mercoledì 17 dicembre 2008

Premiata Forneria Marconi

La Premiata Forneria Marconi è il gruppo prog italiano più famoso nel mondo, ha venduto dischi in America e in tutta Europa, ha preso parte a tour comprendenti anche show extraeuropei, e probabilmente tutto questo successo è meritato, anche se, a mio avviso, ci sono gruppi italiani migliori ma che non hanno saputo vendersi a dovere. Una volta ho conosciuto un tizio inglese appassionato di prog e effettivamente conosceva solo la PFM fra gli italiani, nonostante l'incredibile vastità della proposta nostrana e la gran quantità di gruppi altrettanto validi. Magari da queste parole potrebbe trapelare un mio scarso apprezzamento per questa band, ma così non è, la PFM è stata senz'altro un grande gruppo rock, non solo prog, italiano, ha inventato uno stile tutto tricolore che all'estero hanno battezzato spaghetti-rock, i suoi musicisti sono preparatissimi e simpaticissimi, ha stretto collaborazioni con tanti artisti italiani, ho avuto il piacere di vederli dal vivo in uno show superlativo durato tre ore ininterrotte, ma mi duole ammettere che apprezzo di più altri gruppi italiani, ma è solo una questione di gusti. Per questo non segnalo un album in particolare, tutta la loro produzione è dignitosa, cercherò però di dare delle indicazioni circa gli album più belli, sempre secondo il mio umilissimo parere. Le origini della band risalgono agli anni '60 e da un gruppo chiamato I Quelli, in cui militava Teo Teocoli come cantante e chitarrista, Pino Favarolo come cantante e chitarrista, il bassista Giorgio Piazza, il batterista Franz Di Cioccio, il tastierista Flavio Premoli e i chitarristi Franco Mussida e Alberto Radius. I Quelli facevano cover di brani stranieri più che altro, come tantissimi gruppi italiani del periodo, ma loro sceglievano anche canzoni un po' meno easy-listening, come brani dei Traffic, dei Nice o degli Aphrodite's Child. In seguito abbandonano il gruppo Favarolo, Teocoli, che intraprende una fortunata carriera come showman, e Radius, che va nella Formula3, e la band cambia nome in I Krel ingaggiando il violinista e flautista Mauro Pagani, artista dotato di un gusto sopraffino e grande tecnica esecutiva. A questo punto l'attenzione si sposta su band come King Crimson, Jethro Tull e Yes, di cui eseguono cover, mentre nascono i primi brani scritti dal nuovo gruppo. Si arriva così al 1972, la band decide di chiamarsi Premiata Forneria Marconi e va in tour come spalla a grandi gruppi come Deep Purple, Black Widow, Yes e Procol Harum; infine, di lì a poco, pubblica il suo primo album intitolato Storia di un minuto, contenente il celebre pezzo Impressioni di settembre, il primo brano italiano eseguito con un moog. Non passa neanche un anno che la PFM dà alle stampe Per un amico, secondo album che definisce ancor meglio lo stile, incentrato su un prog sinfonico molto inglese, ma reso più mediterraneo e passionale grazie alle calde melodie orecchiabili, spesso per merito della chitarra di Mussida, e grazie al rimando alla tradizione folk italiana, come il brano E' festa, sorta di tarantella progressiva. I primi due lavori sono assolutamente da ascoltare. Una loro esibizione dal vivo colpisce nientemeno che Greg Lake, il quale introduce il gruppo al mercato inglese, procura loro un contratto con la Manticore (di proprietà degli ELP) e recluta Pete Sinfield per la traduzione dei testi. Esce così Photos of ghosts, album in lingua anglosassone che racchiude i primi due album tradotti e ricantati in inglese. Nel 1973 avviene il primo cambio di formazione, con Patrick Djivas, dagli Area, che subentra a Giorgio Piazza, e la pubblicazione di L'isola di niente, bell'album ma non all'altezza dei precedenti. Parte così il primo tour in America e Canada, dove la PFM suona al fianco di artisti come Santana, Eagles, Frank Zappa e Beach Boys, e in cui nasce il termine spaghetti-rock. Nel 1975 entra finalmente in organico un cantante di ruolo, Bernardo Lanzetti dagli Acqua Fragile, considerato il miglior cantante italiano del periodo dopo Demetrio Stratos, e viene pubblicato Chocolate Kings, interamente in lingua inglese e da me non molto apprezzato. Quello stesso anno abbandona il gruppo Mauro Pagani e la band perde clamorosamente l'orientamento, mai più sarà in grado di proporre lo spumeggiante e caloroso prog-rock degli esordi. Entra in formazione il violinista americano Greg Block, parte il primo tour giapponese, e viene pubblicato, nel 1976, l'album Jet Lag, di orientamento jazz-fusion, molto influenzato dal sound statunitense. Nel 1978 la band pubblica Passpartù, album diverso dal precedente, molto raffinato e pop, in italiano e con brani in forma canzone. Consiglio l'ascolto anche di Passpartù (la copertina fu disegnata da Andrea Pazienza), con un grande Bernardo Lanzetti. Ma ormai il prog ha fatto il suo corso, il fenomeno punk sta cambiando il mondo della musica e la PFM vede la prima crisi, come tutte le altre band progressive. Greg Block abbandona il gruppo e al suo posto entra il violinista Lucio Fabbri, mentre la PFM stringe la sua prima collaborazione con Fabrizio De Andrè, suonando le canzoni dell'artista genovese, con l'artista genovese, in due concerti nel 1979 e nel 1980 da cui verrà estratto l'album live Fabrizio De André in concerto - Arrangiamenti PFM , concerto da avere a tutti i costi. Nell'operazione non viene coinvolto Bernardo Lanzetti, vista la presenza di De Andrè; costui si offende e abbandona il gruppo. Dopo l'album mediocre e decisamente troppo pop Suonare suonare anche Flavio Premoli decide di abbandonare la band, che pubblica altri tre album nel corso degli anni '80, album che rispecchiano la crisi della PFM. Nel 1997 viene pubblicato Ulisse, con il rientro di Premoli, e si ritorna finalmente alle punte di classe cui ha abituato il proprio pubblico, anche se non è ancora la PFM degli esordi. Nel 1999 è pubblicato il doppio live www.pfmpfm.it, concerto che riassume bene quanto prodotto in tutti questi anni e album da ascoltare sicuramente. Nel 2001 arriva Serendipity, che registra finalmente una somma prestazione, sia in fase compositiva che esecutiva, anche con sperimentalismi e ammodernamenti del sound. Nel 2005 è dato alle stampe Dracula Opera Rock, altro album di cui consiglio l'ascolto, e nel 2006 Stati di immaginazione, senza Flavio Premoli (e si sente), il quale ha nuovamente abbandonato la band, non tanto bello francamente. La PFM è riuscita a ritagliarsi un proprio spazio nel mondo musicale intero, è una delle poche prog band conosciute anche ai profani, ha scritto pagine memorabili del rock italiano, ed è ancora in attività. Un gran gruppo senza ombra di dubbio.

martedì 9 dicembre 2008

King Crimson - Discipline (1981)

Uno dei motivi di maggior rimpianto del non essere vissuto negli anni '70 è stato l'essermi perso la rinascita dei King Crimson. Nessuno si sarebbe mai aspettato, dopo lo scioglimento del '75, di vederli nuovamente insieme 6 anni dopo e, soprattutto, con una proposta musicale uguale all'esordio per impatto ed originalità e quindi diversissima rispetto al vecchio sound. Chi ha ascoltato Discipline nel 1981 deve aver pensato quello che ha pensato chi ha ascoltato In the court of the Crimson King nel '69: cos'è sta roba? Nessun gruppo è riuscito ad emulare i primi King Crimson e nessuno è riuscito, e mai riuscirà, ad emulare quest'altro nuovo sound inventato da Fripp e compagni. Un prog avantguardistico, che unisce groove ritmici irresistibili a improvvisazioni free-jazz, che crea una struttura dal caos, che fa evolvere una base minimalista, è qualcosa di sconvolgente. La band, come il suono, è quasi completamente cambiata, Robert Fripp in questi anni ha pubblicato un album solista e preso parte a varie collaborazioni, da queste collaborazioni selezionerà i suoi nuovi compagni. Per la prima volta decide di avere un chitarrista "antagonista", che funge anche da singer e scrittore delle liriche, Adrian Belew, dotato di una tecnica non proprio ortodossa e formatosi con Frank Zappa. Proprio dal chitarrista americano (anche Adrian lo è) eredita il timbro originale e quel gusto per la goliardia. Conosce Robert Fripp quando quest'ultimo collabora al terzo album dei Talking Heads, in cui militava Adrian dopo aver suonato anche con David Bowie. Collaborando invece per il secondo e terzo disco di Peter Gabriel Robert conosce Tony Levin, anch'egli americano, che comparirà anche nell'esordio solista del chitarrista. Tony è un bassista unico, la sua tecnica è formidabile, difficile vedere un bassista così preparato, in grado di suonare un basso a 12 corde e il cui ruolo nell'economia del suono è sia ritmico che melodico. Completa la formazione a 4 (per ora) il batterista Bill Bruford, altro superstite dell'ultimo nucleo del Re. Una formazione del genere, guidata da un grande compositore e leader carismatico come Robert Fripp, non può che spaccare. L'album comincia con Elephant talk, ed è subito chiara la nuova direzione artistica che il gruppo ha intenzione d intraprendere: brano complicato, difficilissimo nell'esecuzione, ma lineare, quadrato, "disciplinato". Le evoluzioni delle due sei corde, che tenderebbero all'infinito, vengono "costrette" dalla sezione ritmica in uno schema, con Tony che fa da collante fra le due chitarre e Bill che colora il tutto con le sue percussioni a metà fra ritmi tribali e raffinatezze jazz. A tutto ciò si aggiunge la sregolatezza e il sinistro humour della band, con Adrian che fa barrire la sua chitarra ad imitazione del verso dell'elefante. E' difficile descrivere dettagliatamente le canzoni, sarebbe un lavoro troppo lungo e noioso da leggere, l'unica cosa da fare è ascoltare questo album, sempre sospeso fra atmosfere sinistre (Indiscipline), dolci melodie di altri tempi (Matte Kudasai), intrecci strumentali complessi (Frame by frame), improvvisazioni di chitarre trattate orientaleggianti su un tappeto onirico ipnotico (cosa sto dicendo?)(The sheltering sky), perfetti connubi ritmo-melodia (Thela Hun Ginjeet). Un album stupendo per una band che non smetterà mai di stupire, i King Crimson sono senza dubbio il gruppo di punta del prog nei secoli dei secoli. Fra le note di copertina si legge: la disciplina non è mai fine a se stessa ma solo un mezzo per raggiungere un fine. Che geni.

giovedì 27 novembre 2008

Abissi Infiniti - Tunnel (1981)

Gli Abissi Infiniti sono un gruppo vicentino che è stato una meteora del mondo musicale, come ce ne sono state tante, ma poche hanno dato risultati così apprezzabili. Assomigliano a tante band progressive italiane, per il connubio pop più prog, in particolare ai New Trolls, per i toni della chitarra e delle tastiere. Tutti i brani sono stati composti fra il 1975 e il 1980 per mano di un gruppo di ragazzotti che un bel giorno vengono notati da un grafico-regista-musicista-produttore, tale Enrico Kotterl, il quale decide di pubblicare un loro album quando è ormai il 1981. Egli stesso prenderà parte alle sessioni di registrazione e disegnerà la copertina. Pubblicato l'album i membri del gruppo e il graficoregistamusicistaproduttore si perdono di vista e si esaurisce qui la discografia degli Abissi Infiniti. Il risultato è un album soffice, tenue, leggero, le tracce non superano i sei minuti e non presenta pomposità o barocchismi particolari, anzi, il suono si mantiene molto dolce e romantico, con un velo di malinconia. Il gruppo è composto da Claudio Liotto alla voce ed al piano, Andrea Zanatta alla chitarra, Alberto Cazzola alle tastiere, Lucio Negretto al basso, Paolo Fin alla batteria e il nostro Enrico Kötterl alle tastiere aggiuntive. Prima traccia, "Come bambini di sera", sostenuta da un riff di chitarra orecchiabile e inframezzata da belle rullate, mostra subito la tendenza pop del sound con una canzone che è una equilibrata via di mezzo fra prog e musica leggera italiana. La traccia seguente, Il segreto, è prevalentemente strumentale per piano con chitarra acustica ad accompagnare e begli arrangiamenti, melodia calma ed interessante, pur non presentando particolare ispirazione. Spirale, altro strumentale, è invece molto più rock: la chitarra, ora elettrica, è protagonista principale, richiamando molto il sound New Trolls; le evoluzioni della 6 corde cambiano spesso umore, rendendo questa la traccia più prog del disco. Tunnel invece è una traccia breve a carattere prevalentemente pop: la chitarra è ancora protagonista come principale accompagnatrice della voce, che racconta una storia di odierna solitudine metropolitana; il brano è comunque ben costruito e ben riuscito. La canzone successiva è Abissi infiniti, altro episodio pop molto breve con voce in primo piano accompagnata dalle tastiere. Poi vi è a mio parere la traccia più bella dell'album: Nebbia incantata, quella che mi ha fatto innamorare di questo album. Parte molto rock'n'roll, con voce e tastiere protagoniste, ad intarsiare una trama melodica molto orecchiabile e rapida, che poi bruscamente si arresta, i toni si fanno più tenui e lenti; dopo qualche strofa vocale tastiere e chitarra duettano in un pezzo onirico che poi reincalza con il tema iniziale. Brano molto molto piacevole. Si ritorna al pop con Fessure di luna, canzone abbastanza standard nella costruzione, con strofa e ritornello e un breve assolo di chitarra, anche se tutto con buon gusto melodico; in questa traccia assomigliano tantissimo ai New Trolls. Merlino è un altro bel brano a metà strada fra pop e prog: comincia lenta e sognante sorretta dalla voce e una flebile linea di chitarra, per poi evolvere in una melodia malinconica e calda, con la chitarra più convinta e begli arrangiamenti di tastiera. Chiude La grotta di cristallo, canzone molto leggera composta da voce e pianoforte, ma anch'essa parecchio piacevole, fosse tutto così il pop italiano... Questo album è stata una recente e graditissima scoperta, consigliato agli amanti del prog italiano ma anche di certa musica d'autore italiana.

venerdì 21 novembre 2008

Gentle Giant - Gentle Giant (1970)

I Gentle Giant fanno parte dei gruppi "famosi" del prog, non hanno avuto il successo commerciale che meritavano probabilmente, ma sono oggi riconosciuti come uno dei gruppi più originali ed innovativi del priodo. Bisogna precisare che non hanno avuto successo commerciale in patria, poiché in Italia sono uno dei gruppi progressivi più conosciuti ed apprezzati, paradossalmente. Nascono alla fine degli anni '60 per mano dei fratelli Shulman: Ray suona il basso, la chitarra ed il violino, Derek canta e suona il basso, e Phil suona il sax ed il trombone. I tre reclutano il chitarrista Gary Green, Kerry Minnear a tastiere, vibrafono, flauto e violoncello, e Martin Smith alla batteria, con il preciso intento di mettere insieme il diverso bagaglio di esperienze che ciascuno porta, ovvero jazz, musica classica (di cui il tastierista è un grande esperto nonché uno dei migliori con il suo strumento, sebbene non sempre riconosciuto tale), folk, blues e rock'n'roll, e fonderli con il nuovo che avanza, il progressive rock. Ciò che ne viene fuori è un sound originale, spigoloso e contorto, con numerose sovraincisioni ed intrecci vocali, barocchismi e sinfonismi, prog rock e musica medioevale. La loro discografia arriva fino al 1980 ma in pratica i primi quattro album sono quelli che li rendono famosi e in cui i musicisti danno il meglio, album che quasi si equivalgono, per questo scelgo il primo omonimo, secondo me più fresco ed originale ed anche più rockettaro, cui seguono Aquiring the taste nel 1971, Three friends nel 1972 ed Octopus nel 1973, considerato dalla critica loro miglior lavoro. L'album in questione taglia talmente nettamente con il passato che i venditori di dischi ed i critici non riuscivano ad inserirlo in una categoria, mentre sulla copertina del loro secondo album si legge: "Il nostro scopo è di allargare le frontiere della musica popolare contemporanea, anche a costo di diventare impopolari". La copertina, raffigurante un gigante sorridente e bonario che tiene i componenti della band nelle mani, diventerà nel tempo una sorta di icona, quasi come la copertina del primo disco dei King Crimson. L'album si apre con Giant, di impronta rock, con una chitarra corposa ed aggressiva, inframezzata da suggestive escursioni organistiche, virtuosismi acustici che si alternano a virtuosismi elettrici; la novità è palese, tanti ascoltatori di quei tempi saranno rimasti allibiti dall'incipit di questo lavoro. La seconda è la traccia più melodica e quindi la mia preferita, Funny ways, echi medioevali e violino in primo piano, delicata e sognante, tendente al rock'n'roll nella parte centrale, stupenda. Alucard invece mostra tutta la qualità vocale che il gruppo è in grado di produrre, poiché il cantante principale è sì Derek, ma tutti gli altri componenti del gruppo sanno cantare e mettono in piedi ghirigori e contorsioni vocali pazzesche; traccia abbastanza complicata e da ascoltare attentamente, per la minuziosa ricerca sonora che il gruppo le ha dedicato e i duelli fiati-voce, coinvolgenti ed allucinanti. Isn't quiet and cold? è un'altra ballad romantica, con intrecci violino vibrafono che rimandano alla musica ottocentesca, creando un'atmosfera d'altri tempi. Nothing at all è un'altra traccia molto sperimentale, le melodie sono ricercate e complicate, i virtuosismi si buttano, l'anima del brano rimane rock ma gli strumenti acustici, e la fuga percussiva nella parte centrale, donano un sapore folk. Why not? parte ancora dal rock per giungere alla musica classica, brano solido con un sapiente flauto che rimanda alla psichedelia. Infine chiude il disco una versione prog dell'inno inglese, intitolata The queen, brano particolare, provocatorio e dissacrante. Fine.

lunedì 17 novembre 2008

Universal Totem Orchestra - Rituale alieno (1999)

Album difficile da descrivere, parecchio ostico, uno dei punti più lontani dalla melodia per quanto riguarda la produzione italiana, uno dei punti più vicini allo zeuhl di stampo francese. Lo zeuhl è un genere musicale "inventato" dai Magma, band francese innovativa e fuori di brocca, il cui leader, Christian Vander, è stato in grado di creare uno stile tutto suo, una lingua in cui cantarlo e una band a sua immagine e somiglianza. A me i Magma non piacciono particolarmente, alcuni album sono molto interessanti ma la loro sconfinata produzione va ben oltre i limiti della mia pazienza. In ogni caso, una volta assimilato, questo è un album bellissimo e sconvolgente. Lo zeuhl è una musica oscura, opprimente, piena di barocchismi e neoclassicismi; fonde insieme jazz, fusion, marcette oppressive, psichedelia. In più i nostri ci aggiungono spunti folkloristici, soprattutto medioevali, sinfonismi e art-rock. Appare quindi chiara l'infinità di spunti che il disco offre, è paragonabile ad uno di quei mattoni da 1500 pagine, magari neanche tanto scorrevoli, che però, una volta finito, ti lascia un gran senso di soddisfazione. La musica è densa, spessa, prodotta da un gran numero di musicisti, anche se il nucleo originale è composto da quattro elementi, quindi ha bisogno di ripetuti ed attentissimi ascolti per essere apprezzato, ma ne val la pena. I quattro musicisti sono Ann Torres Fraile alla voce (altissima), Giorgio Golin alla batteria, Dauno Giuseppe Buttiglione al basso e Marco Zanfei alle tastiere, coadiuvati da Marco Mauro, Marcello De Angelis, Giuseppe Saiani e Giuliano Eccher alle chitarre (quest'ultimo anche alla viola), Francesco Ciech al violoncello, Antonio Fedeli al sax, Gianni Nicolini alle percussioni e Giacomo Plotegher alle tastiere. Il sound è in continua evoluzione, è impossibile descrivere ciascuna canzone, fra picchi di passione, malinconia, psichedelia, momenti dispersivi, altri grotteschi, altri goliardici. Su tutto si erge la possente voce soprano di Ann e le matte tastiere di Marco, un coro maschile dona un tocco di opera o di folk (gregoriano), la sezione ritmica è sicura, gli altri strumenti si ritagliano bene il loro spazio. Il lavoro è un concept incentrato sull'oscuro legame che corre tra esoterismo, alchimia ed intelligenze aliene; potrebbe forse apparire pretenzioso, i testi a volte sono un po' criptici, cantati in italiano e in lingua aliena, ma la musica appare fresca, stimolante, stravagante, possente, omogenea, ben ragionata, con armonie intense e a tratti particolarmente scure, con tempi dispari, cambi di ritmo e poliritmi irregolari. I fanatici dello zeuhl e dei Magma, o anche degli Hawkwind, impazziranno per questo album, agli altri consiglio qualche ascolto attento, se poi non entra proprio in testa beh pazienza.

mercoledì 5 novembre 2008

Nektar - Remember the future (1974)

L'ultimo album dei Nektar degno di rilevanza, infatti da qui fino all'anno dello scioglimento, 1980, la band si limiterà ad un redditizio pop-rock di maniera. Remember the future vende tantissimo, soprattutto in America, e viene votato da alcune riviste americane come il miglior album del 1974. Devo apporre una correzione al precedente post sui Nektar, in cui avevo affermato che solo il loro leader è inglese; invece tutti e quattro i musicisti sono inglesi emigrati in Germania perchè il loro produttore era tedesco, quindi la casa discografica risiedeva in Germania. Il sound di questo lavoro rimane ancora basato su un certo space rock di matrice tedesca, reso più "inglese" da spunti sinfonici ed inserti canterburyani. L'album è diviso in quttro tracce in totale: due lunghe, Remember the future part I e Remember the future part II, che formano un'unica lunga suite, e Let it grow e Lonely roads, più brevi e in forma canzone, ed è un concept sul trascorrere della vita. Il punto di forza è ancora la proposizione di atmosfere suggestive ed evocative, che inducono l'ascoltatore ad immergersi nel suono Nektar e a lasciarsi trasportare dal trip che questo tipo di musica può scatenare. Ciò è reso grazie alle tastiere di Allan Freeman, sempre morbide e prive di contorsioni o spigolature, ed alla chitarra di Roye Albrighton, duttile ed elegante, oltre alla sezione ritmica precisa e puntuale. Le voci non sono mai in primo piano ma sempre amalgamate con il suono e rendono il lavoro molto scorrevole. Risulta ovviamente molto difficile descrivere l'alternanza di stili ed umori dell'album, Remember the future part I unisce sonorità funky a romanticismi canterburyani, aperture bucoliche folk a parentesi metalliche, con una parte conclusiva molto molto bella. Remember the future part II è invece più psichedelica, ricorda più da vicino i Pink Floyd, senza mettere da parte funky, melodie e un po' di sano rock'n'roll. Le ultime due tracce sono tipicamente in stile prog sinfonico inglese, anch'esse ben riuscite. Un album vivamente consigliato.

giovedì 30 ottobre 2008

Un camion carico di spranghe

E' un articolo che tengo a conservare fra le mie pagine. Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto". Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì". È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati". Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
Curzio Maltese, 30 ottobre 2008
(http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html)

martedì 21 ottobre 2008

Beata ignoranza

Rieccoci. Quando il post non tratta di musica è perchè le cose non stanno andando bene, anzi, questa, dicono gli economisti, è la crisi peggiore dal 1929. Voglio vedere quando scriverò un post per sottolineare il buon lavoro del nostro governo, probabilmente attenderò per sempre quel momento. La crisi che il mondo occidentale sta vivendo è palese, ovviamente non si può dare la colpa al governo o al governo precedente, semmai si potrebbe incolpare gli americani e la loro folle strategia finanziaria. Comunque ciò che è stato è stato ed ora si trovino delle soluzioni. Il nostro premier, da sempre votato ad uno spinto liberismo, ha chiesto un massiccio intervento pubblico, smentendosi ancora una volta. Ciò significa aumentare le tasse, proprio lui che aveva promesso di ridurle se non eliminarle (ahah) le tasse. Le tasse sono aumentate, se n'è accorto il mio stipendio e le nuove fatture che mi arrivano a casa, tipo una nuova tassa sulla spazzatura. Vabbé, il problema della spazzatura esiste, questa nuova tassa servirà a risolvero (mah). Però non mi pare che qualche dirigente si sia lamentato di riduzioni di stipendio, mentre qualche collega sì, ma che ne voglio sapere io. In ogni caso ben vengano provvedimenti atti a risanare il bilancio del nostro paese, anche se dobbiamo pagare più tasse stringeremo la cinghia e andremo avanti. Il problema è che questi provvedimenti sono completamente a minchia, a cominciare dalla riforma prevista dal ministro Gelmini. In un precedente post avevo trovato altre fonti per recuperare un po' di denaro: dagli stipendi dei nostri sbirri e finanzieri vari, dai soldati di cui ormai sono piene le nostre città, dagli altri soldati impiegati nelle nostre missioni di guerra cioè di pace, dagli altissimi stipendi dei nostri deputati, ecc. ecc. Invece il nostro fantastico governo ha pensato bene di cercare soldi altrove, ovvero effettuando dei tagli pazzeschi ad una delle cose che permettono ad un paese non solo di crescere, ma di restare a galla, di sopravvivere: l'istruzione. Tralasciando il maestro unico che ora mi sembra il male minore, la riduzione delle ore di lezione causerà il licenziamento di 87.400 docenti e 44.500 impiegati scolastici generici. Ciò non comporta solo il problema di migliaia di persone senza lavoro, ridurre l'orario scolastico non mi sembra un'ottima idea, quando negli altri paesi europei le ore che gli alunni passano a scuola è praticamente il doppio delle nostre; ciò non è utile solo all'istruzione ed alla socializzazione, ma anche a tenere certe fasce più a rischio lontane dalla strada. Inoltre è prevista la chiusura di circa 4.200 istituti scolastici, poichè non ospitanti un numero sufficiente di alunni. Cosa succederà adesso? Che docenti ed alunni delle scuole da chiudere dovranno trasferirsi in altre scuole in altre città. Si pensi ad esempio ad una scuola in un piccolo paese della Lucania, che io conosco bene: le città degne di tal nome in quella remota regione sono quattro o cinque, tutti gli alunni della provincia dovranno spostarsi quotidianamente per frequentare la scuola, in Lucania non esistono mezzi di linea (è già tanto se abbiamo una specie di ferrovia) e i paesi sono parecchio distanti fra loro. Probabilmente accadrà che molte famiglie rinunceranno all'istruzione per i loro figli, avviandoli ad un meno complicato lavoro in campagna. La legge prevede anche la riduzione del 46% fino al 2013 dei fondi destinati alle università: in pratica per poter campare parecchie dovranno rivolgersi ad associazioni et similia, diventando di fatto strutture private molto care accessibili a pochi per studiare ed a coloro muniti di raccomandazione per insegnare. Infine 60.000 precari perderanno il posto di lavoro se non riusciranno a rendere il loro contratto stabile (come se dipendesse da loro). In questi 60.000 rientrano non solo i ricercatori, i quali guadagnano un terzo di quanto prenderebbero in qualunque altro paese europeo, ma anche tanti giovani appena affacciatisi nel mondo del lavoro che non hanno un contratto a lungo termine, ed anche tantissimi capi famiglia di mezza età che improvvisamente si ritrovano senza sostentamento perchè non hanno mai avuto un contratto regolare, e a sud ce ne sono migliaia. Questo provvedimento, come prima, non solo metterà per strada tanta gente, ma toglierà altre risorse alla ricerca, già agli ultimi posti per gli standard europei. Si potrebbe parlare anche delle classi per "stranieri", ma non voglio divagare. Universitari, docenti ed alunni stanno manifestando, altri lavoratori precari anche, vedremo se la protesta darà i suoi frutti, mi auguro sinceramente possa servire a qualcosa, esprimo tutta la mia solidarietà a coloro che sono lì fuori a protestare, tenete duro ragazzi.

ps: stamattina c'erano i controllori in giro e per ogni controllore due o tre poliziotti di quartiere, casomai i trasgressori dei mezzi pubblici dovessero diventare pericolosi. Altrimenti detto il paese sta affondando e noi paghiamo gente per non fare un emerito cazzo.

lunedì 20 ottobre 2008

Pallas - The sentinel (1984)

I Pallas sono uno dei tanti gruppi della seconda generazione progressiva, quella degli anni '80, il cosiddetto neo-prog. Non sono considerati un gruppo di punta, band come Marillion e IQ sono certamente migliori, però l'album The sentinel è molto carino, sicuramente uno dei migliori album della corrente neo-progressiva, di cui francamente non vado matto. Gli scozzesi Pallas decidono il loro ridicolo nome dalla dea Pallade; il primo album è un live autoprodotto, quindi si può immaginare la qualità del mixaggio di questo lavoro, che però è un lavoro molto valido, infatti il gruppo è notato dalla EMI e scritturato per il secondo album, The sentinel appunto. Purtroppo questa fortuna non dura a lungo, poiché la EMI, che aveva appena scritturato i Marillion, decide di puntare tutto sul gruppo di Fish togliendo i fondi ai Pallas, i quali pubblicano un altro album e si prendono un lungo periodo di pausa. Intanto il fermento neo-prog scema e il gruppo rimane a lungo lontano dalle scene; ritorna alla fine degli '90 ricominciando ad incidere e a suonare in giro, aderendo però ad un sound più metal. Il gruppo è composto da Ronnie Brown alle tastiere, Derek Forman a batteria e percussioni, Euan Lowson alla voce, Niall Mathewson alla chitarra e Graeme Murray a basso e voce. L'album comincia con Shock treatment, la traccia migliore dell'album e forse della loro intera produzione, una delle canzoni che inserirei in una ipotetica hit list degli anni '80. Tastiere sparate, tipicamente anni '80, voce melodiosa e spaziale, batteria in controtempo e un ritornello orecchiabile: questi gli ingredienti di un brano riuscitissimo. La successiva Cut and run non cambia timbro e non perde in qualità: tastiere elettroniche su una base ritmica morbida e al contempo solida, melodia orecchiabile e tratti più contorti ed elaborati, bell'assolo di tastiere nella parte centrale. La terza traccia Arrive alive è ripresa dall'album d'esordio, semplicemente riregistrata in studio senza particolari variazioni, anche perchè si tratta di un altro brano particolarmente riuscito: chitarra e tastiere viaggiano ora parallele, disegnando una melodia ora più aggressiva e veloce, a tratti hard, molto simile a certe cose dei Van Halen o degli Europe, che proprio in quegli anni stavano emergendo. Rise and fall (part I) è un'altra canzone che mi piace parecchio: chitarra e basso, con la voce, delineano la melodia, la batteria è ancora in controtempo e tastiere space disegnano ghirigori; la parte centrale è soffusa, tenue, spaziale, improvvisamente basso, batteria e tastiere duellano a colpi di tempi dispari e il brano reincalza. Davvero un bel lavoro. Si arriva così ad East west, brano intimista e malinconico, a tratti tragico: la maiuscola prestazione del cantante e un gran assolo di chitarra elevano il brano. March of Atlantis e Rise and fall (part II) sono probabilmente le tracce meno riuscite: il sound si mantiene su un discreto space rock, ma mancano spunti degni di nota, anche se la melodia rimane piacevole. Heart attack è un altro brano cupo e triste, la voce di Euan fa ancora da padrona: si snoda su begli arrangiamenti di piano, la voce è inizialmente struggente, mentre in seguito il brano cambia diventando più arioso, senza troppa allegria, fino al finale melodico. Molto bella anche questa canzone. Atlantis torna a temi più allegri e maestosi, l'intera traccia è magniloquente, con arrangiamenti orchestrali e voce enfatica; bella la melodia e il lavoro di tutti i componenti del gruppo. Ark of infinity è un altro brano lungo, un bel ritornello cantato lo introduce per poi passare ad un pregevole assolo di tastiere, ben supportate dal basso, ed infine tornare sul tema iniziale per una degna conclusione del disco. Un lavoro tipicamente anni '80, negli arrangiamenti tastieristici, sempre molto elettronici e space, nella voce enfatica, nell'atmosfera generale; se vi piace il neo-prog questo è sicuramente un lavoro molto valido, se non vi piace consiglio comunque di ascoltarlo, non è affatto male.

venerdì 10 ottobre 2008

Eloy - The power and the passion (1975)

Gli Eloy sono una band tedesca autrice di 14 album in studio e attiva dall'inizio degli anni '70 alla metà degli '80, i cui componenti sono Frank Bornemann a chitarra e voce, Luitjen Janssen al basso, Fritz Randow alla batteria, Detlef Schwaar alla chitarra e Manfred Wieczorke alle tastiere. Dopo gli esordi hard il gruppo incide il primo album prog nel 1975 e colpisce subito nel segno. Da qui in poi saranno autori di un buon numero di album progressivi discreti fino agli '80 quando modernizzeranno il sound e cambieranno formazione. The power and the passion è una via di mezzo fra lo stile che il gruppo stava abbandonando, cioè l'hard rock, e quello che sarebbe diventato il loro nuovo credo, cioè la spichedelia, lo space rock tedesco, ed è proprio questa unione che lo rende così piacevole. E' un concept che narra di una travagliata storia d'amore attraverso i secoli, poiché il protagonista viaggia nel tempo e si innamora di una ragazza del passato. La prima traccia Introduction ci introduce appunto in questa favola e nel nuovo sound Eloy: tappeti di tastiere, voce dolce, atmosfere pacate e rilassate. Journey into 1358 è un pezzo breve e stupendo: comincia con una linea di voce melodica al massimo, un motivo che si infila subito in testa, poi parte l'organo e su di esso una chitarra blues a creare una fuga di grande effetto. Love over six centuries è il pezzo più lungo e arriva a 10 minuti: comincia anch'esso con una melodia vocale stavolta accompagnata dalla chitarra; poi il basso fa salire sempre più il pezzo finchè non esplode per poi arrestarsi e passare alle voci che ora narrano la storia; in seguito si vivacizza di nuovo ed è ora trascinato dall'organo che lo porta a conclusione non senza un assolo di chitarra. Gran bel pezzo. Mutiny è un altro pezzo lungo, stavolta protagoniste sono le tastiere, con organo e piano che dominano il brano, oltre all'immancabile voce sempre melodicissima; la chitarra lentamente si insinua nella melodia, basso e batteria ergono un muro ritmico da ascoltare bene, ma è Manfred che continua a mostrare tutta la sua bravura. L'album prosegue con Imprisonment, traccia a metà fra pop e ambient: la voce domina ancora accompagnata dalla chitarra, mentre le tastiere in sottofondo ricamano dove necessario. Daylight è la logica continuazione della traccia precedente, il ritmo accelera, si intromette la batteria mentre chitarra ed organo si alternano nella conduzione. Un'altra bellissima traccia. Thoughts of home è una traccia di introduzione per sola voce e tastiere, non meno gradevole delle altre. The Zany Magician è invece una traccia molto hard costruita su un riff di chitarra semplicissimo e con voce distorta, tanto che è quasi impossibile capire cosa dice il cantante. Forse la canzone meno interessante. Back into the present torna sui soliti canoni, bella melodia, ritmo incalzante, chitarra e tastiere in evidenza. Si sente molto l'influenza degli Uriah Heep in questa canzone. L'album si conclude con The bells of Notre Dame, di cui esiste anche un remix inserito in una ristampa, che migliora semplicemente il suono. Si tratta di una traccia dark molto lenta, organo e piano spaziano mentre la chitarra disegna melodie blues. Traccia che nulla aggiunge e nulla toglie. In conclusione un album ottimo, certo non un capolavoro, ma un disco gradevole migliore di molti altri per un gruppo non molto conosciuto e che avrebbe meritato maggior notorietà, almeno nel nostro paese.

venerdì 3 ottobre 2008

Genesis - Selling England by the pound (1973)

Disco considerato pietra miliare del rock, uno dei punti più elevati per quanto riguarda il progressive e album migliore della band in questione. Tutti giudizi condivisibili. Ho amato questo album di un amore morboso, l'ho ascoltato e riascoltato per coglierne ogni sfaccettatura, ho ascoltato ogni brano sentendo ora solo la chitarra, ora solo la tastiera o la batteria, l'ho ascoltato più volte al giorno per mesi. Ho provato brividi ascoltando l'assolo di flauto in Firth of fifth. Ho deciso che il progressive sarebbe stato il mio genere musicale preferito e che avrei dedicato la mia vita (musicale) alla sapienza nel campo del prog rock. Dopo l'ascolto di questo album nessuno è più lo stesso. Dopo la pubblicazione di Foxtrot i Genesis hanno trovato stabilità e un discreto successo commerciale, la macchina ha ingranato e la band è al suo picco per quanto riguarda la maturazione artistica. Il bello dei Genesis è che sono come una perfetta squadra di calcio, nessuno è il campione indiscusso e tutti giocano da gregari: ogni strumento è perfettamente integrato nel suono, i cinque suonano tutti insieme all'unisono, gli intrecci sono impeccabili e i due playmaker Tony e Steve hanno raggiunto un'intesa perfetta. Selling England by the pound è un album romantico, passionale, barocco e dolcissimo, l'emblema del Genesis style. L'incipit del disco è già spettacolare: Dancing with the moonlight knight cambia ritmo e atmosfera in un batter d'occhio: apre il canto di Peter, presto incalzato da una chitarra medievale, poco a poco tutti gli strumenti salgono in scena e la traccia accelera, la chitarra si arrabbia e di botto lascia le redini alle tastiere, fino alla conclusione soffusa ed inaspettata. Si parla dell'Inghilterra, Peter con giochi di parole e doppi sensi la prende in giro, descrivendo il degrado della civiltà. I know what i like (in your wardrobe) è una canzone che ho riscoperto recentemente dopo aver visto un video su youtube, poiché inizialmente non ne avevo colto tutta la bellezza. Si tratta della traccia più leggera dell'album, con un ritornello accattivante e il grande duetto Phil-Peter alla voce, oltre agli arrangiamenti percussivi stracuratissimi di Phil, che quando sta al suo posto mostra di essere uno dei batteristi più bravi in assoluto, e il grande lavoro di Mike al basso. I testi sono ancora ironici e narrano apparentemente di un ragazzo che poi si rivela essere una falciatrice. Ma il capolavoro arriva adesso, Firth of fifth è una delle più belle canzoni dell'era progressiva e probabilmente la più raffinata e toccante scritta dal gruppo. Il piano introduce e vola via, gli altri quattro costruiscono una trama unica e dolce, in perfetta intesa ed armonia, Peter recita la sua parte impeccabilmente e si lascia andare ad un assolo di flauto che tocca l'anima; poi il ritmo incalza e tastiere e batteria si intrecciano vorticosamente, Phil è superlativo, per poi lasciare il testimone all'assolazzo di chitarra di Steve. Un brano unico, indimenticabile. Con metafore Peter denuncia l'avanzare delle metropoli a scapito della natura e l'annunciata morte di questa. More fool me è una canzone breve, perlopiù acustica, dolce ed ingenua, il testo rivela una canzone d'amore. The battle of Epping forest è invece il brano più elaborato, più prettamente progressivo del disco. Ancora una grande interpretazione di Peter, che cambia toni a seconda di ciò che sta narrando, ora melodrammatico, ora ironico, ora sprezzante; tutto il brano è un continuo alternarsi di atmosfere e combinazioni indovinatissime fra i musicisti, che ora mostrano tutta la loro classe e tecnica. Un brano molto bello da ascoltare con attenzione. Il testo narra della battaglia che si svolse realmente alla periferia di Londra fra due bande rivali per il controllo del quartiere; i toni sono ironici, come al solito, e in questa canzone emerge tutta l'abilità lirica del cantante. After the ordeal è un altro episodio breve e strumentale, condotto dalle tastiere affiancate da un flauto suadente, mentre Phil ancora mostra tutta la sua classe, che presto metterà da parte. The cinema show invece è un brano lungo, onirico, che comincia rilassato e tenue trascinato dal canto e dalla chitarra, per poi evolvere in maniera più aspra grazie soprattutto all'irruenza di Phil, stavolta nervosissimo; in seguito la conduzione passa alle tastiere che concludono in maniera barocca. Le parole però non mi sono tanto chiare. Aisle of plenty è la traccia conclusiva, brevissima, che riprende il tema iniziale per un finale circolare. Non c'è molto da aggiungere, questa è arte. Da qui in poi Peter Gabriel soffrirà di uno spiccato egocentrismo che lo porterà a lasciare la band, Phil Collins farà il resto.

lunedì 29 settembre 2008

Faveravola - La contea dei cento castagni (2007)

Quando si ascolta per la prima volta questo album si rimane sbigottiti dall'aura retrò che lo permea, sembra davvero un album prog anni '70, e invece è appena dello scorso anno. L'effetto è ovviamente voluto e direi riuscito. I Faveravola sono musicisti che negli anni '70 facevano parte di varie band progressive e che ora hanno deciso di formare insieme un gruppo che richiami quei suoni vintage a loro, e anche a me, così cari. Si tratta di Giancarlo Nicorelli alle tastiere, Consuelo Marcon al violino, Alessandro Bonotto alla chitarra acustica, Adriano Durighetto al basso, Paolo Coltro a batteria e percussioni, Gianluca Tassi alla chitarra elettrica, Franco Violo alla voce, Tiziana Carraro alla voce e Luca Boldrin al flauto. La Contea dei cento castagni è un lavoro tipicamente italiano, assomiglia a tanti altri album progressivi italiani, ma è molto ben curato, molto ispirato, ha qualcosa in più della media. L'atmosfera è calma, pastorale, in un paio di canzoni la chitarra è elettrica, predominano piano ed organo arricchiti dal violino e da un dolcissimo flauto, responsabile di quel tocco in più di cui parlavo prima. Lo stile è a metà fra folk quasi medievale, si narra infatti di contee, elfi e cavalieri, e prog sinfonico; risultano canzoni spesso orecchiabili e melodiche. Tutto l'album è molto omogeneo, le canzoni si assomigliano fra loro ed è come sospeso in un mondo antico, fantasy, che comunica grazia e serenità tramite un sound romantico e caldo. Sono 12 tracce e si comincia con L'antefatto in cui la voce è inizialmente narrante e in seguito comincia a cantare, il flauto fa subito capolino a dare manforte alle tastiere che dominano il brano. Le canzoni sono spesso così strutturate: basso e batteria definiscono il ritmo e non si lasciano mai andare ad intrusioni nella melodia, le tastiere e la voce disegnano la melodia, mentre chitarra, flauto o violino fanno da voce aggiunta, in pratica. Le tracce seguenti sono Lo specchio, intimista e malinconico, e la Contea dei cento castagni, sempre sulla stessa linea, melodie interessantissime. Poi viene La foresta degli elfi alati, più hard, trascinata da organo e chitarra elettrica. L'incontro torna su atmosfere più calme, con la voce femminile a supportare quella maschile, è un altro episodio pop breve ed intenso. Il sogno è malinconica e triste, organo e voce in primo piano, la melodia sempre stupenda. La piana dei Temoli del Livenza vede la presenza di Aldo Tagliapietra delle Orme che duetta con Franco, torna la parte narrata su una base eterea su cui si innesta un flauto ipnotico che rende il brano irresistibile. Lo scontro è un'altra traccia più pesante rispetto allo standard del disco, il ritornello è indovinatissimo e orecchiabile, altro brano ben riuscito. Danza di Messer Reale e Madonna Fantasia è una breve traccia pop con ancora la voce femminile su quella maschile, sembra quasi una canzone di De André per melodia e arrangiamento. Leggenda della foglia della vita e del vento, Neorinascimento e Strada ai confini di... sono i brani conclusivi che nulla aggiungono al disco ma di certo non ne abbassano il livello. Complimenti ai musicisti, un album bellissimo in tempi in cui il prog non ha di certo un tornaconto commerciale.

lunedì 22 settembre 2008

le Orme - Felona e Sorona (1973)

Siamo al capolavoro delle Orme e uno dei migliori album del prog italiano. Il lavoro più ambizioso e riuscito delle Orme, il più progressivo, il più elaborato, il più complicato. Felona e Sorona è un
concept album composto da 9 tracce conseguenziali che narrano di due pianeti (Felona e Sorona) contrapposti e complementari, alla felicità e alla luce di uno corrisponde l'infelicità e il buio dell'altro, trovano l'equilibrio per una frazione di secondo finché la contrapposizione non ricomincia, e così per sempre. Una chiara allegoria dei rapporti umani. Quindi il gruppo veneziano si confronta per la prima volta con un concept, non più semplici testi pop ma liriche elaborate e correlate, spesso sublimi, alcuni brani sono vere e proprie poesie. Anche la musica diviene più complessa, pur mantenendo i caratteri dolci e melodici tipici del gruppo. Le atmosfere sono un'alternarsi di brani ariosi e luminosi e canzoni cupe e opprimenti, proprio a rappresentare le diverse situazioni che vivono i due pianeti, il risultato è meraviglioso. L'opening è Sospesi nell'incredibile, il brano più lungo e una delle migliori prog song della nostra produzione: trascinata dalle tastiere con una leggera chitarra ritmica di sottofondo, l'atmosfera è tesa e i testi sublimi, nella parte centrale Toni si lascia andare alla psichedelia con anche un breve solo di batteria a chiudere il brano. Dopodiché comincia, anzi si incastra, una delle canzoni pop più belle della storia della musica italiana: Felona è un breve brano semplice e maestoso, la melodia è unica, i testi emozionanti, irripetibile. La solitudine di chi protegge il mondo è un intermezzo breve per voce e piano ad introdurre il brano seguente, molto dolce e commovente. L'equilibrio è un altro brano elaborato, più veloce ed aggressivo, con synth e basso protagonisti: dopo la parte cantata il gruppo si lascia andare in una cavalcata quasi jazz in cui Toni si diverte con più tastiere e conclude in maniera dolcissima ed inaspettata. Sorona è un pezzo breve e cupo, si contrappone così a Felona che invece è molto arioso e rassicurante, prevalgono suoni bassi e testi apocalittici. Attesa inerte continua con la narrazione di ciò che sta accadendo su Sorona, quindi ancora atmosfere tetre e volutamente prive di grazia, il brano si fa più complesso e contorto. Ritratto di un mattino e All'infuori del tempo cambiano totalmente registro: i due pianeti hanno raggiunto l'equilibrio quindi su entrambi vige ora serenità e pace, i suoni si fanno luminosi ed eterei, il sintetizzatore lascia il posto alla chitarra acustica di Aldo, la melodia è dolcissima, il prog si fa sinfonico. Ma l'equilibrio dura poco e uno dei due pianeti ritorna nel caos per il gran finale: Ritorno al nulla è il brano più aggressivo e rapido dell'album, è una fuga lunga e psichedelica, barocca, hard rock, che impegna parecchio i tre musicisti in un finale impressionante. L'album è stato anche pubblicato sul mercato inglese con testi tradotti da Peter Hammill e con discreto successo. E' la summa della produzione delle Orme, non riusciranno mai più a creare un suond così articolato e un risultato così impeccabile, anche se il livello delle loro pubblicazioni è sempre molto elevato. Ho anche questo disco in vinile originale.

mercoledì 17 settembre 2008

Jethro Tull

I Jethro Tull sono un gruppo ormai classico della storia del rock, qualunque rockettaro che si rispetti si imbatte in loro, per la loro lunghissima discografia e per la loro capacità di spaziare fra diversi generi. I Jethro Tull hanno attraversato varie fasi musicali durante la loro carriera, fra queste c'è ovviamente la fase progressiva, giunta inizialmente per caso, per allinearsi con la musica in voga in quel periodo; in seguito è stata una scelta più consapevole, più pianificata, ed infine abbandonata. Leader indiscusso dei Tull e unico membro ad essere nel gruppo dall'inizio alla fine, che non è ancora arrivata, è uno scozzese di Edimburgo, Ian Anderson, genio eclettico, spontaneo, prolifico e completamente privo di preparazione classica, kitsch in certi frangenti. Nel 1967 a Londra incontra i suoi futuri compagni di squadra, Mick Abrahams, chitarrista innamorato del blues, Glen Cornick al basso e Clive Bunker alla batteria, mentre Ian canta, suona tastiere, chitarra e soprattutto il flauto, strumento che usa in maniera solista, ed è il primo ad avere questa idea. I quattro decidono di chiamarsi come l'inventore della mietitrebbia e incidono il primo album This was, ancora molto blues, ma con pezzi molto molto interessanti, che lasciano intravvedere la fluidità posseduta da Ian in fase di composizione, come dimostra la stupenda A song for Jeffrey. Il carisma di Anderson si scontra ovviamente con qualunque altra figura nel gruppo che abbia una forte personalità, nella fattispecie Mick Abrahams lascia a questo punto i Tull perchè non d'accordo con Ian sulla strada da intraprendere. Mick infatti è troppo intrippato col blues e va a fondare i Blodwyn Pig, gruppo discreto di cui consiglio l'ascolto di Ahead rings out. Ian invece sta cercando un nuovo sound e sostituisce il chitarrista con Martin Barre, persona molto mite e fedele che ancora oggi è al suo fianco, dopo aver scartato Toni Iommi che andrà nei Black Sabbath. Il nuovo album si intitola Stand Up e vede un'evoluzione dello stile verso sonorità folk e hard, senza perdere la matrice blues che accomuna i musicisti. Questo lavoro contiene le bellissime A Christmas song, Love story e la pacchiana Bouree, composizione di Bach rifatta in chiave folk-blues dal flauto di Anderson accompagnato solo dal basso e una leggera percussione, episodio più tamarro che altro, ma apprezzo l'inventiva e il coraggio del leader. Costui comincia a diventare famoso nei circuiti rock, sia per la passione, l'animosità che mostra sul palco, sia per certe prese di posizione controcorrente. Infatti in pieno periodo figli dei fiori egli biasima l'uso di droghe e non vuole nel suo gruppo gente che ne abusa, per questo la formazione subirà parecchi cambi. Non solo, è anche critico nei confronti della rivoluzione sessantottina che sta avvenendo e i suoi testi spesso esprimono con ironia queste idee. Nel 1970 Glen Cornick viene allontanato dal gruppo per le sue continue avventure con le groupies (che palle quell'Anderson) e al suo posto entra Jeffrey Hammond, inoltre viene ingaggiato un tastierista di ruolo, John Evan, che aveva già ruotato nell'orbita della band. Viene così realizzato Benefit, simile al precedente, non particolarmente interessante se rapportato alla prima fase del gruppo, la più prolifica ed originale. L'anno seguente è l'anno di grazia per i Tull: pubblicano Aqualung, album più famoso e probabilmente più bello, che li consacra a livello mondiale. Il suono qui diventa più aspro, più aggressivo, più hard, mentre il tema tratta di religione, è un involontario concept religioso. Involontario perché, per ammissione di Anderson stesso, non era stato pianificato così, ma alla fine tutte le canzoni parlano di religione, di cosa ne pensa il cantante della religione. Ovviamente la sua visione è molto dissacrante e si scaglia contro l'ipocrisia e il lusso del clero. L'album contiene la bellissima My god, oltre ad Aqualung e Locomotive breath, altri cavalli di battaglia. La band è ormai pronta per il primo tour mondiale ma deve rinunciare a Clive Bunker, che si sposa e preferisce rimanere a Londra. Al suo posto entra Barry Barlow e con questa nuova line-up viene realizzato Thick as a brick, prima opera volontariamente progressiva e concept. Infatti finora tracce di progressive erano riconoscibili, almeno da Stand up in poi, ma erano appunto solo tracce. Thick as a brick è invece una lunga suite che copre per intero le due facciate del vinile, il suono è ancora molto hard, però è evidente il tentativo di aderire alla moda progressiva vigente. Ascoltare una canzone lunga 40 minuti alla fine è abbastanza esasperante, quindi il mio consiglio è trovare una versione dal vivo, dove di solito la restringono in 20 minuti, molto meglio. La copertina dell'album è la prima pagina di un giornale che riporta notizie completamente inverosimili, mentre i testi sono sottilmente non-sense. L'obiettivo di Ian è infatti prendere in giro gli artisti progressivi realizzando un'opera essa stessa progressiva, e i testi sono semplicemente la trasposizione umoristica dei testi poetici ed astratti delle prog band. Del 1972 è A passion play, opera prog stavolta seria, ancora composta da un'unica traccia per tutto l'LP. Stavolta i risultati non sono dei migliori, è un album a tratti ascoltabile, a tratti piacevole, a tratti irritante, nel complesso mediocre. Anche il pubblico rimane deluso da questa svolta seriosa della creatura di Anderson. Da questo momento in poi la band abbandona il prog per tornare inizialmente al folk, poi ad un redditizio pop-rock, senza disprezzare spolverate di elettronica durante gli anni 80. La formazione subisce numerosi e continui cambi, ma la band è oggi ancora attiva, l'ultimo album pubblicato è del 2003 e porta il numero di album in studio a 23. Non ho avuto voglia di ascoltare tutta la loro sconfinata discografia, mi sono fermato sul finire degli anni '70, comunque i primi album fino a Thick as a brick sono parecchio belli, in ogni caso listo i brani che mi hanno particolarmente colpito. I Jethro Tull sono stati e sono tuttora uno dei gruppi principali dell'universo del rock, apprezzabili per coerenza, impegno ed ispirazione. Ho Aqualung in vinile originale e li ho visti a Bergamo nel 2009.

thick as a brick (live)
bungle in the jungle
my god
stormy monday blues
jack-a-lynn
wind up
jeffery goes to leicester square
wond'ring aloud
wond'ring again
to cry you a song
skating away on the thin ice
life is a long song
locomotive breath
aqualung
mother goose
crosseyed mary
teacher
living in the past
nothing is easy
bouree
a new day yesterday
a christmas song
beggar's farm
a song for jeffrey
sweet dream
part of the machine
love story
we used to know
look into the sun
back to the family
singing all day

lunedì 15 settembre 2008

Immigrati in Italia

Ieri mattina a Milano è stato ucciso un ragazzo diciannovenne. Era di colore ma era italiano, nato e vissuto in Italia, è stato ucciso con una sprangata alla testa. Dopo aver passato la notte in giro con gli amici era finito in un bar alle 7 del mattino per fare colazione, malauguratamente ha avuto l'idea di rubare un pacco di biscotti, è stato visto dai proprietari, inseguito e picchiato. I due proprietari gli hanno dato una mazzata in testa e l'hanno lasciato a sanguinare sul marciapiede, senza prestargli soccorso o almeno avvertire un'ambulanza. Si sono difesi dicendo che pensavano che avesse rubato l'incasso, ma se così fosse come mai non gli hanno frugato nelle tasche per riprendersi il maltolto o non hanno avvertito la polizia per la denuncia? Poi asseriscono che se fosse stato un ragazzo bianco avrebbero reagito allo stesso modo. Complimenti. Ovviamente non credo ad una parola di quello che hanno detto, se fosse stato un ragazzo bianco e ben vestito col cazzo che lo inseguivano e picchiavano per la strada, poteva essere il figlio di qualche persona importante, ma anche se fosse stato semplicemente bianco, visto come si vestono i giovani d'oggi. Il ragazzo è morto sul colpo, chissà cosa gli era passato per la testa in quel momento, è descritto da tutti come un bravissimo ragazzo che non beveva, non fumava, aveva un lavoro e una ragazza. Ovviamente. A me questi particolari non interessano, poteva essere un trafficante di armi e cocaina, la gente non si ammazza per la strada come una bestia. Il problema è che qui in Italia l'integrazione razziale non è mai avvenuta, gli stranieri vivono nei ghetti, fanno i peggiori lavori, sono trattati come bestie da tutti, è inutile dire che qui in Italia non siamo razzisti, la gente vede gli stranieri con diffidenza, lo vedo tutti i giorni. Anche gente adulta, con istruzione e cultura, i miei colleghi ad esempio, hanno parecchi pregiudizi sugli extra comunitari, sarà che qui li hanno sempre visti come una minaccia per il loro lavoro, la loro città, le loro donne. Il nostro paese trarrebbe parecchio giovamento dagli stranieri, è questo che la gente non capisce, se li si regolarizzasse, cioè se le modalità di regolarizzazione fossero più leggere e non le tipiche procedure di burocralandia, se pagassero le tasse, se avessero condizioni di vita migliori sarebbe un vantaggio per tutti. Se c'è qualche straniero che sclera ogni tanto è perchè vivono ai margini, sono poveri circondati da gente ricca, e nonostante i loro sforzi questa società e questo sistema impedisce loro di migliorare la propria condizione. Mi incazzerei di brutto anch'io. Come se ciò non bastasse appena sgarrano un minimo vengono ammazzati senza pietà. Seguirò questa vicenda e voglio vedere se i due commercianti avranno ciò che si meritano, ma ne dubito. Paese del cazzo.

venerdì 12 settembre 2008

Addamanera - Nella tasca de il zio (2005)

Sono venuto a conoscenza dell'esistenza di questa band grazie ad un mio amico che ha amici in Sicilia, precisamente a Messina, da cui questo gruppo proviene. Non ricordo se li conosce di persona o hanno conoscenze in comune, comunque sono spettacolari. Sono spesso catalogati come band folk psichedelica, ma c'è parecchio progressive nella loro musica, almeno secondo il mio punto di vista. La strumentazione è per lo più acustica, si sentono un sintetizzatore e una chitarra elettrica ogni tanto, ma la maggior parte degli strumenti sono acustici, e neanche tanto consueti. Si potrebbero accostare ai Comus ma risultano molto più orecchiabili e meno cupi, anzi spesso sono allegri ed ironici, ci sento tracce di Battiato (sono siciliani) ed Area. Infatti il suono pone molto accento sulla tradizione folk mediterranea, quasi orientale, proprio come faceva il gruppo milanese, ma con una certa attenzione verso la melodia e la dolcezza dei toni, come il cantatutore catanese; tutto ciò in chiave folk psichedelica. I testi sono dolcemente non-sense e molto divertenti. Ciò che ne viene fuori è un gran bell'album, classificatelo come vi pare. Il gruppo è formato da Daniele Calandra alla voce (stupenda), chitarra e fisarmonica, Ulisse Mazzagatti alla chitarra e alla voce, Fabio D'Andrea al synth, piano, flauto e voce, Simone Di Blasi a batteria, percussioni e clarinetto. A questi musicisti se ne aggiungono altri per integrare il basso, il sax, il violino, l'oboe, la viola e la tromba. Quindi il suono è incredibilmente ricco e trascinante. Il lavoro si apre con Neurogenesi, la traccia più progressiva, che comincia con uno scacciapensieri al sintetizzatore e, dopo un bel ritornello cantato, parte un pezzo progressivo per piano e chitarra che farebbe invidia al Banco. La seconda traccia è Gli altri non sapevano niente, altro bel pezzo dai toni tenui, folkloristico e psichedelico, quando si arriva alla parte cantata ci si accorge della bellezza di questa canzone. (Qualcosa a qualcuno) bla bla è una traccia breve, allegra e spensierata, con il synth che accompagna il coretto, fra pop e psichedelia, molto bravo Simone. Si prosegue con Il piromane, altra traccia breve, goliardica, orecchiabile, con Daniele divino nella parte cantata. Successivamente vi è La barca, canzone lunga e variegata che, dopo un pezzo inziale romantico quasi in stile canterburyano, vira completamente registro spostandosi su suoni mediterranei, orientali, con percussioni scatenate. A seguire Libellule, la traccia più breve con cantato femminile in inglese di una certa Hanna Rifkin, canzoncina pop molto carina. Lemonjelly è la canzone più lunga dell'album e qui penso che il gruppo abbia ben presente i King Crimson perché è un brano nettamente diviso in due parti: parte con una melodia dolcissima, orecchiabile, molto ben curata, poi cambia decisamente esplodendo in un pezzo onirico, free, psichedelico al massimo, alla Moon child. Si prosegue con La reale forma del vaso, traccia degna del miglior Battiato, con il batterista in grande spolvero e un motivo che prende subito, canzone pop raffinata e piacevole. Il vaso è una canzone tranquilla, psichedelica, da ascoltare attentamente per coglierne ogni sfumatura, e sono numerose le sfumature. Chiudono l'album Viandante e Langue, in dialetto siciliano, canzoni pop molto belle. Non ho idea della reperibilità di questo album, ma penso sia molto difficile trovarlo, anche online, comunque se vi capita sottomano vi consiglio vivamente di ascoltarlo, vi conquisterà all'istante.

martedì 9 settembre 2008

Asia - Asia (1982)

Avevo già espresso il mio apprezzamento per i supergruppi, gli Asia sono probabilmente il miglior supergruppo che la storia del prog abbia avuto, ad esclusione degli ELP, se possono essere considerati tale. Autori di una decina di album fra gli anni 80 ed oggi, il capolavoro è sicuramente l'album d'esordio omonimo. Dopo lo scioglimento degli UK il bassista cantante John Wetton, che ormai conosciamo bene, comincia a lavorare con Steve Howe, il chitarrista che ormai ha abbandonato gli Yes. A costoro si uniscono prima Geoff Downes, tastierista dei Buggles, e poi il batterista Carl Palmer, dagli sciolti ELP. Questa formazione dura poco ma quanto basta per registrare un album capolavoro, questo, ed un album discreto, il secondo Alpha. Il resto della produzione è via via sempre meno apprezzabile, a causa di un evidente calo di ispirazione e di cambi di formazione, che vedono l'abbandono di Steve Howe prima e John Wetton poi, rimpiazzati da altri musicisti a rotazione. Nel 1990 il gruppo è protagonista di un bel concerto a Mosca, con Pat Thrall a sostituire Steve Howe, da cui è tratto un album semiufficiale intitolato Live in Russia, di cui consiglio l'ascolto. Quest'anno la band, che non ha mai smesso di pubblicare album, è tornata alla formazione originale ed ha pubblicato Phoenix, ben accolto dalla critica, che devo ancora ascoltare. Gli Asia raccolgono l'immediata eredità degli UK, che già avevano cominciato quella commistione di prog e pop, e la sviluppano ulteriormente portando ciascuno il proprio bagaglio musicale, si consideri che Geoff Downes è l'autore del brano Video killed the radio star (è il tizio con gli occhiali che si vede nel video). Ciò che ne viene fuori è un pop orientato verso il progressive, definito da alcuni AOR, cioè Adult Oriented Rock, un rock serio, un rock per ascoltatori maturi. Questa definizione non mi piace, visto che ho iniziato ad ascoltare gli Asia in tenera età apprezzandoli parecchio, gli Asia suonano quello che per me sarebbe il pop ideale, canzoni orecchiabili e facilmente memorizzabili, ma al contempo con cambi pregevoli, assoli seri e parti di difficile esecuzione. Il primo album incontrò il favore del pubblico, che lo eresse al primo posto della classifica degli album più venduti per nove settimane, mentre i singoli Only time will tell e Heat of the moment passavano continuamente in radio e su Mtv. L'album si apre proprio con Heat of the moment, pop song travolgente, orecchiabile, ballabile, citata da Cartman in una puntata di South Park e divenuta una classica hit degli anni 80. Non è neanche tanto semplice nell'esecuzione. La seconda è l'altro singolo Only time will tell, la mia preferita, con Carl fantastico al campanaccio. E' una canzone rock a conti fatti, con John che risulta adattissimo alla causa e Steve e Geoff che arricchiscono con inserimenti pregevoli sulla indovinatissima melodia. L'attacco è semplicemente divino. Si prosegue con Sole survivor, altra canzone prettamente rock che mia mamma una volta scambiò per una canzone di Sting. Qui è John a dettare il ritmo col suo basso, ancora una volta il ritornello colpisce come un martello e le partiture, piuttosto semplici, sono curatissime. One step closer è invece trascinato dalla chitarra, mai così pop, mentre Time again è la traccia più prog dell'album, poiché è leggermente più complicata delle altre nella costruzione, ma comunque orecchiabilissima. Wildest dreams è forse l'episodio meno interessante, è una canzone pop semplice e raffinata, carina. Without you è invece il momento intimista, è meno allegra delle altre, il titolo lo fa intuire, e propone una melodia dolce e malinconica per la quale la voce di John è perfetta. Cutting it fine è invece il momento di Geoff, dato che è lui il principale protagonista di quest'altra pop song pregevolissima. Il lavoro si chiude con Here comes the feeling, dal testo pacchianissimo e sdolcinatissimo, ancora molto orecchiabile e easy listening, anche se con virate ed aperture di elevato livello tecnico. La voce calda e passionale di John si adatta benissimo al nuovo sound, come il suo basso che detta il ritmo senza invadere il campo; Carl attenua leggermente i toni senza perdere la precisione maniacale delle sue percussioni e senza risparmiare alcune uscite più complicate e cervellotiche; Steve recupera i momenti più pop degli Yes e li ripropone nella sua nuova band; Geoff porta quella componente disco che rende il sound Asia particolare ed originale. Ultima nota, la copertina è stata disegnata da Roger Dean, colui che disegnava le copertine degli Yes, passato ora dalla matita al mouse, con la tecnologia che avanza. Da questo momento l'artista abbandona gli scenari fantasy per passare a tematiche futuristiche e spaziali, inoltre porterà miglioramenti a livello di implementazione al noto programma di grafica Photoshop. Non credo alla teoria della svolta commerciale dei quattro, secondo la quale l'intera operazione sarebbe stata solo una manovra commerciale studiata a tavolino, credo più che sia stata un'iniziativa spontanea e il suono che ne è uscito fuori era semplicemente il più adatto ai tempi che correvano, e a me piace molto. Musicisti di tale livello e tale fama non avevano sicuramente bisogno di denaro e di certo non si sarebbero sputtanati per qualche soldino, resta il fatto che i progster più incalliti storcono il naso (o le orecchie) all'ascolto degli Asia, ma io non la penso così.

mercoledì 3 settembre 2008

Marijuana

Oggi ho letto un articolo su Repubblica, un articolo che ha a che fare con la marijuana, pianta miracolosa che apprezzo parecchio. Questo lato di me non è ancora emerso, ma mi confesso consumatore assiduo di cannabis e fra le poche persone che sono convinte che l'erba non faccia male. Fumo quotidianamente da una decina di anni e il mio rendimento in termini di studio, lavoro, relazioni interpersonali non ha mai subito variazioni sospette. Inoltre con orgoglio ho provato l'autoproduzione e la segnalo come una delle esperienze più soddisfacenti ed emozionanti che si possano provare. Ciò fa di me un criminale potenzialmente pericoloso per le istituzioni e per l'umanità intera. A questo punto cerchiamo di saperne di più sulla cannabis, la pianta del demonio. Ha inizio circa nel 6000 a.C. la coltivazione e l'utilizzo della cannabis, sarà utilizzata per moltissimi secoli da moltissime popolazioni, nel 3000 a.C. venne definita "Erba superiore" da alcuni cinesi che già la sapevano lunga. Sebbene la marijuana non sia inoffensiva, è talmente meno dannosa dell'alcool o del tabacco che il solo modo ragionevole di gestirla è renderla legalmente disponibile in un sistema controllato. Il tabacco per esempio costa agli Stati Uniti circa 425.000 vittime ogni anno; l'alcool da 100.000 a 150.000 vite, per non parlare di tutti gli altri problemi causati dal suo utilizzo. Con la cannabis non c'è mai stato un singolo caso di morte documentata dovuta al suo utilizzo. La cannabis era una droga molto utilizzata sino al 1941, quando venne tolta dalla farmacopea americana. Questo avvenne dopo il passaggio della prima delle draconiane leggi statunitensi anti-marijuana nel 1937, la Marijuana Tax Act, di cui parlerò in seguito. Alcuni anni fa fu scoperto dal dott. Solomon Snyder che nel nostro cervello esistono sostanze dette oppiodi endogeni, ovvero sostanze come l'oppio che noi produciamo spontaneamente nei nostri organismi. Se il cervello produce da sé sostanze di tipo cannabinoide è difficile pensare che queste siano dannose, almeno non in quantità assimilabili da uno spinello (ma neanche da 10 spinelli). L'FBN (Federal Bureau of Narcotics) venne organizzato nel 1930 da un tizio di nome Anslinger: questi intraprese quella che chiamò una "grande campagna educativa", che in realtà risultò essere una grande campagna di disinformazione. La Partnership for a Drug Free America ha un budget di circa 1.000.000 $ al giorno. La maggior parte di quel denaro giunge da compagnie farmaceutiche e distillerie, le quali hanno qualcosa da perdere per ovvie ragioni. Infatti immaginate un paziente che richiede chemioterapia contro un tumore: potrebbe assumere il migliore dei farmaci anti-nausea, l'ondansetron, pagando circa 35/40 $ per ogni pillola da 8 mmg, altrimenti potrebbe fumarsi metà di uno spino di marijuana e ricavare sollievo dalla nausea, pagandola al massimo 10 $ al grammo. Tuttora la disinformazione dei dottori è molto elevata, questo perché i medici acquisiscono la loro educazione sulle droghe dalle compagnie farmaceutiche o dai rappresentanti delle stesse che vanno in giro presso gli ambulatori dei medici, come pure da articoli di giornali, pubblicità e campagne promozionali. Non c'è compagnia farmaceutica interessata alla cannabis. Vediamo in dettaglio quali possono essere le proprietà curative della cannabis: antinausea e antivomito;diminuzione della pressione arteriosa; alleviamento degli spasmi muscolari; contro i dolori cronici; contro mal di testa ed emicrania;per rinforzare il sistema immunitario; per dilatare i bronchi polmonari, quindi contro l'asma; contro l'epilessia; contro il glaucoma. Esiste inoltre la prova documentata che alcool e tabacco sono più nocive della marijuana, ma ovviamente questo studio è stato opportunamente celato. Ufficiali dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) a Ginevra hanno soppresso la pubblicazione di un rapporto politicamente delicato che conferma un'ipotesi tendenziosa: la cannabis è più sicura dell'alcool e del tabacco. Secondo un rapporto che è trapelato dalla rivista New Scientist, le analisi concludono non solo che la quantità di cannabis fumata in tutto il mondo faccia meno danni alla salute pubblica di alcool e sigarette, ma che questo rimarrebbe vero anche se la gente ne consumasse nella quantità in cui consuma (abusa) alcool e sigarette. Il rapporto sarebbe stato il primo della WHO sulla cannabis in 15 anni ed era molto atteso dai dottori e dagli specialisti in abuso di stupefacenti. Comunque, venne insabbiato all'ultimo minuto in seguito ad una lunga e intensa disputa tra ufficiali della WHO, gli esperti della cannabis che hanno redatto il rapporto, ed un gruppo di consiglieri esterni ritenuti essere dell'Istituto Nazionale statunitense sull'Abuso di Droga e del Programma Internazionale di Controllo della Droga delle Nazioni Unite. Secondo un membro del gruppo di esperti che lo hanno redatto, i consiglieri temevano che il rapporto sarebbe stato utilizzato dai gruppi a favore della legalizzazione della marijuana.
Cerchiamo ora di indagare sull'origine dell'uso della cannabis. “Sarebbe di interesse universale nella storia dell’umanità scoprire che è stata la coltivazione della canapa a inventare l’agricoltura e di conseguenza la civiltà”. Non sono le speranze di un hippy sballato in vena di rivincite ma le parole di Carl Sagan, l’astrofisico consulente della NASA, padre del progetto S.E.T.I. (Serch for ExtraTerrestrial Intelligence) e fondatore della Planetary Society. La forte “attrazione” tra lo scienziato e la cannabis è risaputa, mentre la cosa poco nota è che nelle parole di Sagan si nasconde una profonda verità: la canapa effettivamente è una delle piante più antiche che l’uomo conosca. A conferma di ciò vi sono numerose testimonianze archeologiche in ogni angolo della Terra che indicano senza ombra di dubbio come la canapa era conosciuta e coltivata in epoche remotissime: uno per tutti, il ritrovamento a Catal Huyuk, antica Mesopotamia, di manufatti in canapa risalenti, secondo i ricercatori, a circa 8000 anni prima di Cristo. Non sappiamo con certezza se la canapa è stata la prima o la seconda pianta coltivata dall’uomo e sinceramente non siamo qui a stabilire una graduatoria di anzianità ma semmai per comprendere le vere motivazioni che portarono al suo divieto in moltissimi paesi di tutto il mondo. Una proibizione che di punto in bianco dopo millenni di utilizzo nelle più svariate applicazioni, che vedremo in seguito nel dettaglio, rese illegale una pianta messa a disposizione per noi dalla natura. Le motivazioni ufficiali certamente saranno state validissime per mettere al bando una pianta che cresce velocemente senza l’ausilio di prodotti chimici, da cui si produce carta di ottima qualità, tessuti resistentissimi, materiali plastici biodegradabili per l’edilizia, combustibili poco inquinanti, medicinali. I papiri egizi e cinesi che nonostante tutto questo tempo sono giunti integri fino ai nostri giorni, le antichissime mappe cartografiche della Terra, la prima Bibbia di Gutemberg, avevano una sola cosa in comune: la canapa. Per non parlare dei primissimi preparati erboristici che sciamani e curanderos, dalla Siberia al Sud America passando per l’intera Europa, utilizzavano per alleviare le più svariate patologie, e più recentemente almeno la metà dei medicinali usati per tutto l’Ottocento. Come mai queste informazioni importanti si sono perse negli anni, e perché i media in generale, il cui unico servizio è appunto quello di informare, hanno sempre taciuto? Il punto è, allora, come mai abbiamo scelto la strada del petrolio e abbandonato, anzi sbarrato, la strada della canapa? Per meglio comprendere questo punto, che sarà fondamentale ai nostri fini, dobbiamo tornare indietro di un secolo e mezzo e rivivere per un momento la situazione economica e industriale di allora. Ci troviamo a Pittsburg, negli Stati Uniti e davanti a noi si erge la prima raffineria petrolifera al mondo, nel 1850. Saltiamo in avanti di qualche decennio e arriviamo al 1917 quando la Compagnia Du Pont, della omonima famiglia, grazie a finanziamenti della Mellon Bank entra a far parte delle primissime industrie petrolchimiche. La Du Pont, per chi non la conoscesse, è la beneficiaria della maggior parte dei brevetti sulle materie plastiche: nylon, rayon, cellophan, vernici, ecc. La Mellon Bank di Andrew Mellon è una delle principali banche americane la cui sede principale, guarda caso, è a Pittsburg. Apro una parentesi per gli amanti del cospirazionismo perché sembra che Andrew Mellon e la famiglia Du Pont facessero parte del Comitato dei Trecento, il gruppo nato per controllare il sistema bancario mondiale. Chiudiamo la parentesi e ritorniamo a Pittsburg. I soldi forniti dalla Banca di Mellon permisero alla Du Pont di entrare in possesso della General Motor, una delle più grandi case automobilistiche di allora e delle principali tecnologie per la fabbricazione della carta dalla cellulosa del legno. Il 1919 fu un anno molto significativo perché succede qualcosa che avrà ripercussioni notevoli nella finanza e nell’industria: inizia il proibizionismo in America. Un periodo abbastanza lungo e oscuro (fino al 1933) in cui fu bandito totalmente l’alcool. Non tutti sanno però che all’epoca il carburante e/o combustibile era basato anche sull’alcol etilico detto etanolo, derivante dalla fermentazione di vegetali e cerali, e sull’alcol metilico o metanolo derivante dalla fermentazione del legno. Proibendo l’alcol da bere di conseguenza si proibiva anche l’alcol per uso industriale.Non finiscono le coincidenze perché il ‘33 è l’anno in cui termina il proibizionismo ma anche quello in cui Mitscherlich produce quella sostanza scoperta nel 1825 da Faraday: la benzina. Ora ipotizzare che il proibizionismo americano fu inventato per boicottare le benzine alternative è un po’ forte, però rimane il fatto che effettivamente all’epoca chiunque poteva prodursi in proprio il combustibile e forse questo poteva dare fastidio a qualcuno. Risolto il problema dei combustibili, rimaneva quello delle materie plastiche di origine vegetale: miscelando infatti steli di canapa e calce si può ottenere un materiale da costruzione simile al cemento ma molto più elastico e leggero. Questo è un altro gravoso problema per l’impero Du Pont che nel 1937 aveva brevettato un procedimento per la fabbricazione di materiali plastici dal petrolio. Come risolverlo?Una mano gliela diede la campagna mediatica disinformante del più grande magnate del giornalismo statunitense: William Randolph Hearst. Attraverso i suoi numerosi giornali divulgò notizie false in merito alla cosiddetta marijuana. Lo stesso termine marijuana fu una sua invenzione letteraria. Adottò dal dialetto di Sonora, località messicana famosa oggi come ieri per l’esportazione di droghe, una parola allora sconosciuta e la usò come strumento di propaganda terroristica psicologica. Fa certamente più paura avere a che fare con una sostanza che non si conosce rispetto ad una nota. Menzogne, che rasentavano il razzismo, diffamavano intere popolazioni come i messicani colpevoli secondo Hernst di essere solamente dei pigri fumatori di erba, o che mettevano in relazione le violenze sessuali nei confronti delle donne bianche da parte dei neri all’uso della droga. L’altra mano fu di un certo Harry Aslinger, il fortunato nipote di Andrew Mellon, quello della banca che nel frattempo è stato eletto anche Segretario del Tesoro, che usò gli articoli diffamanti di Hernst davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America. Aslinger era a capo del Federal Bureau of Narcotics and Dangerous, l’Ufficio Federale Narcotici, e il risultato fu la famosissima Marijuana Act Tax. La prima legge che proibiva dopo oltre diecimila anni l’uso e la coltivazione della canapa. Risolto anche questo. Per la Du Pont, e tutti gli investitori dell’epoca che puntavano esclusivamente sul petrolio, la Marijuana Act Tax fu una vera e propria manna dal cielo: tolse dai piedi una scomoda pianta dai mille usi e lasciò all’oro nero la strada sgombra. Ma soprattutto chi ne ha beneficiato di più è stata la lungimirante banca Mellon. Lungimirante perché oggi la Mellon Financial Corporation ha capitali in centinaia di aziende e/o multinazionali legate al petrolio e all’energia come la Chevron Texaco, Exxon, Mobil, Occidental Petroleum, Teco Energy, Total Fina, Ford, General Electric, oppure all’editoria come l’International Paper, The New York Times, Reader’s Digest Association, ecc. Quindi tornando al discorso iniziale, le motivazioni erano e sono tuttora molto valide. Tutti felici e contenti gli industriali, molto meno quelle persone che da anni combattono per rivalutare la canapa rendendole finalmente giustizia dopo decenni di proibizionismo. Uno stop che penalizza non solo noi costringendoci ad utilizzare i derivati del petrolio, ma soprattutto la nostra Terra che ne paga le conseguenze in termini ambientali.

martedì 2 settembre 2008

Renaissance - Prologue (1972)

Renaissance, secondo capitolo. Avevamo lasciato il gruppo ormai sfaldato durante la registrazione del secondo album, ciascun componente aveva ormai intrapreso strade diverse e altri session man si erano avvicendati per completare il lavoro. A questo punto il manager del gruppo è deciso a trovare altri membri fissi, anche tramite annunci su riviste musicali, lo storico Melody Maker per l'esattezza. Ad uno di questi annunci risponde Annie Haslam, una giovane cantante inglese, la cui estensione vocale è incredibilmente sconfinata. Alla chitarra entra Michael Dunford che aveva partecipato come session man alla registrazione del secondo lavoro, lo stesso dicasi per il tastierista John Tout, con trascorsi nella band di John Lennon e nei Wishbone Ash. Tramite amicizie comuni arrivano Jonathan Camp al basso e Terence Sullivan alla batteria per completare la formazione, che ora è pronta per registrare il terzo album Prologue. Questo si apre con la title track che mostra l'incredibile bravura dei musicisti nell'aver assimilato il sound dei predecessori ed inoltre mette in evidenza il diverso incedere pianistico di Tout rispetto ad Hawken, e soprattutto la voce della Haslam. Sembrava difficile, quasi impossibile, superare in bravura Jane Relf, invece Annie ci riesce benissimo, la sua voce ha grazia e potenza, raggiunge vette inimmaginabili mantenendo inalterata la cristallinità e la pulizia vocale. In questo brano non ci sono parole ma solo vocalizzi e ululati, poichè secondo la cantante le parole mal si adattano a timbri così alti. Tutto il brano attinge parecchio dalla musica classica, ma è arricchito con elementi folk e rock'n'roll che lo rendono davvero bellissimo. Tout ovviamente conduce, il suo incedere ricorda per certi versi l'organo dei Supertramp, o meglio il contrario, mentre anche il basso si fa sentire alla grande. Il secondo brano, Kiev, è più calmo e rilassato, ma non meno interessante, in cui il bassista canta insieme alla vocalist. E' una canzone con bei cambi di ritmo e virtuosismi, magniloquente. Sounds of the sea è introdotto dai rumori del mare, è anch'esso un brano lento condotto dal bravissimo e struggente John, mentre la voce di Annie è in primo piano dall'inizio alla fine, con acuti strepitosi. Mentre in Prologue il canto è più sanguigno, più hard, in questa traccia è evidente come una bella voce sappia emozionare anche su ritmi più calmi. Segue Spare some love, la traccia più pop e convenzionale dell'album, delicata e sognante, sempre molto bella. Bound for infinity è quasi un assolo di piano su cui vi sono i celestiali innesti vocali della cantante ad arricchire lo splendido lavoro di John. Traccia carica di grazia con una carica emotiva impressionante. Chiude Rajah Kahn, traccia lunga e sperimentale, il piano non è più protagonista principale a favore degli altri strumenti, soprattutto percussivi, e Annie applica ancora la tecnica dei vocalizzi, stavolta più che celestiali inquietanti, sinistri e solidi. Un gran bel brano sicuramente. A questo punto la line-up è ormai stabile e il gruppo si appresterà alla scrittura dei due album più celebri della band, ovvero Ashes are burning e Scheherazade and other stories, che però a me non piacciono più di tanto. Un lavoro che unisce sapientemente musiche medievali e atmosfere folk, ambientazioni classiche e spunti barocchi, con un sound che rimane sempre solenne e potente. Molto molto bello.

lunedì 25 agosto 2008

Pan - On the air (1970)

I Pan sono uno degli innumerevoli gruppi sconosciuti ai più, non provenendo da una nazione famosa per la produzione musicale, la Danimarca, e avendo una discografia alquanto scarna, ovvero composta da un unico album. Imbattersi in una di queste band solitamente avviene casualmente, infatti leggiucchiando qua e là su blog e siti vari sono stato colpito da una buona recensione del loro unico omonimo album del 1970, posterei il link se avessi una vaga idea di dove ero finito. Questo album omonimo l'ho cercato a lungo anche sui circuiti di file sharing ma l'unica cosa che ho trovato è una sua esecuzione live per una radio danese da cui è stato estratto l'album in questione. Quindi non penso ci sia molta differenza fra l'album in studio e il suddetto, infatti non sembra neanche di sentire un live. L'origine del gruppo risale a quando tal Robert Lelievre, francese di nascita, per sfuggire al servizio militare decide di partire in giro per l'Europa in perfetto stile figlio dei fiori e in Danimarca incontra i suoi futuri compagni di avventura Arne Wurgler al basso, Henning Verner all'organo, Thomas Puggard-Muller alla chitarra, Michael Puggard-Muller alla batteria e Niels Skousen alla voce, mentre Robert suona la chitarra e canta. Tutte le canzoni sono state scritte dal musicista francese il quale, purtroppo, mostra presto segni di squilibrio psichico e il gruppo di fatto finisce qui, rendendo il lavoro un album culto per gli appassionati. Robert non riuscirà mai a liberarsi dei propri demoni interiori e si suiciderà nel 1973. Lo stile dei Pan è un prog molto tendente al blues, le chitarre sono spesso in evidenza mentre l'organo è spesso in disparte, i testi raccontano più che altro della vita avventurosa dell'autore e dei suoi ingenui pensieri cosmopoliti e pacifisti. Il disco si apre con Far away from home, uno dei pezzi migliori e il più breve, la chitarra introduce il pezzo poi incalzata dalla voce, si trasforma in un country blues nella parte centrale per poi riprendere il tema di apertura in poco più di due minuti, molto molto bella; si prosegue con Freedom, un inno alla libertà dell'individuo, come dice il titolo, traccia lunga introdotta da un drumming solido ed efficace in cui subito si insinua un riff di chitarra indovinato e coinvolgente, dopo la canonica strofa vocale il gruppo si lancia in un pezzo strumentale quasi improvvisato, fra blues e jazz, per poi riconvergere al tema iniziale, anche questa una traccia piacevolissima; Time è ancora trascinata dalle due chitarre che si lanciano da subito in un rock'n'roll veloce e sfrenato, per poi virare verso una melodia molto dolce e malinconica e infine rilanciarsi nel rock'n'roll fino a riproporre la linea di apertura; I cannot keep for crying è il brano più lungo con i suoi quasi 15 minuti, è probabilmente il più dolce e malinconico, condotto dalla voce in primissimo piano e dalle immancabili chitarre, sfocia poi in un pezzo strumentale molto progressivo con l'organo che stavolta fa da padrone mentre le chitarre accompagnano solamente, in seguito i due strumenti si scambiano la scena fino all'ormai ovvia conclusione circolare; I ain't go no home (ramblin' man) è ancora un pezzo autobiografico per voce chitarra e armonica, breve e molto country; Deliverance è forse il pezzo più standard, composto da strofa e ritornello con chitarra e voce che conducono, a metà fra prog e blues; If i was another man è invece la traccia più blueseggiante, introdotta da voce e chitarra in una melodia molto coinvolgente che poi si evolve in un pezzo improvvisato con organo e basso in grande evidenza, infine ripropone un pezzo cantato come in apertura; infine From a tree è invece il brano meno convenzionale, parte in crescendo con una bella linea di chitarra poi incalzata dalla voce e dagli altri strumenti che si lanciano in un pezzo molto melodico e piacevole, per poi continuare a sviluppare il tema fino alla fine del brano. Un album raro, unico nel suo genere, la morte di Lelievre lo ha consegnato alla leggenda, sicuramente da ascoltare se si ha la fortuna di imbattersi in esso.