venerdì 27 giugno 2014

Traffic - John Barleycorn Must Die (1970)

I Traffic, le cui vicende si legano indissolubilmente agli umori ed alle fortune del leader Stevie Winwood, non sono sempre inclusi nel filone prog, in quanto caratterizzati da uno stile tendente al blues, folk e psichedelia, ma stiamo parlando di un periodo in cui i confini fra i generi erano molto piu' labili, un periodo in cui le band non "decidevano" che musica fare, ma piuttosto si lasciavano andare all'ispirazione, consapevoli o meno di stare scrivendo nuove pagine della storia musicale e contribuendo alla nascita di nuovi stili, un periodo in cui si badava ancora piu' alla qualita' del prodotto in se' che a quanto avrebbe potuto fatturare. Dicevamo di Stevie Winwood, precoce multi-strumentista, personaggio controverso, antipatico ed egoista, e anche un po' opportunista, il quale esordisce con gli Spencer Davis Group all'eta' di 15 anni, nei quali canta. Durante una jam session con altre band inglesi, tali Hellions and Deep Feeling e Locomotive, incontra i suoi futuri compagni di avventura, il batterista e cantante Jim Capaldi, il chitarrista Dave Mason ed il fiatista Chris Wood. I quattro intuiscono di avere del potenziale e formano una propria band, chiamata Traffic da un'idea di Capaldi mentre attraversava la strada. E' il 1967. Stevie Winwood in questo frangente non si preoccupa neanche di informare i membri dello Spencer Davis Group della sua dipartita, ma lascia al suo manager l'incombenza. I quattro musicisti danno quindi alle stampe Mr. Fantasy e, l'anno dopo, Traffic, il quale contiene la hit Feelin' Alright, brano rielaborato da Joe Cocker. A questo punto Mason lascia, a causa della discordanza sulla direzione musicale con cui continuare. Egli inoltre rilascera' dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti di Winwood, accusato di essere maniacale, dispotico, e di prendersi troppo sul serio. Dopo Last Exit del 1969, Winwood decide di abbandonare la band, che quindi si scioglie, per formare il supergruppo Blind Faith con Eric Clapton, Ginger Baker e Rich Grech, lasciando i suoi compagni nello sgomento e nella sorpresa. In un'intervista il musicista afferma di non dover fornire giustificazioni per il suo abbandono, a quel punto della sua carriera gli sembrava "naturale" andare a formare una band piu' ambiziosa e professionale. Val la pena fare menzione del fatto che Winwood e Wood in questo periodo compaiono come session man per le registrazioni di Electric Ladyland della Jimi Hendrix Experience. Ad ogni modo, i Blind Faith non durano e Stevie si ritrova da solo a tentare di scrivere il suo nuovo album. Qui nasce John Barleycorn: sarebbe dovuta essere un'opera solista chiamata Mad Shadows del cantante, tastierista, chitarrista e bassista, ma costui si ritrova ben presto nell'impossibilita' di curare tutte le parti strumentali e chiama quindi i suoi vecchi compagni Jim Capaldi e Chris Wood, i quali evidentemente avevano bisogno di un rilancio all'epoca. E qui avviene l'intuizione di Stevie, che capisce che sarebbe stato meglio pubblicare il lavoro come quarto album dei Traffic, piuttosto che come lavoro solista, poiche' cio' avrebbe potuto rilanciare le quotazioni della band e fungere da apripista per eventuali altri album sotto lo stesso nome. E cosi' e' stato, cio' che pero' Stevie non aveva previsto fu l'incredibile successo dell'album in questione, il lavoro piu' completo e maturo dei Traffic, che li lancia nell'olimpo del rock e del successo commerciale. A differenza dei tre lavori precedenti, piu' incentrati sulla psichedelia, principalmente per volere di Mason, quest'album presenta tracce blues, folk elettrico, classica e jazz, per una commistione di forte impatto, muscolare, calda, ricca di groove e passione. Seguiranno altri quattro album che non riusciranno mai a ripetere i fasti del passato. John Barleycorn Must Die e' uno splendido esempio di contaminazione stilistica: cio' che era rimasto dei primi Traffic viene ora arricchito da elementi folk e jazz filtrati attraverso le sonorita' prog del periodo, con il risultato di un suono dalle sorprendenti aperture strumentali. Si tratta di un originale prog folk di straordinaria varieta' e freschezza, ancora attualissimo, e senza riferimenti immediati: le radici folk sono reinterpretate attraverso il soul, ampliate con arrangiamenti jazzistici, sostenuti dalle tastiere di Winwood e dai ricami fiatistici di Wood. Si va dall'opener Glad, traccia lunga, allegra, jazzy, e molto rock, alla seconda Freedom Rider, funky ed orecchiabile come un motivetto invadente; Empty Pages, piu' lenta ma caldissima e carica di ritmo, forse il miglior momento di Stevie all'organo, quando aveva appena 22 anni; si prosegue con I Just Want You to Know, Stranger to Himself e John Barleycorn (Must Die), episodi ancora molto riusciti, fra blues e folk. Every Mother's Son e' un altro piccolo capolavoro che chiude la versione originale dell'album, infatti vi e' una ristampa con 4 tracce aggiuntive di cui le due ultime due live, che sicuramente arricchiscono ma non imprenscindibili. Anche questo stupendo album in vinile fa parte della mia preziosa collezione.

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