarebbe bene partire di nuovo". Malacle non ha dubbi, ha già le valigie pronte: "Mi sto laureando con tanti sacrifici, ma so che alla fine dovrò portar fuori le mie esperienze e il mio sapere. Mi piacerebbe poter restare nel mio Paese, dove sono nata e cresciuta, dove ho il mio mondo, le mie radici e i miei affetti ma non sono diposta a mettere a disposizione di quache miserabile il mio ingegno... non sono disposta a lavorare 10 ore al giorno per trovarmi con 100 euro di buoni pasto, non sono disposta a fare stage per poi vedermi rimpiazzare dal successivo stagista perché nessuno ti fa un contratto". "Sono contenta di essere andata via dall'Italia perché cosiì non dovrò scrivere un giorno una lettera del genere a mia figlia!!!", afferma convinta fuzzy75. E come lei tantissimi, tutti entusiasti di Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti: "Vivo a Londra da più di quattro anni ormai, ho un buonissimo lavoro che in Italia avrebbe richiesto qualche decennio di gavetta e di umiliazioni, ho costruito amicizie vere con persone provenienti da tanti Paesi diversi e sono in un luogo dove non sono costretto ad aver paura delle istituzioni o di chi ha in mano il potere, perchè i contropoteri sono forti e in salute...", afferma orgoglioso blackwings.
E quelli che restano, o che tornano. "Io sto per fare la scelta inversa. - scrive luca2479 - Dopo anni all'estero ho deciso di tornare in Italia. E' tutto vero quello che c'è scritto, però certe volte costruire una vita all'estero è difficile. Forse c'è il lavoro ma non tutto il resto, così è nel mio caso. (...) Inizi davvero a sentire la mancanza del tuo paese, dei tuoi "vecchi" e di quegli amici veri con cui hai condiviso quasi tutta la vita e che vedi soffrire nella speranza di trovare un lavoro". E c'è chi proprio non se la sente neanche di provare ad andar via: "Rimpiango di non essermene andato dopo l'università", dice marino76.
I 'resistenti'. La fuga dall'Italia a qualcuno sembra una resa, un modo di rendere il nostro Paese ancora più povero e in declino. "Questo fenomeno ha già per molto tempo privato di giovani e grintose energie il Sud. E adesso sta facendo lo stesso per l'Italia. Ma non è andandosene che si risolverà il problema. E non basterà andare via per essere felici", scrive warriors83. "Mi viene voglia di scrivere "Non avrei potuto trovare parole migliori", ma così accettiamo la sconfitta, e non è giusto. Anzi sono proprio i giovani che hanno la possibilità di cambiare questo mondo marcio che gli stiamo consegnando, vedi i giovani Antimafia. I giovani e noi con loro" (clacampa1). Io non parto, dichiara orgogliosamente giorgioch: "Ho 49 anni, una vita di ricerca spesa tra l'Italia e gli USA. Per 26 anni ho rifiutato l'opzione di andare a lavorare negli USA. In questi anni ho speso la mia carriere aiutando la ricerca in Italia, costruendo realtà e portando know how in Italia. Ho un figlio di 12 anni e l'unica cosa che voglio dirgli è: combatti, e che io combatterò fino alla fine".
Quelli che accusano Celli. Molti commenti sono però estremamente polemici nei confronti di Celli. Gli rimproverano una certa ipocrisia e i privilegi della sua posizione, sostenendo che è inutile criticare un sistema che si è contribuito a creare, e nel quale si occupa un'eccelente posizione. "Sì, ok, se ne vada pure il padre così stiamo più larghi", scrive francopan1965. Parecchi commenti sono più articolati: "Non mi va bene. Questa è la lettera di un padre che ha condiviso e condivide, con lo stesso sistema che egli denuncia, il potere; lo sappiamo che non si diventa direttore generale della Rai o della Luiss per soli meriti professionali, ci vuole qualcos'altro: il compromesso", jackfolla57. E in tanti gli rimproverano anche i privilegi che comunque ha potuto e potrà ancora offrire a suo figlio. "Mi piacerebbe che il sig.Celli spiegasse cosa ha tentato di fare, grazie ai suoi ruoli, per cambiare la situazione", chiede jaakko. "I giovani italiani sono altri - dice tic - cara Repubblica, non pubblicare l'amarezza del direttore generale della Luiss, ma pubblica quella di un professore di liceo, di un operaio, di un impiegato, di un poliziotto, di un precario padre".
"Caro papà...". Molti lettori rispondono a tono, scrivendo una lettera da 'figlio' a Celli. Sono i commenti più amari, dai quali emerge forte il conflitto tra una generazione che apparentemente ha preso tutto, e quella alla quale non sono rimaste neanche le briciole. "Caro papà - scrive andmal - finalmente ti sei accorto di quello che la tua generazione ha combinato in questo paese...Caro papà, apprezzo il fatto che almeno tu ti sia resto conto dei disastri che ci avete lasciato (debito pubblico, pensioni ridicole, disoccupazione alle stelle, mancanza di stabilità lavorativa, and so on!) ma non mi aspettavo che ti lavassi le mani, esortandomi a lasciare l'Italia". "Caro Babbo - rincara la dose tuofiglio - la tua generazione è stata tra le più dannose e ipocrite che si siano viste negli ultimi 100/200 anni. Una generazione di cannibali che, degne del miglior Crono, sta divorando i suoi eredi e il loro futuro (...). Ciao babbo. Vacci tu all'estero, e lascia a me questo paese".
(30 novembre 2009)

domenica 15 novembre 2009

Spring - Spring (1971)

Un'altra meteora dell'esageratamente prolifico undergorund inglese, autori di un unico album molto diverso per quelli che sono gli standard prog, o almeno del prog moderno. Non vi sono particolari virtuosismi, frequenti cambi di tempo, suite interminabili, o assoli tiratissimi ed ipertecnici. Gli Spring si distinguono per le atmosfere malinconiche e per l'uso contemporaneo di tre mellotron che rendono il suono fiabesco, onirico, romantico, raffinato e curato. La band si forma nel 1970 a Leicester e vede nelle proprie file Pat Moran a voce e mellotron, Ray Martinez a chitarra e mellotron, Kips Brown ad organo, piano e mellotron, Adrian Maloney a basso e chitarra, Pick Withers alla batteria, si sciolgono nel '72 a causa del fallimento della Neon, la loro casa discografica. Stupisce il fatto che musicisti cosi' giovani, alla loro prima esperienza riescano a sfornare un album di tale livello e ancora di piu' stupisce il fatto che nessuno di loro, a parte il batterista che andra' a formare i Dire Straits, abbia poi avuto una carriera musicale importante. La musica degli Spring e' connotata da un riuscitissimo e difficilissimo equilibrio musicale, ritmi marziali e serrati, ballate acustiche, arie dolci e romantiche, tracce epiche e pastorali, easy listening e scorrevolezza. La scelta di usufruire di tre mellotron e' quantomai azzecata, ad alcuni potrebbe sembrare stucchevole e stancante alla lunga, ma, a mio parere, e' originale e arricchisce il suono in maniera unica. L'album comincia alla grande con The Prisoner (Eight by Ten), che vede un'atmosfera decadente e tristissima, basso e voce conducono il ritmo, i mellotron arrangiano alla grande e una leggera chitarra acustica fa il resto. Uno dei mellotron e' responsabile del ritornello per una scelta che stupisce sin dall'inizio, batteria sempre in evidenza, un brano stupendo. Grail e' un po' piu' cupa e presenta chitarre piu' incisive, la voce e' ancora in primo piano con i mellotron che ricamano, il mellotron e' semplicemente strappalacrime, il basso ben in evidenza e questo mi piace da matti. Un buon cambio di tempo nella parte centrale, quando il suono si fa ancora piu' epico e solenne, arricchisce unlteriolmente il brano, per poi tornare su lidi romanticissimi e chiudere la canzone com'era cominciata. Boats e' condotta dalle chitarre acustiche e dalla voce, il ritmo si fa stavolta un po' piu' rockeggiante, senza esagerare, e' una breve ballata folk acustica. Shipwrecked Soldier e' scandita da un ritmo marziale di batteria e violini resi dai mellotron che rendono la melodia irresistibile, poi quando intervengono la chitarra e la voce la canzone diventa semplicemente stupenda, le atmosfere piu' graffianti e decise, un breve assolo di chitarra nella parte centrale introduce un assolo di mellotron che rende il suono ancora piu' enfatico. Golden Fleece e' introdotta da dolci arpeggi di chitarra, l'atmosfera si fa ancora piu' decadente con l'ingresso della voce e dei soliti arrangiamenti di mellotron, il quale e' responsabile anche di dipingere il sottofondo per il ritornello. Canzone ancora una volta strappalacrime e dolcissima. Il ritmo cambia nella parte centrale diventando piu' cupo e facendo da apripista per un ottimo assolo di chitarra incalzato da (finalmente) un organo. Si continua con Inside Out: brano piu' rock, introdotto da una buona chitarra elettrica e ritmo che si fa subito vivace, ottimo ritornello e organo in sottofondo; canzone che non sembra all'altezza delle precedenti finche' non parte la sezione strumentale a dipingere eleganza e sinfonie e uno stupendo stacco di chitarra acustica accompagnata da batteria ed organo a chiudere il pezzo. Song To Absent Friends (The Island) e' un brano acustico per piano e voce, con una melodia malinconica, pezzo forse leggermente sottotono. Fool's good e' introdotta ancora da un grande basso a dettare i tempi ed i mellotron che disegnano paesaggi ed immagini, l'atmosfera cambia diventando acustica con la chitarra che accompagna la dolcissima e pacata voce, interdetti dal solito mellotron. In seguito l'aria si fa piu' dura grazie all'ingresso della chitarra elettrica, ora libera di vagare a piacimento per una delle canzoni piu' cangianti e progressive dell'album. Hendre Mews e' una traccia dark, cupa, a tinte nere, il cantato e' sofferente e le tastiere tristissime, salvo nella parte centrale quando parte un pezzo strumentale stavolta molto tirato con le tastiere che duellano alla grande con la chitarra, si sente un po' di rock'n'roll infine, in seguito il pezzo ripropone il tema di apertura a chiudere la traccia. A World Full of Whispers e' una traccia piu' vivace del solito, introdotta da pulsazioni di basso, ditate di chitarra e organo a vaneggiare in sottofondo; quando interviene la voce l'atmosfera si calma leggermente e vira verso un blues insolito fin ora con un bel refrain nel ritornello cantato, ma subito il ritmo ritorna vivace senza per questo ripetere i suoni della parte iniziale. Chiude Gazing, molto ritmica con organo e basso ad accompagnare alla grande la voce, presto incalzata dalla chitarra. Ancora una variazione sul tema inaspettata e mellotron sempre presenti a conferire al tutto un qualcosa di romantico e solenne. Un disco originale ed orecchiabile, atmosfere avvolgenti, suono morbido e deciso, voce elegante, tastiere prevalenti sulle chitarre spesso solo in sottofondo. Si tratta di un prog minimale, genuino, ancora lontanissimo dalle interminabili fughe strumentali e dagli inutili tecnicismi, si bada alla forma canzone senza eccedere. Questo album mi e' stato consigliato da un amico inglese che passandomelo mi disse: "Why to use only one mellotron when you can use three?". Cazzo se aveva ragione.

lunedì 9 novembre 2009

Pierrot Lunaire - Pierrot Lunaire (1974)

I Pierrot Lunaire nascono nel 1974 a Roma per mano di tre polistrumentisti freschi di conservatorio, ovvero Arturo Stalteri alle tastiere, percussioni e voce, Gaio Chiocchio, morto nel 1996, a chitarra, sitar, mandolino, tastiere e voce, e Vincenzo Caporaletti a chitarra, basso, batteria e flauto. Si sciolgono nel '77 dopo la pubblicazione di due dischi molto diversi fra loro e mai tenuti in vera considerazione dalla casa discografica (basta guardare la grafica approssimativa della copertina). I Pierrot Lunaire sono unici nel loro genere, il loro stile e' un prog sinfonico a tratti folk, ma le atmosfere sono prevalentemente acustiche, medievaleggianti, non esistono momenti aggressivi, la voce e' spesso sommessa, tastiere e strumenti a corda si dividono equamente la scena senza mai eccedere, la batteria e' quasi totalmente assente. Potrebbe sembrare un album noioso, invece e' incredibilmente carico di poesia e lirismo, comunica un senso di sicurezza e di delicatezza, scorre via fluido e rapido, la creativita' e l'originalita' sono gli elementi di forza di un disco fuori da qualunque catalogazione. Le canzoni sono dolci e sognanti, magnetiche ed ipnotiche, e narrano di re e cavalieri, il ritmo e' tenue, placido, mai sostenuto, la voce pacata e a tratti narrante. Si parte con Ouverture xv, che e' una intro rinascimentale per tastiere e basso, poi incalzati da arpeggi di chitarra, ottima traccia pop-rock. La seconda e' Raipure e si tratta del primo capolavoro del disco: la voce e' la principale protagonista, accompagnata alla grande dalle due chitarre, ci introduce i personaggi del concept, cioe' l'invasore, il re di Raipure e Narciso. La melodia e' indovinatissima, con un bell'accompagnamento di pianoforte e un assolo di chitarra nel finale. Invasore e' dominata dal sitar, la voce e' enfatica e lirica, canzone leggermente piu' malinconica. Lady Ligeia e' uno strumentale dominato da un bellissimo piano. Si continua con Narciso, atmosfera soffusa, leggeri vocalizzi si uniscono a percussioni e tocchi altrettanto leggeri di chitarra e sitar. Ganzheit e' composta solo da leggere pennellate di chitarra, delicatissima e liquida, mentre Verso il Lago praticamente e' la sua continuazione, infatti dura meno di un minuto, e prosegue con le chitarre in evidenza. Il Re di Raipure e' la mia traccia preferita: introdotta dal flauto, si ravviva subito con le chitarre, il basso e le tastiere, appena parte la voce la melodia diventa magnifica, dolce, orecchiabile. E' uno stupendo episodio fra avanguardia e pop. Sotto i Ponti vede la voce a condurre sostenuta dalle chitarre e dal pianoforte su una calda melodia, ancora lenta e sognante, si ravviva verso la meta' quando il ritmo cambia e la melodia si fa un po' piu' rapida, e si ode persino la batteria interrotta da refrain di pianoforte, per poi mutare tonalita' una terza volta e condurci cosi' al finale, arricchito da un altro grande assolo di chitarra. Arlecchinata e' condotta dal pianoforte con vocalizzi di voce femminile intervallati dalla voce narrante di Arturo, l'atmosfera e' leggermente piu' tesa, poi comincia anch'egli a cantare mutando il timbro della canzone che diventa un po' piu' rassicurante, salvo tornare sui suoi passi nel finale, tutto cio' in tre minuti e mezzo. La Saga della Primavera e' condotta ancora dal pianoforte sulla sommessa voce, traccia lenta e decadente, la chitarra incalza man mano che la canzone scorre, un altro affresco delicatissimo e sognante. Mandragola e' lo strumentale conclusivo: brano piu' vivace, la chitarra e' stavolta piu' aggressiva e duetta magnificamente con le tastiere mentre fa capolino nuovamente la batteria; alla fine tutti gli strumenti convergono fino a sovrapporsi ed attorcigliarsi e chiudere cosi' il disco. Arturo Stalteri ha cosi' definito questo lavoro: "dai colori tenui, intimista e sognante, imperniato principalmente sul rincorrersi degli strumenti acustici ed elettrici e su una vocalità sottile e leggera". Posso solo dire che va premiata l'originalita' ed il coraggio di una delle formazioni piu' creative del prog italiano.