All’inizio de Il Regno, Emmanuel Carrère prova a spiegarci che bisogno c’è di un grosso libro sulle origini del cristianesimo attraverso una semplice constatazione. “A pensarci è curioso che persone normali, intelligenti, possano credere a una cosa tanto pazzesca come la religione cristiana, una cosa in tutto e per tutto identica alla mitologia greca o alle favole. Nei tempi andati, lo si può anche capire: la gente era ingenua e non esisteva la scienza. Ma oggi! Se oggi uno credesse a storie di dèi che diventano cigni per sedurre una donna mortale, o di principesse che baciano rospi e con il loro bacio li trasformano in principi azzurri, tutti direbbero: quello è matto. Fatto sta che un sacco di persone credono a una storia altrettanto assurda senza per questo essere considerate matte. Vengono prese sul serio, anche da chi non ne condivide la fede. Hanno un ruolo sociale, meno importante di un tempo, ma rispettato, e nel complesso abbastanza positivo. La loro fisima convive con attività assolutamente ragionevoli. Le più alte cariche dello Stato rendono visita al loro capo assumendo un contegno deferente. È per lo meno strano, no?”.
Siccome i Mondiali di calcio stanno per cominciare, sento il bisogno di partire dalle basi per provare a spiegare che bisogno c’è di tutto questo interesse da parte di praticamente tutto il Pianeta. Insomma, del perché ci interessano tanto, a noi come esseri umani, questi Mondiali di calcio. E quindi provo a proiettarci sopra una domanda simile. Nei prossimi giorni milioni di persone guarderanno contemporaneamente un torneo di calcio che ha già smosso miliardi di euro da una parte all’altra del pianeta e per cui le grandi potenze del mondo si sono sfidate a colpi di mazzette. I brand più importanti hanno preparato spot pubblicitari e strategie commerciali apposite, e in ogni angolo della Terra ci sarà un televisore o un maxi schermo sintonizzato su questo torneo. Per ognuna di queste partite, si organizzeranno feste a tema, nasceranno amori, padri torneranno a parlare con i propri figli, sconosciuti si abbracceranno in un pub per la prima e unica volta della loro vita. Voi che mi state leggendo forse andrete a casa di qualche vostro amico o amica che non vedete da mesi e magari vi chiederete perché non lo fate più spesso. Tutto questo, per una partita dei Mondiali. Per un gioco. È per lo meno strano, no?
È difficile spiegarsi questa stranezza senza scivolare nella retorica della magia del calcio, o senza arrampicarsi sulla storia, tornando indietro fino al ruolo di Jules Rimet e provando a ricostruire passo passo come siamo arrivati fino a qui. Credo però ci sia qualcosa di più primordiale, di più istintivo che sentiamo riguardo ai Mondiali senza che ci sia bisogno di spiegarlo, che va oltre a una semplice concatenazione di cause ed effetti, e che ci fa sentire quello strano friccicorio all’idea di passare il venerdì sera a vederci Canada-Bosnia Erzegovina.
In questi giorni sto leggendo un libro che si chiama Nel regno del gioco, dello storico della scienza David Toomey, che prova a rispondere a una domanda semplice solo all’apparenza: perché gli animali - e quindi anche gli esseri umani - giocano? Toomey, parafrasando il celebre aforisma di Winston Churchill, lo definisce “un enigma avvolto in un mistero dentro un enigma” perché, se ci pensate, il gioco in apparenza non ha alcun vantaggio: richiede un grande dispendio di energie, ti rende momentaneamente vulnerabile agli attacchi dei predatori e può essere anche pericoloso di per sé. Toomey fa l’esempio, tra i tanti, dei piccoli di stambecco siberiano che a volte precipitano dai dirupi sui quali stanno giocando. Nonostante questo, gli stambecchi siberiani, e moltissime altre specie soprattutto di uccelli e mammiferi, compresi noi, continuano a giocare, e anzi trovano il gioco irresistibile spesso anche in età adulta, talmente irresistibile da essere contagioso. “Un animale vedendone altri giocare desidererà unirsi a loro”, scrive Toomey, e “vi sono animali che si lasciano coinvolgere nel gioco anche se si tratta di attività chiaramente pericolose, senza alcuna garanzia di incolumità”.
Ci sono varie ipotesi sul perché gli animali giochino - dallo sviluppo di determinate aree del cervello all’apprendimento delle norme sociali che determinano la sopravvivenza di un gruppo - e il libro, come una specie di giallo, è inflessibile nel ricordarci le fragilità di ognuna. Tutte quelle che ti sembrano finalmente convincenti, o addirittura rivelatorie, hanno in realtà qualche debolezza che non avevi visto arrivare o devono essere ancora provate su specie diverse da quelle su cui è stato effettuato quel determinato esperimento. Arrivare a una teoria onnicomprensiva è difficilissimo, probabilmente impossibile: ci ritroviamo sempre davanti alla consapevolezza che i limiti della nostra conoscenza sono molto più grandi di quello che ci piace immaginare.
La nostra ignoranza sul gioco degli animali, e quindi anche sul nostro - ci spiega Toomey - deriva anche da un certo snobismo del mondo accademico, che per anni lo ha considerato un argomento “frivolo e di scarsa importanza”, di fatto ritardando gli investimenti sulle ricerche che lo riguardavano fino a questi ultimi anni. Questa diffidenza nel considerare il gioco una cosa seria, d’altra parte, si sente anche fuori dal mondo accademico, dopo che gli esseri umani, passando per migliaia di anni di evoluzione delle specie, hanno distillato il gioco in una forma che ha assunto regole e consuetudini consolidate e che oggi chiamiamo sport. Lo vediamo, per esempio, nel celebre motto del Barcellona - Més que un club - che suggerisce per l’appunto che una squadra di calcio per nobilitarsi debba essere qualcosa “di più” di una squadra di calcio. O, per tornare più vicino al tema di questa newsletter, alle intenzioni di Rimet quando creò la Coppa del Mondo, nella convinzione che il calcio potesse fare da traino alla cooperazione e al “riavvicinamento dei popoli”, e la FIFA diventare “una società (sportiva) delle nazioni”.
Quando ci indigniamo perché gli Stati Uniti vietano ai tifosi di Haiti di assistere alle storiche partite della propria Nazionale è proprio per questo, in fondo, perché pensiamo che il calcio sia un pretesto per promuovere qualcosa di più importante, e che quel qualcosa venga in questo modo violato. E allo stesso modo i governi che alzano queste barriere - gli Stati Uniti che negano l’ospitalità alla Nazionale iraniana, costringendola a trasferirsi in Messico, o la FIFA che nega ai tifosi meno abbienti di assistere alle partite, alzando a dismisura i prezzi dei biglietti - lo fanno perché pensano che lo sport, il gioco, nella scala d’importanza delle cose sia in fondo. Dietro alla ricchezza, al potere, all’ideologia, alla sicurezza nazionale, you name it.
Credo sia importante ricordarsi oggi che se ce ne interessiamo è sempre perché i Mondiali ti danno quella sensazione lì. Quell’impazienza che inizino, nonostante l’assenza dell’Italia, nonostante Trump e Infantino, nonostante la guerra in Iran, nonostante tutte le controversie sul perché continuiamo a seguire questo gioco anche se non riusciamo più a guardarlo con gli occhi che avevamo a 11 anni. Persino il comportamento degli animali ci conferma che non è solo un’impressione: se sentiamo che c’è qualcosa di eccezionale, nei Mondiali, un motivo c’è. Anche se ancora non lo conosciamo e forse non lo conosceremo mai.



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