sabato 30 novembre 2013

La mia vita in America

Tempo fa sono stato invitato a scrivere un racconto sulla mia avventura americana, racconto che avrebbe dovuto far parte di una raccolta di narrazioni di giovani lucani che sono partiti e hanno deciso di vivere all'estero. Libro che alla fine non ha trovato editore e non sara' probabilmente mai pubblicato, pero' io il racconto l'ho scritto ed ora lo pubblico qui.

Il mio nome e' bob (non e' il mio vero nome ovviamente, ndb), sono originario di Matera, ho 31 anni e sono un ingegnere del software. Vivo a Kansas City, negli Stati Uniti, da quattro anni.
La scelta di lasciare il mio Paese non e' stata particolarmente sofferta. Ho sempre desiderato fare un'esperienza all'estero fin da quando ero alle superiori, ho sempre pensato che prima o poi sarei andato a vedere come si vive all'estero. Ho avuto la possibilita' di viaggiare molto in Europa e il fatto di trovarmi fuori dai confini nazionali, di essere a contatto con una cultura diversa, di udire la gente parlare una lingua diversa dalla mia mi dava un senso di eccitazione e di benessere.
Il particolare momento storico che sta attraversando il nostro Paese ha dato ulteriore forza al mio desiderio. Ho colto la prima occasione che mi si e' presentata, ho interrotto i contratti di affitto e di lavoro e su due piedi ho fatto le valigie e sono andato via.
Nel gennaio 2009 ho incontrato una ragazza straniera che studiava a Milano, la citta' in cui lavoravo. Abbiamo cominciato a vederci con frequenza e fra noi e' nato qualcosa. Poi lei e' tornata nel suo Paese di origine, gli States. Abbiamo continuato a sentirci con frequenza finche' ci siamo accorti di amarci a vicenda, cosi' decidemmo di voler vivere insieme a Milano, dove lei mi avrebbe raggiunto. Ma decisivo e' stato il viaggio che nel maggio 2009 ho compiuto negli States. Sono rimasto folgorato dall'efficienza di un Paese come l'America, dalla gentilezza e civilta' della gente, dalla multiculturalita' e dalla tolleranza (tutti aspetti ovviamente migliorabili e controbilanciati da altrettanti lati negativi, non sto facendo un'apologia degli Stati Uniti). Una rapida occhiata agli affitti delle case e agli stipendi dei programmatori mi convinse definitivamente.
Il paragone non regge: vivevo a Milano con un affitto altissimo per un monolocale minuscolo che dividevo con un coinquilino, la mia professione era catalogata come metalmeccanico, il mio stipendio proporzionale a tale classificazione, il mio contratto veniva rinnovato di sei mesi in sei mesi. Non mi si fraintenda, non sono partito per poter guadagnare piu' soldi (obiettivo comunque legittimo), sono partito per poter avere un progetto di vita. In Italia a malapena sopravvivevo. Poi, il clima politico mi disgustava e le storture che affliggono la nostra societa' e cultura mi erano ogni giorno piu' indigeste. Ho avuto la possibilita' di lavorare per grosse societa', Banca Mediolanum ed Intesa S.Paolo in primis, senza che la mia professionalita' sia mai stata riconosciuta, premiata o valorizzata. Ho avuto modo di assistere al sistema clientelare che caratterizza molte aziende italiane: un esercito di raccomandati popola i piani alti di queste aziende, persone dalla scarsa competenza e voglia di lavorare. Ma questo non mi dava fastidio piu' di tanto, anzi mi stimolava, cio' che non sopportavo era il fatto di non avere voce in capitolo. Una volta sono stato letteralmente zittito da un dirigente quando ho provato ad esprimere la mia opinione su un aspetto tecnico. Secondo lui ero troppo giovane per poter avere delle idee considerabili e mi apostrofo' con la seguente espressione: “Cosa ne sai tu, non siamo alla scuola superiore”. Avevo 25 anni, una laurea, due certificati, e un anno di esperienza alle spalle. L'Italia non e' un paese per giovani ambiziosi.
I primi due anni passati da immigrato sono stati un'esperienza unica e durissima. Ho decisamente sottovalutato le difficolta' che avrei dovuto affrontare e sopravvalutato le mie capacita'. Il piu' grande ostacolo e ' stata la lingua: sapevo parlare e leggere l'inglese, ma capirlo e poter comunicare efficientemente erano un'altra faccenda. Poi, mi sono scontrato con la montagna di burocrazia necessaria ad ottenere un permesso di soggiorno, l'esosita' del sistema burocratico americano, dove niente e' gratuito, e l'assenza di tutela per coloro che non sono “ancora” americani, ma di fatto stranieri. Senza il corrispondente del codice fiscale in pratica non esisti, non si puo' ottenere un lavoro, andare a scuola, conseguire la patente di guida, ecc. Ma per ottenere il codice bisogna essere residenti permanenti, e per poter essere residenti bisogna pagare, e molto. Inoltre il processo impiega diversi mesi di durata, 10-12 mediamente. Sono stato aiutato economicamente (per quel che potevano) e moralmente dai miei genitori e dalla mia fidanzata, che mi ha ospitato ed aiutato con la lingua. Ma ho anche dovuto reinventarmi un lavoro piu' volte, arrangiarmi a dover camminare per ore, anche quando fuori c'erano -15 gradi, vivere nei ghetti di periferia, e rinunciare a qualunque cosa non fosse strettamente necessaria. Prendevo tutto cio' che mi capitava e che non richiedeva contratti e competenze particolari, come aiutare nei traslochi, spalare la neve, fare il baby-sitter o il dog-sitter. Ho impartito privatamente lezioni di italiano, matematica ed informatica, ho costruito siti web per privati per due soldi facendomi pagare in contanti. Cercai anche di lavorare in nero come cameriere, cuoco, o qualunque altra cosa; inutilmente, il lavoro nero sembra essere quasi assente in America. I soldi pero' non bastavano mai, in alcuni periodi riuscivo a malapena a comprare da mangiare, ho vissuto momenti di profondo sconforto, quando sentivo di aver fatto la scelta sbagliata ed essermi cosi' rovinato la vita per sempre. Non potevo neanche ammettere la sconfitta e fare ritorno in Italia, non avevo denaro sufficiente. Ed anche se lo avessi avuto, il fatto di tornare in patria e ricominciare la trafila della ricerca del lavoro, i colloqui umilianti, gli stage non pagati, i corsi inutili, semplicemente mi terrorizzava.
Infine nel settembre 2010, ad un anno dal mio arrivo, il tanto ambito permesso di soggiorno arrivo' e con esso il codice fiscale. Ero pronto per cercarmi un lavoro nel mio campo. Ma di li' a poco un giovane imprenditore, che gestiva un coffee shop vicino casa mia, mi volle con se' nel suo progetto. Lo avevo conosciuto quando aveva appena aperto il suddetto coffee shop, e avevo sviluppato per lui un negozio on-line per vendere i suoi prodotti. Il nostro incontro e' stato uno degli eventi chiave della mia avventura americana, non ho mai conosciuto una mente cosi' brillante e prospera di idee, ma completamente fuori controllo. La sua frequentazione mi ha fatto capire molte cose della cultura e della mentalita' americana. Egli aveva avuto un'idea geniale: creare in laboratorio piante simili alla marijuana, con principi attivi dagli stessi effetti ma non vietati dalla legge, dei nuovi ibridi egualmente potenti ma legali, anzi, sconosciuti alle istituzioni. Aveva messo su una squadra di biotecnologi, tutti ancora studenti e tutti piu' giovani di lui (abbiamo la stessa eta') e realizzato il suo progetto, dimostrando un senso degli affari e del pratico fuori dalla normalita'. Stava facendo soldi a palate, dell'ordine di migliaia di dollari al giorno, aveva persino subito due rapine. Ora era arrivato il momento di far fruttare quei soldi. Mi investi' del ruolo di Operational Manager e mi affido' il compito di aprire un ristorante sudamericano, lo chiamammo Amor Picante. Lo stipendio non era granche', ma se avessimo avuto successo saremmo diventati ricchi, mi promise. Il progetto parti', e il ristorante e' stato aperto nel gennaio 2011. Le cose stavano andando bene, iniziammo ad avere un numero sempre crescente di clienti. Un giorno pero' la polizia sequestro' tutto il materiale dal coffee shop, compreso l'incasso del giorno, e il comune fece causa al giovane imprenditore per vendita di prodotti tossici. Causa non dimostrabile in quanto gli effetti sono tutt'ora sconosciuti e ci vorrebbero anni di sperimentazione per dimostrare qualunque cosa, pero' di fatto il mio partner aveva impiegato tutti i suoi soldi in avvocati e cauzioni e la sua attivita' principale messa fuori legge, esclusivamente per la gelosia delle autorita' locali, le quali non sopportavano questa sorta di libero pensatore, sfacciato e provocatore, che si faceva beffe di loro, della legge e della salute delle persone (che comunque decidevano liberamente di immettere delle sostanze sconosciute nel proprio organismo). Per fortuna io figuravo come semplice dipendente e non ho avuto conseguenze penali, se non il fatto che ero nuovamente disoccupato e il progetto in cui avevo creduto completamente naufragato. Nel frattempo pero' il mio inglese era decisamente migliorato e non ebbi difficolta' nel trovarmi un lavoro. Sono partito nuovamente dalla gavetta, ho fatto il tester per sei mesi per un'azienda di telefonia, ed infine sono stato assunto dalla piu' grossa azienda di software irlandese, che opera su scala internazionale, Openet.
Oggi lavoro a migliorare le piu' avanzate tecnologie di comunicazione del mondo, partecipo a tutte le riunioni di azienda, la mia opinione non e' solo considerata, ma richiesta. Sono riconosciuto come ingegnere, pagato profumatamente, investito di numerose responsabilita' ma anche di riconoscimenti. La scorsa estate sono stato mandato a Dublino per un mese, a lavorare gomito a gomito con gli ingegneri principali, i quali avevano personalmente richiesto la mia assistenza. Mi sento apprezzato, protetto, utile, sento di avere un futuro, di poter comprare una casa e costruire una famiglia. Questo in Italia oggigiorno non sarebbe possibile, per questo credo che non faro' mai piu' ritorno in patria, se non come turista.
Mentirei se dicessi che l'Italia non mi manca, mi mancano la mia famiglia e gli amici, mi manca la cucina, mi manca il mare, mi manca il calore della gente e la socialita' che ci contraddistingue. La societa' americana e' estremamente individualista, e questo si rispecchia nei rapporti fra le persone, le quali passano molto piu' tempo da sole, in casa, e tendono a mantenere le relazioni inter-personali su un livello piu' tiepido, distaccato. Non raramente mi sento solo, mi manca la compagnia.
Pero' gli Stati Uniti riescono dove l'Italia sta miseramente fallendo: valorizzare le giovani menti volenterose ed intelligenti, grazie ad una politica orientata ai giovani ed al lavoro. Gli americani hanno una forte etica del lavoro ed e' incredibile come le persone si trasformino completamente quando sono sul posto di lavoro. Ho riscontrato una serieta' ed un senso di responsabilita' che nel mio Paese, mi piange il cuore a dirlo, non ho mai visto. Inoltre sono estremamente rispettosi delle regole, e questo anche cozza con la tipica mentalita' italiana. La nostra furbizia, la nostra tendenza al raggiro, il nostro violare sistematicamente le regole quando cio' puo' portare dei vantaggi, in pratica lo scarso rispetto del prossimo, sono le tristi cause del declino del nostro Paese.

giovedì 21 novembre 2013

Il Bacio della Medusa - Deus lo Vult (2012)

Il Bacio Della Medusa e' una band di Perugia al suo terzo album e con 10 anni di carriera alle spalle. Dediti ad un eccellente prog di stampo italiano, tinto di hard e folk come da tradizione, raggiungono la piena maturita' con questo album dopo un esordio incoraggiante ed un ottimo secondo album. Si tratta di un concept che narra le vicende di Simplicio, signorotto medievale che decide di prendere parte alle crociate confidando di trovare fama e ricchezza, ma che invece trova solo guai che continuano anche al suo ritorno, cambiandogli di fatto la vita. I testi sono uno dei motivi per cui si dovrebbe ascoltare questo lavoro, per l'enfasi, l'espressivita' e l'intensita' delle liriche, scritte e perfettamente interpretate da un grandissino cantante, in grado di essere estremamente versatile, passionale e teatrale; un cantante che non teme paragoni con mostri sacri dallo stile simile, come Claudio Canali e Francesco Di Giacomo. La musica e' anche ispirata e riuscita, si lega alla perfezione con i testi ed offre un ampio spettro timbrico, grazie a fiati, mellotron ed arpe che si vanno ad unire agli strumenti classici. E' un album breve, appena 33 minuti che concentrano tutti gli infiniti spunti che una band in stato di grazia puo' mostrare, e che letteralmente esplodono durante tutta la durata del disco, disco mutevole, vario, raffinato e coinvolgente. A me personalmente piace da matti. I Bacio Della Medusa sono Simone Cecchini alla voce, chitarra acustica ed arpa, Diego Petrini a batteria, percussioni, mellotron ed organo, costui e' anche il compositore delle musiche, Federico Caprai al basso, Simone Brozzetti alla chitarra ed Eva Morelli ai fiati. L'album si apre con un breve pezzo, Invocazione alle Muse, che funge da intro per la narrazione, trascinato da chitarra classica e flauto, delicato e sinfonico. La musica prosegue senza soluzione di continuita' con Indignatio - Infedeli in Terra Santa, seguendo gli stessi dettami inizialmente, quindi flauto e corde classiche, ma incattivendosi dopo un paio di minuti, con l'ingresso della chitarra elettrica e del sax, che deviano il discorso verso temi piu' hard. Si assiste alla prima maiuscola prova vocale, ora che il livello di difficolta' e' salito, con Simone in grande spolvero, e grandissime prestazioni dalla chitarra e dalle tastiere. Conclusione affidata ad intrecci chitarra-sax, sempre pesanti e duri, si lambisce il metal in certi frangenti, che ci portano cosi' alla terza traccia Urbano II Bandisce la Prima Crociata. Questa canzone e' un altro breve pezzo (3 minuti) e cambia ancora drasticamente le carte in tavola: si tratta di una traccia per flauto, mellotron ed una batteria molto marziale, con il raggiunto obiettivo di ri-creare l'atmosfera solenne e festosa che si era venuta a creare quel giorno di 1000 anni fa. Simplicio, la quarta traccia, e' ancora aperta dal flauto, ma stavolta l'aria e' sognante, delicata, quasi bucolica, e la voce presto incalza a rinforzare questa sensazione. Canzone emozionante, forte, colpisce di nuovo la bravura indiscussa del cantante, che presto si lascia andare al lirismo ed alla passione, accompagnato da una chitarra elettrica che ci fa riscoprire il lato piu' classico e tradizionale del prog italiano. Arriviamo cosi' alla title track, che in latino maccheronico (vado a memoria, ma non ricordo "lo" essere una porola in latino) signica "Lo vuole dio", ed esplode immediatamente di chitarra, batteria e sax, che ora diventano davvero metal, e di voce, ora vicinissima a quella di Ian Gillam. Canzone stupenda, forse la piu' bella anche se risulta davvero difficile sceglierne una per la varieta' di stili che la band padroneggia, a meta' strada fra prog-metal, hard e prog sinfonico, con ben tre soli di chitarra, sax e flauti potenti ed aggressivi, dura "appena" 7 minuti ad altissima intensita' e pathos. Un altro breve pezzo, Verso Casa, ci accompagna verso l'ultima traccia ed e' un motivo stupendo, con voce e flauto protagonisti ma atmosfera un attimo piu' allegra e rilassata, quasi pop, con Simone che "fa parlare" due diversi personaggi, cioe' Simplicio, che sta adesso tornando a casa, e sua moglie, la quale lo sta quindi aspettando (questo secondo Simplicio). Se si volessero riassumere le doti vocali del cantante questa canzone farebbe al caso nostro, tante sono le diverse situazioni stilistiche qui rappresentate ed alle quali Simone sa perfettamente adattarsi, ascoltare per credere. La canzone successiva giunge senza che l'ascoltatore se ne accorga, in quanto e' continuazione naturale della precedente, e continua sulla stessa falsariga: Simplicio e' tornato a casa dove lo attende una spiacevole sorpresa, infatti sorprende sua moglie a letto con il prete e l'intera scena e' descritta minuziosamente nelle liriche, che non temono particolari scabrosi. Simplicio quindi si ritrova tradito dalle istituzioni in ogni aspetto, traetene gli insegnamenti che volete. Musicalmente parlando, questa traccia e' piu' tragica e rabbiosa, con tutti gli strumenti che contribuiscono a rendere l'atmosfera incandescente ed intensa, mentre la conclusione e' affidata ai soliti duetti chitarra-flauto, che chiudono magnificamente l'album. In generale, questo lavoro e' piu' duro e potente del precedente e la musica segue e si adatta perfettamente al filo della narrazione, cio' che ne risulta e' magnifico. La band e' in grande spolvero e profonde passione ed energia per creare un lavoro denso e concentrato per un'unesperienza musicale il piu' breve ed intensa possibile. Il sottoscritto apprezza infinitamente lo sforzo. Non c'e' neanche un secondo di noia, tutto l'album pulsa di vita e si dimena come un forsennato. Ci sono sicuramente passaggi bellissimi anche nei due album precedenti, ma Deus e' molto piu' equilibrato, rifinito e conciso. Ogni elemento e' ottimamente bilanciato, l'heavy, il rock, ballate epiche e pastorali, musica medievale, prog-metal e melodrammi.

martedì 12 novembre 2013

Diagonal - The Second Mechanism (2012)

I Diagonal sono una band di Brighton e questo e' il loro secondo album. Stupisce di questi ragazzi la giovanissima eta', infatti il loro debutto e' stato pubblicato quando non erano ancora ventenni e questo secondo album, gia' parecchio maturo, arriva quando nessuno ha ancora superato il quarto di secolo. E ad ascoltare la loro musica sembra che di esperienza ne abbiano a pacchi, tante sono le influenze che riescono a combinare in uno stile che risulta alla fine parecchio originale. King Crimson e Van Der Graaf Generator di sicuro, e tutto quel lato piu' dark del progressive, unito al jazz e ad una componente elettronica dal piglio moderno, che sfocia in territori proto-dance. Passato piu' presente quindi, strumenti classici e sintetizzatori, volti a creare un suono che non prevede strumenti conduttori, quanto piuttosto punta ad un amalgama corposo e denso. A questo proposito vorrei aprire una parentesi: qualche settimane fa ero in un pub e c'era una band che stava per suonare: bassista, batterista, violinista ed un tizio che si alternava fra chitarra e tastiere, niente voce. Quando cominciano sono piacevomente sorpreso dalla loro proposta, uno Zehul tirato ed aggressivo, con violino, chitarra e tastiere a dirigere e sezione ritmica a creare un muro di suono sottostante. Uno spettacolo. A fine concerto ci ho fatto amicizia e sono anche andato a vederli registrare il primo singolo. Si chiamano Jorge Arana Trio, sono di Kansas City e hanno fra i 20 ed i 30 anni. La loro eta' e' cio' che piu' mi ha colpito di loro, ed il fatto che nessuno di loro faccia il musicista di professione, sono d'altronde ben consapevoli di non avere nessun appeal commerciale. Loro suonano per il piacere di suonare, suonano la musica che piu' gradiscono e poco importa se pochi riescono ad apprezzare. E sono pieni di talento nonche' impeccabili esecutori mostri di tecnica, che potrebbero davvero campare di musica volendo. Questa dedizione, questa fede incondizionata in un genere che gode di tanti estimatori ma zero successo commerciale e' a dir poco commovente. E mi immagino i Diagonal esattamente nella stessa situazione. Tornando ai nostri musicisti inglesi, la band comincia in 7 nel 2008 e da' alle stampe l'omonimo esordio nello stesso anno, ancora un po' troppo ancorato a certa psichedelia di fine '60. La riduzione di due elementi dell'organico causa una maggiore attenzione rivolta alla melodia, che scaturisce da atmosfere ora piu' oscure, grazie al lavoro dei sintetizzatori, dei fiati e della chitarra, mentre il basso detta solitamente il ritmo con loop spesso spettacolari ed ispirati, la batteria difficilmente si lascia andare ma quando lo fa il ritmo che ne esce e' irresistibile. I Diagonal sono Luke Foster a batteria, percussioni e piano, Ross Hossack al synth ed harmonium, Nicholas Richards al basso, al mellotron ed al synth, Nicholas Whittaker, cantante, suona anche sax e clarinetto, infine David Wileman e' il chitarrista. Voyage/Paralisis, che apre il disco, comincia subito con l'amalgama di cui si e' parlato, una marmellata di bassi pulsanti, sintetizzatori gracchianti, chitarre spacey e fiati a reggere il gioco. Ritmo sostenuto, atmosfera oscura e tesa, vari cambiamenti di ritmo assecondati da ottimi spunti, una prima traccia che spiazza immediatamente. These Yellow Sands comincia piu' tranquilla, piu' atmosferica, ma vira rapidamente verso suoni piu' abrasivi ed aggressivi, con una chitarra incandescente e fiati imbizzarriti principali protagonisti. Brano cangiante che non cala di tono neanche per un secondo. Mitochondria comincia che piu' cupa e minacciosa non si puo', si sente che qualcosa di terribile incombe, e infatti batteria e basso presto incalzano con un groove da capogiro, ma non c'e' tempo per riprendere fiato perche' il brano cambia nuovamente e comincia ad attorcigliarsi su se stesso. Solo ascoltandolo si puo' capire, anche perche' la traccia e' tutt'altro che finita, l'alternanza di groove irresistibili, uno piu' bello dell'altro, e' disarmante. Si arriva cosi' ad Hulks, il brano piu' lungo e probabilmente anche il piu' bello. Descriverlo sarebbe inutile, troppo sfaccettato e vario per poter essere ridotto in parole. Capsizing continua con atmosfere tetre e spaziali inizialmente, ma ben presto diventa quasi danzereccia, continua a svilupparsi per tutta la sua lunghezza fino a riproporre uno dei temi portanti per il finale della canzone e del disco. Questi ragazzi hanno talento da vendere, la loro proposta e' sincera, il loro sound originale e concreto. Il prog e' piu' che mai vivo nei cuori dei suoi fan.

sabato 28 settembre 2013

Marillion - Misplaced Childhood (1985)

I Marillion sono la band piu' importante di quel movimento cosiddetto neo-prog,
sorta di revival prog esploso nei primi anni '80 di cui abbiamo gia' avuto modo di parlare. Il loro stile e' dichiaratamente ispirato ai Genesis era Gabriel, e la loro storia incredibilmente rispecchia le vicessitudini della band del Sussex, essendo nettamente spaccata in due a causa della dipartita del cantante, nonche' leader e immagine principale del gruppo, in questo caso incarnata dallo scozzese Derek Dick, meglio noto con lo peudonimo di Fish (saggia decisione visto il suo cognome). Primo periodo che delinea uno stile influenzato si' dai Genesis, ma un po' piu' dark e tenebroso, inoltre mancano le sfuriate strumentali tipiche della band di Gabriel, piuttosto la musica si appoggia molto sulla voce di Fish, con gli altri componenti del gruppo che fanno un grandissimo lavoro di background, mentre i testi sono spesso viaggi introspettivi del cantante, che parla del suo travagliato rapporto con la vita, rapporto spesso condito da alcol e droghe. Seconda fase che vede la presenza del cantante Steve Hogarth a rimpiazzare Fish, il quale porta un cambio di stile ed una tendenza verso suoni piu' moderni.
I Marillion vantano uno degli schieramenti di fan piu' fedeli, e hanno scalato le classifiche inglesi con pezzi indimenticabili. A loro un po' si deve la rinascita del prog, la rivalutazione di un genere che era stato pesantemente criticato nel quinquennio precedente, tacciato di monotonia e ripetitivita', scarsa orecchiabilita' e prolissita', elementi che infatti mancano completamente nella musica dei Marillion, che punta al cuore dell'ascoltatore con pezzi asciutti e spesso brevi, carichi di melodia ed armonia, seppur dai testi amari. L'album in questione raggiunse il primo posto nella chart britannica degli album piu' venduti nel 1985, i singoli Kayleigh e Lavender raggiunsero rispettivamente il secondo e quinto posto nella classifica dei brani piu' ascoltati, e ben undici canzoni di quest'album figuravano nella top 40.
La band nasce nel Buckinghamshire nel 1979, quando il chitarrista Steve Rothery comincia a scrivere musica che rimanda agli anni d'oro del progressive inglese, e decide poi di suonarla in giro per i pub con uno stuolo di musicisti che raggiunge una stabilita' nel 1982 con Fish al canto, Mark Kelly alle tastiere, Pete Trewavas al basso e Ian Mosley alla batteria. I ragazzi vengono notati e si guadagnano un contratto dalla EMI, con la quale pubblicano Script for a Jester's Tear e Fugazi nel 1983 e nel 1984, prima del capolavoro e grandissimo successo commerciale di Misplaced Childhood.
Il seguente Cluthing at Straws (1986) vale un altro secondo posto nella classifica degli album piu' venduti nel Regno Unito, ma e' anche l'ultimo lavoro con Fish in formazione, infatti il cantante abbandona per divergenze economiche con il manager della EMI. C'e' anche da dire che Fish aveva proposto agli atri membri del gruppo di abbandonare l'etichetta discografica con lui, ma non ha ottenuto da costoro la risposta che desiderava.
Il capolavoro dei Marillion, e forse l'album neo-prog piu' riuscito, e' un misto di ballate brevi, incredibilmente delicate ed orecchiabili, e brani piu' lunghi ed articolati, ma non meno orecchiabili e piacevoli, con la voce di Fish sempre protagonista coadiuvata da una prova magistrale degli altri componenti del gruppo. Parla di amori perduti, successi improvvisi ed infanzia perduta, le liriche sono in gran parte autobiografiche ed interamente scritte da Fish durante un trip acido di dieci ore. L'album comincia con Pseudo Silk Kimono, intro di due minuti che subito ci introduce nel mondo narrato dal concept fishiano, con le sue atmosfere eteree, solenni e malnconicamente dolci. Le tastiere accompagnano la voce del cantante, che non puo' non ricordare quella di Gabriel, con gli altri strumenti che piano piano salgono, per poi sfociare in Kayleigh, canzone stupenda per dolcezza e semplicita', per le emozioni che suscita, per l'incredibile orecchiabilita' combinata con prog sopraffino. Fish e' ancora protagonista principale, accompagnato ora dalla chitarra che regala un assolo spettacolare a meta' brano, breve e ficcante come pochissimi, mentre le tastiere si incastrano alla perfezione nella melodia, duettando con le chitarre e ricordando ovviamente le grandi esibizioni della coppia Hackett-Banks. Lavender prosegue sullo stesso livello, ed e' questa la notizia, perche' dopo Kayleigh non ci si puo' aspettare qualcosa di meglio, invece Lavender e' un pezzo toccante, dolcissimo, secondo me migliore del brano precedente, con un Fish mai cosi' ispirato e un altro solo di chitarra indimenticabile. Bitter Suite, primo pezzo lungo con i suoi otto minuti, cambia l'atmosfera per virare verso suoni piu' oscuri e siderali inizialmente, piu' movimentati e rock dopo, questa volta sono i quattro strumentisti a regalarci grande musica, anche se l'atmosfera cambia gia' ancora una volta e questa volta e' Fish ad aprirci i cuori con il suo canto struggente e il suo male interiore. Heart of Lothian e' un altro bellissimo brano, maestoso e lirico, progressivo e melodico, che cambia improvvisamente a meta' per calmarsi e dirigersi verso Waterhole (Expresso Bongo), due minuti di percussioni marcate, sferzate di chitarra, voce e tastiere, a creare un'atmosfera nervosa e tesa, allo scopo di accompagnare l'ascoltatore verso il brano seguente: Lords of the Backstage e' un altro pezzo che da solo vale tutto l'album. Ritmo sostenuto, perfette combinazioni basso-batteria e chitarra-tastiere, voce emozionante e trascinante, ed anche una citazione da A Plague Of Lighthouse Keepers dei Van Der Graaf Generator che manda in solluchero i progster convinti come me. Si prosegue con il secondo ed ultimo pezzo lungo: i nove minuti di Blind Curve passano veloci fra malinconie, chitarre piangenti, cantanti disperati, soli di chitarra mozzafiato, melodie di una bellezza disarmante, momenti piu' oscuri ed altri piu' ariosi. Childhood's End e' un'altra pop song che non cambia gli ingredienti senza perdere in bellezza e slancio emotivo; con accordi relativamente semplici e melodie immediate i Marillion sono in grado di costruire canzoni di rara qualita'. White Feather, con i suoi due minuti di rock energico, e' il gran finale del disco.
I Marillion hanno avuto il merito di credere nella riscoperta di un genere che pareva aver esaurito il proprio campo espressivo, ed hanno cominciato un processo di recupero e contaminazione che continua tutt'oggi.

martedì 3 settembre 2013

Erba

L'erba che sto fumando in questo periodo mi fa smettere completamente di parlare e mi fa sentire odore di minestrone.

mercoledì 15 maggio 2013

Illuminazioni intossicate.

Sabato sono stato ad un festival rock, ed e' stato parecchio figo. Ricordo poco dopo una certa ora, ma so che tornato a casa, non contento delle 12 ore in piedi al sole, le birre e le canne a ciclo continuo, sono andato allo store sotto casa a prendere una bottiglia piccola di gin. Ad un certo punto devo aver avuto una sorta d'illuminazione, perche' domenica mattina ho trovato un file txt sul mio desktop con su scritto:


operaio needs work,owner needs operaio: situazione di merda per operai cioe'most of people
problema: switch from capitalismo\
marx disse lotta armata: impossibile
togliere loro cio di cui hanno bisogno: lavoro
come: creare comuni
need iniziatore
rivoluzione

Ora, a parte il fatto che trovo curiosissimo come il mio cervello mischi inglese ed italiano per essere il piu' conciso e diretto possibile, la potenza concettuale racchiusa in queste poche righe e' a mio parere esplosiva. In breve: il problema del capitalismo e' che tutto il sistema e' a sfavore dei lavoratori, dai salariati al minimo agli appena ricchi che rientrano nelle fasce piu' alte del fisco. Ma i lavoratori necessitano del sistema che offre loro, appunto, il lavoro. Alla stessa maniera i datori di lavoro hanno bisogno dei lavoratori per produrre beni di consumo e di acquirenti che li consumino. Quindi si crea questa situazione di ricatto in cui i datori di lavoro, con la scusa dei posti di lavoro creati, possono indisturbati mantenere ed alimentare un sistema in cui la ricchezza e' concentrata nelle mani di pochi e prodotta dal sudore di molti. Come uscire da questa trappola, visto che al lavoratore il lavoro serve comunque? Marx disse lotta armata e poi comunismo, ma senza spingersi cosi' lontano, si puo' dire che difficilmente una lotta armata possa rovesciare il potere, ed inoltre controllare o prevedere cosa potrebbe succedere dopo sembra impresa difficile. Allora andiamo alla radice del problema: sottrarre al datore di lavoro la principale fonte della sua ricchezza: il lavoro. Smettiamo tutti di lavorare. Si potrebbe andare nella foresta e creare delle comuni, tornare alla coltivazione diretta ed alla caccia, ecc. Un processo che potrebbe sorgere spontaneo, o ancora meglio, con un iniziatore che riesca a convincere molte persone. Una specie di Gesu' laico ed ecologista insomma.
Ho scoperto l'acqua calda? Forse, ma ieri ho letto questo
http://www.repubblica.it/economia/2013/05/11/news/l_uomo_che_da_due_anni_vive_senza_soldi_ho_cambiato_totalmente_visione_della_vita-58565773/

sabato 23 febbraio 2013

Psycho Praxis - Echoes from the Deep (2012)

Gli italianissimi Psycho Praxis vengono da Brescia e si formano nel 2004, ma giungono all'esordio discografico solo nel 2012 con questo Echoes from the Deep, e si racconta siano stati scoperti da Alessandro Siani in persona, che una sera li ha incontrati ad una festa e si e' fatto dare una demo. I membri attuali, Andrea Calzoni a voce e flauto, Paolo Vacchelli alla chitarra, Paolo Tognazzi alle tastiere, Matteo Marini al basso e Matteo Tognazzi alla batteria, vengono dalla fusione di due band diverse, una piu' hard e un'altra piu' prog, e persino alcuni brani di questo album, come Privileged Station, nascono dalla fusione di brani diversi scritti in anni diversi. Si tratta di un album stupendo, che sembra tutto tranne che frutto di una band italiana, vintage ma moderno, la strumentazione stessa e' composta da materiale datato recuperato da cantine e garage; un riuscitissimo punto di incontro fra dark prog stile Van Der Graaf Generator, e hard stile Biglietto per l'Inferno o Metamorfosi. Perfetti intrecci di tastiere e chitarra, melodie cangianti e sempre indovinate, alternanza di momenti vivaci ed altri piu' malinconici, flauto molto presente che dona un colore particolare alla musica, voce oscura (alla Peter Hammill) con testi in inglese, brani medio-lunghi, dai 5 ai 9 minuti, che si sviluppano perfettamente per tutta la loro lunghezza, senza mai sembrare troppo stiracchiati o estesi. Cio' che piu' colpisce di questi ragazzi di Brescia e' la profonda cultura musicale che esprimono, con un lavoro complesso ed impegnato, un concept che parla dei diversi stati emotivi dell'animo umano, infarcito di citazioni e che sembra continuare il discorso interrotto dal prog settantiano. Mentre altre band moderne cercano di dissociarsi dal passato, per non essere etichettate "prog", termine che a volte fa scappare i possibili acquirenti, altre band come gli Psycho Praxis tentano di recuperare quelle atmosfere ed inserirsi in un contesto che sembra essere ormai andato perduto. Obiettivo difficilissimo, sia perche' musica e pubblico sono completamente cambiati nel frattempo, sia perche' e' quasi impossibile battere le vette di lirismo raggiunte dai giganti del passato. Questo disco invece non avrebbe affatto sfigurato 40 anni fa ed e' uno dei migliori prodotti di prog moderno che abbia sentito da diversi anni. Un altro punto a favore e' la forte personalita' che i membri della band esprimono, personalita' che non puo' che provenire da un'enorme sicurezza nei propri mezzi e nella propria bravura, e che sfocia in brani solidi, intensi, coinvolgenti, emotivi. La descrizione dei brani servirebbe a poco, dato che sono molto mutevoli e contengono una gran quantita' di stili e timbri diversi. Spero solo che il gruppo non si perda dopo questo felice esordio e possa diventare il degno erede dei grandi gruppi prog italiani del passato, la stoffa c'e' tutta.

venerdì 22 febbraio 2013

In bocca al lupo

Che dire, siamo a poche ore da una delle battaglie elettorali piu' squallide della storia del nostro Paese, e non potro' prenderne parte, non che mi dispiaccia particolarmente. Ho letto i programmi di tutti i principali partiti e mi sono letteralmente cadute le braccia, ma avevo comunque intenzione di votare Bersani, il meno peggio, tanto per cambiare. Pero' il mio ultimo Comune di residenza in Italia non ha potuto, o voluto, trasmettere i documenti necessari all'ambasciata, quindi mi e' stato praticamente negato il diritto di voto. Aneddoto interessante racconta che la mia professione, ingegnere del software, che e' il ruolo che ricopro in azienda nonche' il titolo di studio guadagnato faticosamente in anni di studi accademici, non e' riconosciuto dalla legge italiana. Il funzionario dell'ambasciata mi ha contattato dicendomi che dovevano cambiarlo, e potevo scegliere fra "impiegato" e "libero professionista", il che e' tutto dire del medio evo legislativo e culturale in cui si barcamena la repubblica italica. Le condizioni dei miei poveri colleghi italiani sono fra le peggiori del mondo occidentale, e molti neanche se ne rendono conto, fra stage gratuiti, contratti a progetto, commissioni sottopagate, partite iva, straordinari non retribuiti, e opportunita' di crescita professionale sistematicamente negate. La realta' all'estero e' completamente diversa, e non e' una questione di vile denaro, che conta e non poco, e' un fatto di concedere ai giovani professionisti le giuste responsabilita' che conducono a una formazione professionale consona alla nostra intelligenza e livello educativo. Non secondario il fatto di proteggere tale categoria assicurando protezione e contratti stabili, che in Italia non ho mai visto neanche col binocolo. Tralasciando il contratto a tempo indeterminato con coperture sanitarie varie ed eventuali per me e la mia compagna, alla fine del prossimo mese dovrebbe andare in produzione un software di uso di massa, che quindi sara' sui cellulari di milioni di americani, il cui codice e' stato completamente pianificato e sviluppato dal sottoscritto. Tutto cio' ad appena due anni dall'assunzione. Ma qui non si fanno di questi problemi, chiedere l'eta' di un impiegato e' persino reato, e poco importa se sono quasi completamente schiacciato dalle responsabilita', era questo quello che volevo e non potrei sentirmi piu' orgoglioso e fottutamente felice del fatto di aver fatto i bagagli tre anni fa. Nonostante cio', la situazione prima o poi cambiera', perche' semplicemente dopo il fondo del barile non c'e' piu' niente da raschiare (se scoppia la rivoluzione giuro che torno a combattere). In bocca al lupo cari concittadini, ci vediamo alle prossime vacanze.