giovedì 30 ottobre 2008

Un camion carico di spranghe

E' un articolo che tengo a conservare fra le mie pagine. Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto". Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì". È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati". Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
Curzio Maltese, 30 ottobre 2008
(http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html)

martedì 21 ottobre 2008

Beata ignoranza

Rieccoci. Quando il post non tratta di musica è perchè le cose non stanno andando bene, anzi, questa, dicono gli economisti, è la crisi peggiore dal 1929. Voglio vedere quando scriverò un post per sottolineare il buon lavoro del nostro governo, probabilmente attenderò per sempre quel momento. La crisi che il mondo occidentale sta vivendo è palese, ovviamente non si può dare la colpa al governo o al governo precedente, semmai si potrebbe incolpare gli americani e la loro folle strategia finanziaria. Comunque ciò che è stato è stato ed ora si trovino delle soluzioni. Il nostro premier, da sempre votato ad uno spinto liberismo, ha chiesto un massiccio intervento pubblico, smentendosi ancora una volta. Ciò significa aumentare le tasse, proprio lui che aveva promesso di ridurle se non eliminarle (ahah) le tasse. Le tasse sono aumentate, se n'è accorto il mio stipendio e le nuove fatture che mi arrivano a casa, tipo una nuova tassa sulla spazzatura. Vabbé, il problema della spazzatura esiste, questa nuova tassa servirà a risolvero (mah). Però non mi pare che qualche dirigente si sia lamentato di riduzioni di stipendio, mentre qualche collega sì, ma che ne voglio sapere io. In ogni caso ben vengano provvedimenti atti a risanare il bilancio del nostro paese, anche se dobbiamo pagare più tasse stringeremo la cinghia e andremo avanti. Il problema è che questi provvedimenti sono completamente a minchia, a cominciare dalla riforma prevista dal ministro Gelmini. In un precedente post avevo trovato altre fonti per recuperare un po' di denaro: dagli stipendi dei nostri sbirri e finanzieri vari, dai soldati di cui ormai sono piene le nostre città, dagli altri soldati impiegati nelle nostre missioni di guerra cioè di pace, dagli altissimi stipendi dei nostri deputati, ecc. ecc. Invece il nostro fantastico governo ha pensato bene di cercare soldi altrove, ovvero effettuando dei tagli pazzeschi ad una delle cose che permettono ad un paese non solo di crescere, ma di restare a galla, di sopravvivere: l'istruzione. Tralasciando il maestro unico che ora mi sembra il male minore, la riduzione delle ore di lezione causerà il licenziamento di 87.400 docenti e 44.500 impiegati scolastici generici. Ciò non comporta solo il problema di migliaia di persone senza lavoro, ridurre l'orario scolastico non mi sembra un'ottima idea, quando negli altri paesi europei le ore che gli alunni passano a scuola è praticamente il doppio delle nostre; ciò non è utile solo all'istruzione ed alla socializzazione, ma anche a tenere certe fasce più a rischio lontane dalla strada. Inoltre è prevista la chiusura di circa 4.200 istituti scolastici, poichè non ospitanti un numero sufficiente di alunni. Cosa succederà adesso? Che docenti ed alunni delle scuole da chiudere dovranno trasferirsi in altre scuole in altre città. Si pensi ad esempio ad una scuola in un piccolo paese della Lucania, che io conosco bene: le città degne di tal nome in quella remota regione sono quattro o cinque, tutti gli alunni della provincia dovranno spostarsi quotidianamente per frequentare la scuola, in Lucania non esistono mezzi di linea (è già tanto se abbiamo una specie di ferrovia) e i paesi sono parecchio distanti fra loro. Probabilmente accadrà che molte famiglie rinunceranno all'istruzione per i loro figli, avviandoli ad un meno complicato lavoro in campagna. La legge prevede anche la riduzione del 46% fino al 2013 dei fondi destinati alle università: in pratica per poter campare parecchie dovranno rivolgersi ad associazioni et similia, diventando di fatto strutture private molto care accessibili a pochi per studiare ed a coloro muniti di raccomandazione per insegnare. Infine 60.000 precari perderanno il posto di lavoro se non riusciranno a rendere il loro contratto stabile (come se dipendesse da loro). In questi 60.000 rientrano non solo i ricercatori, i quali guadagnano un terzo di quanto prenderebbero in qualunque altro paese europeo, ma anche tanti giovani appena affacciatisi nel mondo del lavoro che non hanno un contratto a lungo termine, ed anche tantissimi capi famiglia di mezza età che improvvisamente si ritrovano senza sostentamento perchè non hanno mai avuto un contratto regolare, e a sud ce ne sono migliaia. Questo provvedimento, come prima, non solo metterà per strada tanta gente, ma toglierà altre risorse alla ricerca, già agli ultimi posti per gli standard europei. Si potrebbe parlare anche delle classi per "stranieri", ma non voglio divagare. Universitari, docenti ed alunni stanno manifestando, altri lavoratori precari anche, vedremo se la protesta darà i suoi frutti, mi auguro sinceramente possa servire a qualcosa, esprimo tutta la mia solidarietà a coloro che sono lì fuori a protestare, tenete duro ragazzi.

ps: stamattina c'erano i controllori in giro e per ogni controllore due o tre poliziotti di quartiere, casomai i trasgressori dei mezzi pubblici dovessero diventare pericolosi. Altrimenti detto il paese sta affondando e noi paghiamo gente per non fare un emerito cazzo.

lunedì 20 ottobre 2008

Pallas - The sentinel (1984)

I Pallas sono uno dei tanti gruppi della seconda generazione progressiva, quella degli anni '80, il cosiddetto neo-prog. Non sono considerati un gruppo di punta, band come Marillion e IQ sono certamente migliori, però l'album The sentinel è molto carino, sicuramente uno dei migliori album della corrente neo-progressiva, di cui francamente non vado matto. Gli scozzesi Pallas decidono il loro ridicolo nome dalla dea Pallade; il primo album è un live autoprodotto, quindi si può immaginare la qualità del mixaggio di questo lavoro, che però è un lavoro molto valido, infatti il gruppo è notato dalla EMI e scritturato per il secondo album, The sentinel appunto. Purtroppo questa fortuna non dura a lungo, poiché la EMI, che aveva appena scritturato i Marillion, decide di puntare tutto sul gruppo di Fish togliendo i fondi ai Pallas, i quali pubblicano un altro album e si prendono un lungo periodo di pausa. Intanto il fermento neo-prog scema e il gruppo rimane a lungo lontano dalle scene; ritorna alla fine degli '90 ricominciando ad incidere e a suonare in giro, aderendo però ad un sound più metal. Il gruppo è composto da Ronnie Brown alle tastiere, Derek Forman a batteria e percussioni, Euan Lowson alla voce, Niall Mathewson alla chitarra e Graeme Murray a basso e voce. L'album comincia con Shock treatment, la traccia migliore dell'album e forse della loro intera produzione, una delle canzoni che inserirei in una ipotetica hit list degli anni '80. Tastiere sparate, tipicamente anni '80, voce melodiosa e spaziale, batteria in controtempo e un ritornello orecchiabile: questi gli ingredienti di un brano riuscitissimo. La successiva Cut and run non cambia timbro e non perde in qualità: tastiere elettroniche su una base ritmica morbida e al contempo solida, melodia orecchiabile e tratti più contorti ed elaborati, bell'assolo di tastiere nella parte centrale. La terza traccia Arrive alive è ripresa dall'album d'esordio, semplicemente riregistrata in studio senza particolari variazioni, anche perchè si tratta di un altro brano particolarmente riuscito: chitarra e tastiere viaggiano ora parallele, disegnando una melodia ora più aggressiva e veloce, a tratti hard, molto simile a certe cose dei Van Halen o degli Europe, che proprio in quegli anni stavano emergendo. Rise and fall (part I) è un'altra canzone che mi piace parecchio: chitarra e basso, con la voce, delineano la melodia, la batteria è ancora in controtempo e tastiere space disegnano ghirigori; la parte centrale è soffusa, tenue, spaziale, improvvisamente basso, batteria e tastiere duellano a colpi di tempi dispari e il brano reincalza. Davvero un bel lavoro. Si arriva così ad East west, brano intimista e malinconico, a tratti tragico: la maiuscola prestazione del cantante e un gran assolo di chitarra elevano il brano. March of Atlantis e Rise and fall (part II) sono probabilmente le tracce meno riuscite: il sound si mantiene su un discreto space rock, ma mancano spunti degni di nota, anche se la melodia rimane piacevole. Heart attack è un altro brano cupo e triste, la voce di Euan fa ancora da padrona: si snoda su begli arrangiamenti di piano, la voce è inizialmente struggente, mentre in seguito il brano cambia diventando più arioso, senza troppa allegria, fino al finale melodico. Molto bella anche questa canzone. Atlantis torna a temi più allegri e maestosi, l'intera traccia è magniloquente, con arrangiamenti orchestrali e voce enfatica; bella la melodia e il lavoro di tutti i componenti del gruppo. Ark of infinity è un altro brano lungo, un bel ritornello cantato lo introduce per poi passare ad un pregevole assolo di tastiere, ben supportate dal basso, ed infine tornare sul tema iniziale per una degna conclusione del disco. Un lavoro tipicamente anni '80, negli arrangiamenti tastieristici, sempre molto elettronici e space, nella voce enfatica, nell'atmosfera generale; se vi piace il neo-prog questo è sicuramente un lavoro molto valido, se non vi piace consiglio comunque di ascoltarlo, non è affatto male.

venerdì 10 ottobre 2008

Eloy - The power and the passion (1975)

Gli Eloy sono una band tedesca autrice di 14 album in studio e attiva dall'inizio degli anni '70 alla metà degli '80, i cui componenti sono Frank Bornemann a chitarra e voce, Luitjen Janssen al basso, Fritz Randow alla batteria, Detlef Schwaar alla chitarra e Manfred Wieczorke alle tastiere. Dopo gli esordi hard il gruppo incide il primo album prog nel 1975 e colpisce subito nel segno. Da qui in poi saranno autori di un buon numero di album progressivi discreti fino agli '80 quando modernizzeranno il sound e cambieranno formazione. The power and the passion è una via di mezzo fra lo stile che il gruppo stava abbandonando, cioè l'hard rock, e quello che sarebbe diventato il loro nuovo credo, cioè la spichedelia, lo space rock tedesco, ed è proprio questa unione che lo rende così piacevole. E' un concept che narra di una travagliata storia d'amore attraverso i secoli, poiché il protagonista viaggia nel tempo e si innamora di una ragazza del passato. La prima traccia Introduction ci introduce appunto in questa favola e nel nuovo sound Eloy: tappeti di tastiere, voce dolce, atmosfere pacate e rilassate. Journey into 1358 è un pezzo breve e stupendo: comincia con una linea di voce melodica al massimo, un motivo che si infila subito in testa, poi parte l'organo e su di esso una chitarra blues a creare una fuga di grande effetto. Love over six centuries è il pezzo più lungo e arriva a 10 minuti: comincia anch'esso con una melodia vocale stavolta accompagnata dalla chitarra; poi il basso fa salire sempre più il pezzo finchè non esplode per poi arrestarsi e passare alle voci che ora narrano la storia; in seguito si vivacizza di nuovo ed è ora trascinato dall'organo che lo porta a conclusione non senza un assolo di chitarra. Gran bel pezzo. Mutiny è un altro pezzo lungo, stavolta protagoniste sono le tastiere, con organo e piano che dominano il brano, oltre all'immancabile voce sempre melodicissima; la chitarra lentamente si insinua nella melodia, basso e batteria ergono un muro ritmico da ascoltare bene, ma è Manfred che continua a mostrare tutta la sua bravura. L'album prosegue con Imprisonment, traccia a metà fra pop e ambient: la voce domina ancora accompagnata dalla chitarra, mentre le tastiere in sottofondo ricamano dove necessario. Daylight è la logica continuazione della traccia precedente, il ritmo accelera, si intromette la batteria mentre chitarra ed organo si alternano nella conduzione. Un'altra bellissima traccia. Thoughts of home è una traccia di introduzione per sola voce e tastiere, non meno gradevole delle altre. The Zany Magician è invece una traccia molto hard costruita su un riff di chitarra semplicissimo e con voce distorta, tanto che è quasi impossibile capire cosa dice il cantante. Forse la canzone meno interessante. Back into the present torna sui soliti canoni, bella melodia, ritmo incalzante, chitarra e tastiere in evidenza. Si sente molto l'influenza degli Uriah Heep in questa canzone. L'album si conclude con The bells of Notre Dame, di cui esiste anche un remix inserito in una ristampa, che migliora semplicemente il suono. Si tratta di una traccia dark molto lenta, organo e piano spaziano mentre la chitarra disegna melodie blues. Traccia che nulla aggiunge e nulla toglie. In conclusione un album ottimo, certo non un capolavoro, ma un disco gradevole migliore di molti altri per un gruppo non molto conosciuto e che avrebbe meritato maggior notorietà, almeno nel nostro paese.

venerdì 3 ottobre 2008

Genesis - Selling England by the pound (1973)

Disco considerato pietra miliare del rock, uno dei punti più elevati per quanto riguarda il progressive e album migliore della band in questione. Tutti giudizi condivisibili. Ho amato questo album di un amore morboso, l'ho ascoltato e riascoltato per coglierne ogni sfaccettatura, ho ascoltato ogni brano sentendo ora solo la chitarra, ora solo la tastiera o la batteria, l'ho ascoltato più volte al giorno per mesi. Ho provato brividi ascoltando l'assolo di flauto in Firth of fifth. Ho deciso che il progressive sarebbe stato il mio genere musicale preferito e che avrei dedicato la mia vita (musicale) alla sapienza nel campo del prog rock. Dopo l'ascolto di questo album nessuno è più lo stesso. Dopo la pubblicazione di Foxtrot i Genesis hanno trovato stabilità e un discreto successo commerciale, la macchina ha ingranato e la band è al suo picco per quanto riguarda la maturazione artistica. Il bello dei Genesis è che sono come una perfetta squadra di calcio, nessuno è il campione indiscusso e tutti giocano da gregari: ogni strumento è perfettamente integrato nel suono, i cinque suonano tutti insieme all'unisono, gli intrecci sono impeccabili e i due playmaker Tony e Steve hanno raggiunto un'intesa perfetta. Selling England by the pound è un album romantico, passionale, barocco e dolcissimo, l'emblema del Genesis style. L'incipit del disco è già spettacolare: Dancing with the moonlight knight cambia ritmo e atmosfera in un batter d'occhio: apre il canto di Peter, presto incalzato da una chitarra medievale, poco a poco tutti gli strumenti salgono in scena e la traccia accelera, la chitarra si arrabbia e di botto lascia le redini alle tastiere, fino alla conclusione soffusa ed inaspettata. Si parla dell'Inghilterra, Peter con giochi di parole e doppi sensi la prende in giro, descrivendo il degrado della civiltà. I know what i like (in your wardrobe) è una canzone che ho riscoperto recentemente dopo aver visto un video su youtube, poiché inizialmente non ne avevo colto tutta la bellezza. Si tratta della traccia più leggera dell'album, con un ritornello accattivante e il grande duetto Phil-Peter alla voce, oltre agli arrangiamenti percussivi stracuratissimi di Phil, che quando sta al suo posto mostra di essere uno dei batteristi più bravi in assoluto, e il grande lavoro di Mike al basso. I testi sono ancora ironici e narrano apparentemente di un ragazzo che poi si rivela essere una falciatrice. Ma il capolavoro arriva adesso, Firth of fifth è una delle più belle canzoni dell'era progressiva e probabilmente la più raffinata e toccante scritta dal gruppo. Il piano introduce e vola via, gli altri quattro costruiscono una trama unica e dolce, in perfetta intesa ed armonia, Peter recita la sua parte impeccabilmente e si lascia andare ad un assolo di flauto che tocca l'anima; poi il ritmo incalza e tastiere e batteria si intrecciano vorticosamente, Phil è superlativo, per poi lasciare il testimone all'assolazzo di chitarra di Steve. Un brano unico, indimenticabile. Con metafore Peter denuncia l'avanzare delle metropoli a scapito della natura e l'annunciata morte di questa. More fool me è una canzone breve, perlopiù acustica, dolce ed ingenua, il testo rivela una canzone d'amore. The battle of Epping forest è invece il brano più elaborato, più prettamente progressivo del disco. Ancora una grande interpretazione di Peter, che cambia toni a seconda di ciò che sta narrando, ora melodrammatico, ora ironico, ora sprezzante; tutto il brano è un continuo alternarsi di atmosfere e combinazioni indovinatissime fra i musicisti, che ora mostrano tutta la loro classe e tecnica. Un brano molto bello da ascoltare con attenzione. Il testo narra della battaglia che si svolse realmente alla periferia di Londra fra due bande rivali per il controllo del quartiere; i toni sono ironici, come al solito, e in questa canzone emerge tutta l'abilità lirica del cantante. After the ordeal è un altro episodio breve e strumentale, condotto dalle tastiere affiancate da un flauto suadente, mentre Phil ancora mostra tutta la sua classe, che presto metterà da parte. The cinema show invece è un brano lungo, onirico, che comincia rilassato e tenue trascinato dal canto e dalla chitarra, per poi evolvere in maniera più aspra grazie soprattutto all'irruenza di Phil, stavolta nervosissimo; in seguito la conduzione passa alle tastiere che concludono in maniera barocca. Le parole però non mi sono tanto chiare. Aisle of plenty è la traccia conclusiva, brevissima, che riprende il tema iniziale per un finale circolare. Non c'è molto da aggiungere, questa è arte. Da qui in poi Peter Gabriel soffrirà di uno spiccato egocentrismo che lo porterà a lasciare la band, Phil Collins farà il resto.