venerdì 30 maggio 2008

Caravan - In the land of grey and pink (1971)

Il Canterbury sound è un sottogenere del prog che nasce, come si può intuire, nella piccola città di Canterbury nel Kent. E' un sound più lontano possibile da contorsioni ed elucubrazioni tipiche di un certo prog di maniera, bensì è un movimento nato spontanemante e quindi più genuino possibile nelle intenzioni. Alcuni gruppi lo interpretano romanticamente, altri con un approccio più jazz, ma la base sono atmosfere bucoliche, sognanti, fiabesche, mentre le composizioni sono spesso bizzarre, psichedeliche, fantasiose, ironiche, dadaiste. I Caravan impersonificano l'animo più romantico di tale genere, con canzoni leggere e dolci, unendo un approccio pop con jazz e psichedelia, dipingendo atmosfere surreali ed eteree. La line-up discende dai Wildflowers, gruppo sixty's di Canterbury, con Richard Sinclair alla voce e al basso, David Sinclair, suo cugino, alle tastiere, Pye Hastings alla chitarra e alla voce, Richard Coughlan alla batteria e Jimmy Hastings a sax, flauto e tromba. L'opening è Golfgirl, introdotta da una linea di tromba, romantica e sognante, con la voce profonda e dolcissima di Richard accompagnata dalla chitarra di Pye, mai così spensierato, e dagli intrecci delle tastiere e del flauto. Un affresco pop raffinatissimo e dolcissimo che si insinua nella testa dopo pochi ascolti. Winter wine è la traccia che più si avvicina allo stile progressivo comunemente inteso: narra di una storia fantasy di draghi e maghi, con l'atmosfera che cresce e si riacquieta, mentre la melodia è trascinata dalle tastiere e dal basso, fino al gran finale. Il pezzo seguente è Love to love you, altra ballata pop realizzata con tre semplici accordi, accattivante e ruffiana al punto giusto, con un grande assolo di Jimmy al flauto. La seguente è la title track, la quale incarna al meglio lo stile del gruppo: basso e batteria sostengono mentre chitarra e tastiere si intersecano creando una melodia affascinante, allegra, delirante e gioiosa, mentre i testi sono pregni di stranezze, giochi di parole e houmor inglese. La suite Nine feet underground chiude l'album ed è probabilmente il pezzo migliore realizzato dalla band in questione: così chiamata perchè è stata composta nel seminterrato di David Sinclair, è composta da una robusta base ritmica e dai fraseggi di chitarra, tastiere e fiati, con due intermezzi vocali, mentre lo stile è in bilico fra rock classico e jazz. Tastiere e chitarra si contendono la scena, mentre i fiati delineano il sound, facendo evolvere sempre più la canzone e facendo salire e scendere i toni in continuazione. Questo album è il migliore dei Caravan, i quali non riusciranno mai più a ripetersi nonostante la vasta produzione, poichè già dalla fine della realizzazione di In the land David e Richard Sinclair abbandoneranno per andare nei Matching Mole il primo e negli Hatfield & the North prima nei Camel poi il secondo. Una nota finale per la copertina, magnifica nella sua psichedelia.

mercoledì 28 maggio 2008

Banco del Mutuo Soccorso - Banco del Mutuo Soccorso (1972)

Il Banco è uno dei gruppi di punta del prog italiano e, fra i famosi, quello che più ha sperimentato e più si è avvicinato alle sonorità british. Mentre infatti le Orme traducono in linguaggio progressivo la tradizione della musica leggera italiana, e PFM o Area colorano prog o jazz rispettivamente con sonorità tipiche mediterranee, il Banco assimila e fa sua la scuola inglese rielaborandola in maniera personalissima, inoltre dispone di un cantante di ruolo, ben raro nei gruppi italiani. Il gruppo si forma a Roma nel 1969 e non si è mai sciolto. I fondatori sono i fratelli Gianni e Vittorio (all'epoca diciassettenne) Nocenzi, funamboli delle tastiere con background diversi: classico il primo, jazz-elettrico il secondo, molto influenzato dallo stile di Keith Emerson. La loro produzione prende tutti e quaranta gli anni di carriera, ma ovviamente i lavori più interessanti sono i primi, infatti recensirò il primo ed il terzo album, però segnalo un bel live del 1997 intitolato "Nudo", summa della loro stupenda musica. Gli altri componenti del gruppo sono Francesco Di Giacomo, cantante tenore (anche nella stazza) e autore dei testi, a volte anche impegnati, il chitarrista Marcello Todaro, il bassista Renato D'Angelo ed il batterista Pierluigi Calderoni. Gianni Nocenzi abbandonerà il gruppo negli anni 80, inoltre la formazione subirà altre defezioni, ma Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo sono ancora lì. L'album si apre con "In volo", che recita un sonetto di Ariosto, precisamente Astolfo sulla luna, su una base medievaleggiante. Poi parte il progressive: R.I.P. è uno dei più bei pezzi che la musica nostrana abbia prodotto: parla di una battaglia dal punto di vista di un soldato, infatti la tensione, descritta da un rock'n'roll potente e rapido, cresce sempre più proprio a voler simboleggiare le fasi concitate e terribili della guerra, finchè il sound diventa calmo, quasi celestiale, ma il testo ancora amaro, è la morte che incombe sul protagonista dell'episodio. Poi vi è un breve intermezzo strumentale per solo clavicembalo intitolato "Passaggio" che introduce un altro pezzo stupendo: "Metamorfosi". Questa traccia è una cavalcata perlopiù pianistica che va dal prog sinfonico alla musica classica al jazz, tutto arricchito da suoni tipicamente mediterranei, con un finale cantato breve ma intensissimo: "Uomo, non so, se io somiglio a te, non lo so. Certo che però non vorrei segnare i giorni miei coi tuoi”. Si prosegue con la traccia più lunga mai scritta dal Banco e una delle suite classiche del prog italiano, vale a dire "Il giardino del mago". 18 minuti di prog sinfonico con cambi di ritmo, riprese, momenti cupi ed altri ariosi, con la sezione ritmica che fa da base per le evoluzioni degli altri musicisti e la stupenda voce di Francesco che narra una favola nera in versi. Si racconta di un uomo angosciato dalla propria vita che ricorda da bambino di essere andato in un mondo incantanto tramite un ingresso in un giardino; decidendo di volerci tornare riesce a raggiungere il giardino e si ritrova proiettato in un mondo fatato, dal quale però non può più uscirne. Chiude il disco "Traccia", breve pezzo classicheggiante vivace e allegro. In conclusione un gruppo che, a parer mio, avrebbe meritato più attenzione, infatti a conferma di ciò vi è il tentativo fallimentare di registrare un disco per una label straniera, la Manticore degli ELP, per la precisione, e invito chiunque a recuperare gli stupendi lavori di questa band. Li ho visti anche dal vivo a Roma un primo maggio e posso dire che sono spettacolari, non hanno perso lo smalto con gli anni e sono spesso in tour, quindi non è così raro beccarli in giro.

giovedì 22 maggio 2008

Renaissance - Renaissance (1969)

I Renaissance sono uno di quei gruppi che, anche senza raggiungere livelli eccellenti, sono riusciti ad elaborare un proprio stile unico ed inconfondibile. La discografia di questa band comprende nove album in studio, più raccolte e live vari, e arriva fino alla metà degli anni 80, ma quella importante comprende i primi cinque album, di cui apprezzo maggiormente il primo ed il terzo. I Renaissance sono l'incarnazione del prog sinfonico, il loro sound è dominato dalle tastiere classiche, quindi pianoforte in primis, in cui si sente l'influenza classica, ma anche folk o jazz, e si sviluppa in arie e composizioni magniloquenti, arricchite dalla stupenda voce femminile e dai testi poetici. Il gruppo nasce per mano di due ex Yardbirds, dei quali consiglio vivamente di ascoltare qualcosa per l'importanza storica che hanno, oltre ad aver lanciato Eric Clapton, Jimmy Page e Jeff Beck, cioè il chitarrista e cantante Keith Relf ed il batterista Jim McCarty, ai quali si aggiunge il pianista John Hawken, il bassista Louis Cennamo dai Jody Grind e la cantante Jane Relf, sorella di Keith. Ma curiosamente questa formazione registrerà interamente solo il primo omonimo album; dal secondo la band subisce defezioni progressive fino a sostituire tutti gli elmenti, quindi il secondo album risulta composto da due band differenti. Ma il bello è che il suono non cambia, i sostituti della band originale sono abilissimi nell'assimilare lo stile e riproporlo immutato. Quindi dal terzo album i componenti sono completamente cambiati ma sembra di sentire lo stesso gruppo. Il primo brano King and queens è dominato dal piano di John, come la maggior parte delle canzoni, e sono evidenti gli studi da conservatorio del pianista per continui passaggi palesemente ispirati alla musica sette-ottocentesca, ma la base rock che fa da sottofondo è solida e imponente; inoltre inizialmente Keith si propone come cantante principale, infatti in questo brano la voce è maschile, ma non reggerà il confronto con la splendida voce della sorella. Il secondo pezzo Innocence parte in sordina per poi crescere via via e coinvolgendo sempre più l'ascoltatore: su un tappeto di piano si intersecano gli altri strumenti con bei cambi di tempo e di tono, interamente strumentale. La terza traccia Island registra la voce di Jane: cristallina, pulita, raffinata, sensuale, una voce del genere rende bellissimo anche un brano mediocre come quello in questione, infatti, se si esclude la parte finale molto bella per gli intrecci di pianoforte, il brano risulta abbastanza convenzionale. La traccia seguente Wanderer è anch'essa tutto sommato standard nella forma canzone, calma e sognante con chitarra acustica e piano che duettano e gli incantevoli vocalizzi di Jane a creare un'atmosfera epica da brividi. Bullet è invece la traccia più prog e quindi più ostica della loro intera produzione: rompe completamente con quanto sentito finora, i toni si fanno cupi, il sound spazia ora dall'avanguardia al jazz, senza tralasciare il blues nella parte centrale, con brusche frenate e sperimentazioni poco orecchiabili. E' un brano che spiazza ma se ascoltato con pazienza appassiona. A questo punto il gruppo parte in tour ma, come già detto, non reggerà a tensioni interne e differenti direzioni musicali che i vari musicisti hanno intenzione di intraprendere. Cennamo e Relf sono più orientati verso l'hard rock, quindi il primo va prima nei Colosseum e poi fonda gli Steamhammer, mentre il secondo rimane nel giro Renaissance come session-man per alcuni anni defilandosi sempre più fino a far perdere le proprie traccie. Il classicista Hawken si unisce agli Spooky Tooth, in seguito ai Third World War e infine viene chiamato a sostituire Rick Wakeman negli Strawbs. McCarty decide di smettere di suonare e diventa un produttore musicale, mentre Jane Relf scompare letteralmente nel nulla.

martedì 20 maggio 2008

King Crimson - Red (1974)

Red è il settimo album in studio dei King Crimson, e l'ultimo degli anni 70, se si esclude il live USA datato 1975. Dopo questo lavoro il gruppo si scioglie e sembra definitivamente, poi Robert Fripp deciderà di riformarlo 7 anni dopo con nuovi musicisti, a parte Bill Bruford. Dopo In the court of the Crimson King Fripp aveva sciolto il gruppo per riformarlo con il cantante e bassista Boz Burrell, scomparso nel 2006, il batterista Ian Wallace, scomparso anch'egli nel 2007, il sassofonista Mel Collins e il pianista Keith Tippett, questa formazione registrerà album più orientati verso il jazz. In seguito lo riscioglierà e riformerà nuovamente con il giovane bassista e cantante John Wetton dai Family, il violinista David Cross, il batterista proveniente dagli Yes Bill Bruford ed il percussionista Jamie Muir, e stavolta il suono è più fusion, più improvvisato. La formazione per Red si è ridotta a tre elementi, ovvero Robert Fripp con chitarra e mellotron, John Wetton con basso e voce, Bill Bruford con batteria e percussioni, ma ci sono altri musicisti che collaborano, tutti più o meno del circuito jazz: David Cross al violino, Mel Collins al sax, rispunta Ian McDonald al sax, Robin Miller all'oboe e Mark Charig al corno. Negli ultimi album del Re aveva prevalso molto l'improvvisazione, Starless and Bible Black addirittura è stato estratto da un concerto mentre il gruppo improvvisava, e se ascoltate The great deceiver rimarrete esterefatti dalla bellezza di questa canzone se si pensa che è improvvisata. Dicevo, questo album invece contiene solo una canzone improvvisata, Providence, estratta anch'essa da un concerto, mentre le altre canzoni sono studiate e sono bellissime. Venendo meno l'improvvisazione l'album prende un piglio molto hard, questo è probabilmente l'album più pesante della produzione crimsoniana. Kurt Cobain si è dichiarato grande fan dei King Crimson, e giudica questo il più grande album di tutti i tempi. L'album comincia con la title-track Red, unico brano suonato unicamente dai tre: strumentale, abrasivo, in un certo qual modo anticipatore del prog-metal, Red è trascinata da un riff di chitarra ipnotico, mostra tutta la bravura di Fripp come ricercatore d'avanguardia che allo stesso tempo sa come dare un pugno nello stomaco all'ascoltatore, uno dei brani migliori della produzione crimsoniana. In Fallen angel vi si sente l'ultima chitarra acustica per molti anni; ricomparirà solo nel 2002 e sarà quella di Adrian Belew, ci arriveremo. Questa è un'altra delle mie favorite, esprime l'animo romantico dei King Crimson, la voce di John in evidenza, oboe, sax e corno tessono una melodia dolcissima sull'acustica di Fripp che accompagna, stupenda, psichedelica, onirica. One more red nightmare è un altro grandissimo prezzo, uno dei miei preferiti, ancora trascinato da un riffone chitarristico su cui si intrecciano i due sax e la voce di John, inquietante e tenebrosa, con Bill Bruford in grande spolvero con il suo drumming virtuosistico. Come detto Providence è un'improvvisazione, anch'essa molto hard e molto scura, direi quasi noise, con la chitarra che duella con violino e basso in netto controtempo, mentre Bill incalza con i suoi tempi dispari. Ma il capolavoro è la suite finale Starless: come Moonchild è divisa in due parti ben distinte, ma stavolta i risultati sono migliori, se possibile. La chitarra mai così elettrica definisce una melodia calda, malinconica, romantica, esaltata alla grande dall'innesto vocale; il mellotron crea il giusto sottofondo mentre il sax interdice, l'atmosfera è calma e decadente, il testo amaro. Poi l'improvviso cambio: la tensione sale, l'atmosfera diventa pesante e tragica, la chitarra manda in loop un giro minimale, salendo sempre più, con John che mena fendenti di basso e il sax che ripropone il motivo di partenza, tutto in crescendo fino al finale a dir poco tellurico. Al termine di questo album Robert decide di ritirarsi, stanco dello show business, dei meccanismi commerciali e dell'industria discografica. Sembra il canto del cigno di un gruppo destinato a fare scuola. Per fortuna ci ripenserà.

martedì 13 maggio 2008

le Orme - Uomo di pezza (1972)


Sono finalmente andato a vedere le Orme in concerto e ne approfitto quindi per recensire il loro quarto album. Apro una lunga parentesi sullo spettacolo live cui ho assistito dicendo che mi sono divertito da matti: hanno suonato in un teatro a Ferrara che poteva contenere al massimo un centinaio di persone ma eravamo molti di più, penso che anche loro siano rimasti piacevolmente
sorpresi dall'affluenza di pubblico e soprattutto dalla presenza di qualche giovane. Sì perchè oltre a me e mio fratello c'erano anche almeno un'altra decina di ragazzi e qualche bambino al seguito dei genitori. Quindi la maggior parte della gente erano quarantenni e cinquantenni che si sono scatenati in una maniera assurda una volta cominciato il concerto, era più divertente vedere questi vecchi ex hippy scalmanarsi che non i veri hippy stagionati sul palco. Fin dall'opening lo spettacolo è stato di altissima fattura, ad un certo punto si sono spente le luci che il concerto non era ancora iniziato ed è cominciata la musica: luce su Aldo sul palco con basso e chitarra in uno strumento unico: comincia "Sguardo verso il cielo", poi luce su Michi dietro i tamburi e su Michele Bon, che sostituisce Pagliuca alle tastiere, e il concerto parte. In seguito fanno un medley dei loro ultimi tre album, cioè Il fiume, Elementi e L'infinito, durato non più di un quarto d'ora per poi scatenarsi con la riproposizione di tutti i pezzi storici, e vi assicuro che li hanno fatti tutti e impeccabilmente. La voce di Aldo è sempre emozionante e vedendolo all'opera sul palco ci si rende conto che è anche un bassista coi controcoglioni, Michele Bon è un fior di tastierista, non gli ho sentito sbagliare una nota, mentre Michi è il classico batterista istrione: chiedeva in continuazione l'accompagnamento del pubblico, scherzava e rompeva le palle agli altri due musicisti, giocava con le luci e si è reso protagonista di un assolo di batteria spettacolare. Inoltre le tracce eseguite non erano ugualissime agli originali in studio, ma vi inserivano variazioni, fughe, assoli ed improvvisazioni, spettacolari. Hanno eseguito un estratto da Felona & Sorona cercando di eseguire i pezzi migliori. Ovviamente hanno fatto tutto "Sospesi nell'incredibile" e "Felona". Infine, dopo aver concesso il bis, sono rimasti sul palco a firmare autografi e stringere mani: ho avuto l'autografo di Aldo e sono semplicemente felice come un bambino. Adesso possiamo parlare di Uomo di pezza: continua sulla falsariga di Collage, quindi pezzi relativamente brevi, semplici nella costruzione ma non nei contenuti, a metà strada fra pop e prog. E' l'album del successo commerciale dato da "Gioco di bimba", pezzo strappalacrime stupendo. Si comincia con "Una dolcezza nuova", proposto anche in concerto, pezzo dolcissimo condotto nell'incipit e nella chiusura da Aldo e dalla sua chitarra, per poi sfociare in una fuga psichedelica per sole tastiere. Effettivamente questo penso sia l'album più psichedelico prodotto da questa band, più che pop-prog penso si possa parlare di pop psichedelico. Si prosegue con "Gioco di bimba", proposta ovviamente in concerto, che narra di una donna sonnambula uccisa da un uomo di pezza perchè l'ha svegliata in una sua scorribanda notturna: la musica è semplicemente sublime, si tratta di uno dei migliori pezzi prodotti dalle Orme. "La porta chiusa" è il pezzo più lungo ed è quasi tutto strumentale: ancora una volta è aperto e chiuso dal cantato e dalla chitarra e inframezzato dalle escursioni di Toni che in questo album viaggia tanto; molto gradevole anch'esso. Poi vi è "Breve immagine", una ballad dedicata ad una ragazza molto delicata anch'essa, e si continua con "Figure di cartone", eseguita in concerto, che narra di una donna dilaniata dalla pazzia e chiusa in un manicomio, molto triste e toccante, il sound è come sempre mieloso all'estremo. Le ultime due tracce sono "Aspettando l'alba" ed "Alienazione", episodi minori condotti dalle tastiere ma sempre gradevolissimi. Da questo album comincia la collaborazione con un disegnatore di cui non riesco a trovare il nome che li avvicina parecchio ai mostri sacri inglesi per le figure raffigurate e lo stile acido. Concludo dicendo che ho il vinile anche di questo album, oltre che di Collage se ho dimenticato di dirlo nel post ad esso dedicato, e di molti altri album di questo fantastico gruppo che ormai ho eletto a mio favorito nell'ambito italiano.

venerdì 9 maggio 2008

Comus - First utterance (1971)

I Comus sono una di quelle band misconosciute del vastissimo sottobosco folk-prog, ma sono probabilmente i più sperimentatori, i più acidi, i più sconvolgenti. Gli strumenti sono interamente acustici e al classico equipaggiamento rock si aggiungono violino e flauto che danno appunto un sapore bucolico alle canzoni, anche se il sound è estremamente acido e psichedelico. Lo stesso nome della band deriva dalla mitologia greca in cui il Komus era la divinità del caos, figlia di Bacco e Cerere, il che è tutto dire. Questo Komus si aggirava nei boschi alla ricerca di giovani vergini da violentare e uccidere, infatti la maggior parte delle canzoni di questo album parlano di inseguimenti e uccisioni compiute dal demone. Quindi cambia il concetto di "bosco" rispetto alle altre folk band in cui questo è visto come un ambiente fatato ed accogliente, pieno di personaggi bonari come gnomi e folletti. Per i Comus invece il bosco è un luogo maledetto, abitato da creature demoniache, in cui ci si perde e si rischia la vita e altro non è che la metafora delle paure irrazionali che popolano la mente di ogni uomo. La natura è quindi nemica dell'uomo, è anch'essa dilaniata e disperata, irrazionale e sconfortante. La band è composta da Roger Wootton, chitarrista e singer, leader e principale compositore, Glenn Goring alle chitarre e percussioni, Andy Hellaby al basso, Colin Pearson al violino, Rob Young al flauto e percussioni, la bravissima Bobbie Watson alla voce e percussioni. Come si può notare mancano le tastiere e la batteria, ed è questa la peculiarità del sound Comus: il pulsare del basso e percussioni tribali compongono il ritmo su cui si innestano gli intrecci di violino e flauto a dir poco spettacolari e sempre in perfetta intesa, cui fanno da contraltare le due chitarre e soprattutto le voci dei due fantastici cantanti. Roger canta in maniera volutamente grottesca, sembra sempre in gran sofferenza, e rappresenta il demonio che si aggira nei boschi straziato e lancinato, mentre la Watson impersonifica la vittima di turno, quindi i suoi sono sempre vocalizzi a dir poco agghiaccianti, che si incastrano alla perfezione con i rigurgiti bestiali del cantato maschile. Intanto violino e flauto rendono l'atmosfera cupa e macabra, lanciando l'ascoltatore in un trip lisergico che ben pochi gruppi sono in grado di riprodurre: questo album è un viaggio onirico dall'inizio alla fine, ogni canzone è esatta conseguenza della precedente, l'ambiente è spettrale, folle, nauseabondo e pieno di sangue. L'ultima traccia è l'unica che parla di una storia concreta, poichè narra di un folle in isolamento in continuo contrasto con le voci che sente dentro la sua testa, ancora impersonificate da Bobbie, in un crescendo isterico che fa accapponare la pelle. Non c'è molto altro da dire di un gruppo la cui fama si basa esclusivamente sull'album appena recensito (una reunion nel '74 non ha dato i frutti sperati) se non che consiglio vivamente l'ascolto di questo capolavoro senza farsi atterrire dalla bizzarria del sound: dopo un pò ti prende e ti trascina via in un vortice di sangue e fango.