giovedì 27 novembre 2008

Abissi Infiniti - Tunnel (1981)

Gli Abissi Infiniti sono un gruppo vicentino che è stato una meteora del mondo musicale, come ce ne sono state tante, ma poche hanno dato risultati così apprezzabili. Assomigliano a tante band progressive italiane, per il connubio pop più prog, in particolare ai New Trolls, per i toni della chitarra e delle tastiere. Tutti i brani sono stati composti fra il 1975 e il 1980 per mano di un gruppo di ragazzotti che un bel giorno vengono notati da un grafico-regista-musicista-produttore, tale Enrico Kotterl, il quale decide di pubblicare un loro album quando è ormai il 1981. Egli stesso prenderà parte alle sessioni di registrazione e disegnerà la copertina. Pubblicato l'album i membri del gruppo e il graficoregistamusicistaproduttore si perdono di vista e si esaurisce qui la discografia degli Abissi Infiniti. Il risultato è un album soffice, tenue, leggero, le tracce non superano i sei minuti e non presenta pomposità o barocchismi particolari, anzi, il suono si mantiene molto dolce e romantico, con un velo di malinconia. Il gruppo è composto da Claudio Liotto alla voce ed al piano, Andrea Zanatta alla chitarra, Alberto Cazzola alle tastiere, Lucio Negretto al basso, Paolo Fin alla batteria e il nostro Enrico Kötterl alle tastiere aggiuntive. Prima traccia, "Come bambini di sera", sostenuta da un riff di chitarra orecchiabile e inframezzata da belle rullate, mostra subito la tendenza pop del sound con una canzone che è una equilibrata via di mezzo fra prog e musica leggera italiana. La traccia seguente, Il segreto, è prevalentemente strumentale per piano con chitarra acustica ad accompagnare e begli arrangiamenti, melodia calma ed interessante, pur non presentando particolare ispirazione. Spirale, altro strumentale, è invece molto più rock: la chitarra, ora elettrica, è protagonista principale, richiamando molto il sound New Trolls; le evoluzioni della 6 corde cambiano spesso umore, rendendo questa la traccia più prog del disco. Tunnel invece è una traccia breve a carattere prevalentemente pop: la chitarra è ancora protagonista come principale accompagnatrice della voce, che racconta una storia di odierna solitudine metropolitana; il brano è comunque ben costruito e ben riuscito. La canzone successiva è Abissi infiniti, altro episodio pop molto breve con voce in primo piano accompagnata dalle tastiere. Poi vi è a mio parere la traccia più bella dell'album: Nebbia incantata, quella che mi ha fatto innamorare di questo album. Parte molto rock'n'roll, con voce e tastiere protagoniste, ad intarsiare una trama melodica molto orecchiabile e rapida, che poi bruscamente si arresta, i toni si fanno più tenui e lenti; dopo qualche strofa vocale tastiere e chitarra duettano in un pezzo onirico che poi reincalza con il tema iniziale. Brano molto molto piacevole. Si ritorna al pop con Fessure di luna, canzone abbastanza standard nella costruzione, con strofa e ritornello e un breve assolo di chitarra, anche se tutto con buon gusto melodico; in questa traccia assomigliano tantissimo ai New Trolls. Merlino è un altro bel brano a metà strada fra pop e prog: comincia lenta e sognante sorretta dalla voce e una flebile linea di chitarra, per poi evolvere in una melodia malinconica e calda, con la chitarra più convinta e begli arrangiamenti di tastiera. Chiude La grotta di cristallo, canzone molto leggera composta da voce e pianoforte, ma anch'essa parecchio piacevole, fosse tutto così il pop italiano... Questo album è stata una recente e graditissima scoperta, consigliato agli amanti del prog italiano ma anche di certa musica d'autore italiana.

venerdì 21 novembre 2008

Gentle Giant - Gentle Giant (1970)

I Gentle Giant fanno parte dei gruppi "famosi" del prog, non hanno avuto il successo commerciale che meritavano probabilmente, ma sono oggi riconosciuti come uno dei gruppi più originali ed innovativi del priodo. Bisogna precisare che non hanno avuto successo commerciale in patria, poiché in Italia sono uno dei gruppi progressivi più conosciuti ed apprezzati, paradossalmente. Nascono alla fine degli anni '60 per mano dei fratelli Shulman: Ray suona il basso, la chitarra ed il violino, Derek canta e suona il basso, e Phil suona il sax ed il trombone. I tre reclutano il chitarrista Gary Green, Kerry Minnear a tastiere, vibrafono, flauto e violoncello, e Martin Smith alla batteria, con il preciso intento di mettere insieme il diverso bagaglio di esperienze che ciascuno porta, ovvero jazz, musica classica (di cui il tastierista è un grande esperto nonché uno dei migliori con il suo strumento, sebbene non sempre riconosciuto tale), folk, blues e rock'n'roll, e fonderli con il nuovo che avanza, il progressive rock. Ciò che ne viene fuori è un sound originale, spigoloso e contorto, con numerose sovraincisioni ed intrecci vocali, barocchismi e sinfonismi, prog rock e musica medioevale. La loro discografia arriva fino al 1980 ma in pratica i primi quattro album sono quelli che li rendono famosi e in cui i musicisti danno il meglio, album che quasi si equivalgono, per questo scelgo il primo omonimo, secondo me più fresco ed originale ed anche più rockettaro, cui seguono Aquiring the taste nel 1971, Three friends nel 1972 ed Octopus nel 1973, considerato dalla critica loro miglior lavoro. L'album in questione taglia talmente nettamente con il passato che i venditori di dischi ed i critici non riuscivano ad inserirlo in una categoria, mentre sulla copertina del loro secondo album si legge: "Il nostro scopo è di allargare le frontiere della musica popolare contemporanea, anche a costo di diventare impopolari". La copertina, raffigurante un gigante sorridente e bonario che tiene i componenti della band nelle mani, diventerà nel tempo una sorta di icona, quasi come la copertina del primo disco dei King Crimson. L'album si apre con Giant, di impronta rock, con una chitarra corposa ed aggressiva, inframezzata da suggestive escursioni organistiche, virtuosismi acustici che si alternano a virtuosismi elettrici; la novità è palese, tanti ascoltatori di quei tempi saranno rimasti allibiti dall'incipit di questo lavoro. La seconda è la traccia più melodica e quindi la mia preferita, Funny ways, echi medioevali e violino in primo piano, delicata e sognante, tendente al rock'n'roll nella parte centrale, stupenda. Alucard invece mostra tutta la qualità vocale che il gruppo è in grado di produrre, poiché il cantante principale è sì Derek, ma tutti gli altri componenti del gruppo sanno cantare e mettono in piedi ghirigori e contorsioni vocali pazzesche; traccia abbastanza complicata e da ascoltare attentamente, per la minuziosa ricerca sonora che il gruppo le ha dedicato e i duelli fiati-voce, coinvolgenti ed allucinanti. Isn't quiet and cold? è un'altra ballad romantica, con intrecci violino vibrafono che rimandano alla musica ottocentesca, creando un'atmosfera d'altri tempi. Nothing at all è un'altra traccia molto sperimentale, le melodie sono ricercate e complicate, i virtuosismi si buttano, l'anima del brano rimane rock ma gli strumenti acustici, e la fuga percussiva nella parte centrale, donano un sapore folk. Why not? parte ancora dal rock per giungere alla musica classica, brano solido con un sapiente flauto che rimanda alla psichedelia. Infine chiude il disco una versione prog dell'inno inglese, intitolata The queen, brano particolare, provocatorio e dissacrante. Fine.

lunedì 17 novembre 2008

Universal Totem Orchestra - Rituale alieno (1999)

Album difficile da descrivere, parecchio ostico, uno dei punti più lontani dalla melodia per quanto riguarda la produzione italiana, uno dei punti più vicini allo zeuhl di stampo francese. Lo zeuhl è un genere musicale "inventato" dai Magma, band francese innovativa e fuori di brocca, il cui leader, Christian Vander, è stato in grado di creare uno stile tutto suo, una lingua in cui cantarlo e una band a sua immagine e somiglianza. A me i Magma non piacciono particolarmente, alcuni album sono molto interessanti ma la loro sconfinata produzione va ben oltre i limiti della mia pazienza. In ogni caso, una volta assimilato, questo è un album bellissimo e sconvolgente. Lo zeuhl è una musica oscura, opprimente, piena di barocchismi e neoclassicismi; fonde insieme jazz, fusion, marcette oppressive, psichedelia. In più i nostri ci aggiungono spunti folkloristici, soprattutto medioevali, sinfonismi e art-rock. Appare quindi chiara l'infinità di spunti che il disco offre, è paragonabile ad uno di quei mattoni da 1500 pagine, magari neanche tanto scorrevoli, che però, una volta finito, ti lascia un gran senso di soddisfazione. La musica è densa, spessa, prodotta da un gran numero di musicisti, anche se il nucleo originale è composto da quattro elementi, quindi ha bisogno di ripetuti ed attentissimi ascolti per essere apprezzato, ma ne val la pena. I quattro musicisti sono Ann Torres Fraile alla voce (altissima), Giorgio Golin alla batteria, Dauno Giuseppe Buttiglione al basso e Marco Zanfei alle tastiere, coadiuvati da Marco Mauro, Marcello De Angelis, Giuseppe Saiani e Giuliano Eccher alle chitarre (quest'ultimo anche alla viola), Francesco Ciech al violoncello, Antonio Fedeli al sax, Gianni Nicolini alle percussioni e Giacomo Plotegher alle tastiere. Il sound è in continua evoluzione, è impossibile descrivere ciascuna canzone, fra picchi di passione, malinconia, psichedelia, momenti dispersivi, altri grotteschi, altri goliardici. Su tutto si erge la possente voce soprano di Ann e le matte tastiere di Marco, un coro maschile dona un tocco di opera o di folk (gregoriano), la sezione ritmica è sicura, gli altri strumenti si ritagliano bene il loro spazio. Il lavoro è un concept incentrato sull'oscuro legame che corre tra esoterismo, alchimia ed intelligenze aliene; potrebbe forse apparire pretenzioso, i testi a volte sono un po' criptici, cantati in italiano e in lingua aliena, ma la musica appare fresca, stimolante, stravagante, possente, omogenea, ben ragionata, con armonie intense e a tratti particolarmente scure, con tempi dispari, cambi di ritmo e poliritmi irregolari. I fanatici dello zeuhl e dei Magma, o anche degli Hawkwind, impazziranno per questo album, agli altri consiglio qualche ascolto attento, se poi non entra proprio in testa beh pazienza.

mercoledì 5 novembre 2008

Nektar - Remember the future (1974)

L'ultimo album dei Nektar degno di rilevanza, infatti da qui fino all'anno dello scioglimento, 1980, la band si limiterà ad un redditizio pop-rock di maniera. Remember the future vende tantissimo, soprattutto in America, e viene votato da alcune riviste americane come il miglior album del 1974. Devo apporre una correzione al precedente post sui Nektar, in cui avevo affermato che solo il loro leader è inglese; invece tutti e quattro i musicisti sono inglesi emigrati in Germania perchè il loro produttore era tedesco, quindi la casa discografica risiedeva in Germania. Il sound di questo lavoro rimane ancora basato su un certo space rock di matrice tedesca, reso più "inglese" da spunti sinfonici ed inserti canterburyani. L'album è diviso in quttro tracce in totale: due lunghe, Remember the future part I e Remember the future part II, che formano un'unica lunga suite, e Let it grow e Lonely roads, più brevi e in forma canzone, ed è un concept sul trascorrere della vita. Il punto di forza è ancora la proposizione di atmosfere suggestive ed evocative, che inducono l'ascoltatore ad immergersi nel suono Nektar e a lasciarsi trasportare dal trip che questo tipo di musica può scatenare. Ciò è reso grazie alle tastiere di Allan Freeman, sempre morbide e prive di contorsioni o spigolature, ed alla chitarra di Roye Albrighton, duttile ed elegante, oltre alla sezione ritmica precisa e puntuale. Le voci non sono mai in primo piano ma sempre amalgamate con il suono e rendono il lavoro molto scorrevole. Risulta ovviamente molto difficile descrivere l'alternanza di stili ed umori dell'album, Remember the future part I unisce sonorità funky a romanticismi canterburyani, aperture bucoliche folk a parentesi metalliche, con una parte conclusiva molto molto bella. Remember the future part II è invece più psichedelica, ricorda più da vicino i Pink Floyd, senza mettere da parte funky, melodie e un po' di sano rock'n'roll. Le ultime due tracce sono tipicamente in stile prog sinfonico inglese, anch'esse ben riuscite. Un album vivamente consigliato.