Opporsi con ogni mezzo. Io ci sto. - di Nichi Vendola via email
Sta accadendo qualcosa di irreparabile, un finimondo che spazza via esistenze, culture, diritti, classi sociali. Cambia la storia e la geografia. Eppure fatichiamo a trovare le parole adeguate per dirlo, per spiegarlo, per contrastarne l'apparente oggettività, per denunciarne le cause. Siamo invischiati in una trama ideologica che non riusciamo a spezzare. Cos'è la crisi?
La crisi è la crisi, così come una rosa è una rosa. Come una crepa nell'ordine naturale delle cose: che poi quell'ordine non sia affatto naturale, che si chiami liberismo e che abbia egemonizzato per circa un trentennio tutto il nostro West, questo nessuno (o quasi) lo dice.
La crisi è figlia di una "rivoluzione conservatrice" che ha ridotto la democrazia a un sistema di marketing elettorale mentre i poteri reali venivano sempre più delocalizzati e concentrati nei circoli finanziari sovranazionali. La crisi è il liberismo, la cui crisi evolve in crisi del mondo.
Le ricette con cui si cerca di affrontarla contengono tutti gli ingredienti che hanno fatto saltare il banco. Invece di mettere in mora il liberismo, si mette in mora il welfare. (Nel mesto balbettio delle forze democratiche, a Washington come a Roma). Invece di dettare regole ai mercati e ai mercanti, si stracciano le regole che danno dignità e forza di contrattazione al lavoro.
Invece di investire sul futuro, sulla formazione, sulla ricerca, sull'innovazione, su un nuovo modello di sviluppo, si strozza la cassa delle pubbliche amministrazioni col cappio del "patto di stabilità".
Il debito pubblico è il buco da colmare, costi quel che costi, sia pure con la timida premonizione confindustriale che senza crescita e senza nuova occupazione quello sarà un pozzo senza fondo. Il contenimento del debito è il mantra che riunisce le peggiori classi dirigenti che l'Europa abbia mai avuto. Fino al punto di teorizzare la "costituzionalizzazione del pareggio di bilancio": un atto di demenza senile invocato per salvare quell'Europa che, in verità, si sta rompendo come un giocattolo.
Pur di educare ai principi e al lessico mercantile (chi di noi vuol essere complice di uno spread?), si decide (chi decide?) di fuoriuscire da un intero assetto di civiltà. Chi ha stressato l'ambiente e il lavoro per trarne il massimo profitto, chi ha trasferito la ricchezza dal mondo della produzione a quello della rendita, chi ha incoraggiato la messa all'incanto dei beni comuni, chi ha impoverito le nostre comunità, ora è servito: potrà continuare a farlo, anzi sarà incoraggiato a intensificare il proprio vitalismo predatorio. Forse è questa la "follia del Capitale" annunciata da Marx. Siccome il lavoro è stato spogliato di tutele e reddito, ora è tempo di dargli un colpo alla nuca: in Italia ci sono sindacalisti molto più attenti ai rutti della borsa che non ai sospiri dei lavoratori.
Non è l'universo dei paradossi: è il nostro mondo attuale, in cui la destra devasta e rilancia, la sinistra si rammarica, e il silenzio degli innocenti viene interrotto solo dalle urla degli indignati. Che non sono contro la politica. Sono contro quel "pensiero unico" che omologa la politica al rango di maggiordomo della vera casta (i detentori della ricchezza finanziaria). Insisto: sta per finire un'epoca segnata da una diffusa attesa di benessere e ne comincia una in cui è facile preconizzare un malessere generalizzato: e dunque? Davvero la crisi è figlia del fatto che "abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità"? Anche a sinistra ci si avvita in quella retorica per la quale, al netto di Tremonti, il "tremontismo" è ineluttabile? E dunque l'operazione è trovare i soldi, quadrare i saldi, e domani è un altro giorno. Ma non è tutta qui la "questione morale"?
In questo degrado del pensiero politico, che registra la propria impotenza e la veste di cinismo e malaffare, che anche qui da noi, anche nei salotti radicali, ha considerato impronunciabile la parola "patrimoniale", che ha abolito l'alternativa pur di godere dei benefici di una mediocre alternanza? Si ruba perché "così fan tutti", perché se tutto è sottoposto al primato metafisico del mercato allora vuol dire che anche la politica è una mera funzione mercantile, è valore di scambio, è negoziazione tra frammenti (lobbies, corporazioni, territori).
Questa politica debole, pomposamente esperta di sondaggi ma incapace di sondare, si affida alla sapienza opaca delle tecnocrazie, ai pallottolieri ingannevoli dei ragionieri, si eccita per ogni Marchionne che appare sulla scena, ha il complesso della modernità e così ne confeziona una leggera e di facili costumi. La sinistra è stata mangiata dalla "politica debole", cioè dal deficit di alternatività culturale ed etica. Non si tratta di evocare una risibile diversità antropologica, si tratta di riconnettere la politica alla vita vera, ai sogni e alle attese dei vecchi e dei giovani, alla domanda sempre più attuale di giustizia sociale e di libertà individuale. Riconnettere politica e speranza.
Qui in Italia la destra sta liquidando le funzioni fondamentali dello Stato e della pubblica amministrazione. Invece dei servizi sociali avremo la carità delle opere pie, basta il 5 per mille. Invece dell'universalismo del diritto alla salute, all'istruzione e alla previdenza, avremo la "sussidiarietà" di un privato che si regolerà guardando il portafoglio delle famiglie. La società in fondo non esiste, come diceva efficacemente la lady di ferro inglese, esistono gli individui: più che cittadini, vanno pesati in qualità di "clienti". Lo Stato residuo è solo Stato etico: quello che definisce la soglia della vita nel suo farsi e nel suo disfarsi, quello che proibisce e punisce le marginalità, quello che detta legge per conto delle gerarchie ecclesiastiche su cosa sia lecito fare nelle questioni relazionali, sessuali, di costume.
Ecco il passaggio d'epoca che dobbiamo fronteggiare mettendo in campo una alternativa credibile ai "governi della miseria" e alla "miseria dei governi" che stanno devastando il destino delle generazioni più giovani e stanno producendo un cataclisma sociale che ha la forza devastante (ma anche fondativa) di una guerra. Non credo sia un caso che le sconfitte più serie e più nitide Berlusconi le abbia subite non dentro al Palazzo, ma fuori, attraverso un lunga e variegata sequela di movimenti, di lotte, di socializzazione di saperi critici: che del berlusconismo hanno disvelato l'anima reazionaria e maschilista, decostruito la macchina del consenso, radiografato l'antropologia. Così è nata la rivoluzione delle primarie e dei ballottaggi, così è cresciuto il popolo dei referendum.
Lo dico con semplicità: la destra, a questo salto d'epoca, si presenta con il suo programma fondamentale: privatizzare i diritti, la società, la vita, la giustizia. Sradicare dal senso comune qualunque idea di interesse collettivo, chiudere i conti con tutte le luci del Novecento senza fare i conti con tutte le ombre del Novecento. Noi non possiamo che inventare la buona politica che rimette al centro l'inviolabilità delle persone, la ricchezza dei "valori d'uso", la centralità dei beni comuni.
Per questo mi ha emozionato la lettera che mi è stata indirizzata dalle colonne de il manifesto (31/8) da Alberto Lucarelli e Ugo Mattei. Accolgo senza indugio l'invito che mi viene rivolto. Noi ricorreremo a qualunque sede di giustizia contro le infamie sociali e le abnormità costituzionali della manovra finanziaria, la terza in pochi mesi che la destra infligge al Paese. Lo faremo anche con l'ausilio della passione scientifica e civile di chi ci mette a disposizione il proprio gratuito patrocinio. Lo faremo perché la bellezza, la memoria, la cultura, la dignità non sono valori negoziabili: e non c'è futuro possibile né vita vera se non costruiremo su queste parole il senso, la forza e la moralità della politica.
Dalla guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo ai lavoratori reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la crisi, semplicemente perché è la crisi. Ma c'è qualcuno, tra i politici, che intenda davvero combatterla? Probabilmente no. Bisogna resistere alla tentazione di risolvere tutto con la comoda spiegazione della follia. Dio acceca chi vuol perdere, si dice. Così si pretende di spiegare quanto sta accadendo in questi giorni, a cominciare dai principali snodi della crisi finanziaria mondiale. Ma ci si inganna. Indubbiamente lo scenario è a dir poco paradossale. La ricchezza reale aumenta di anno in anno a dismisura. Mai come oggi il mondo è stato un «gigantesco ammasso di merci». La produttività dei mezzi di produzione è alle stelle. Mai la tecnologia è stata altrettanto sviluppata. Ma, invece di godere i frutti di questo progresso, il mondo «avanzato» si dibatte nella crisi. Registra il dilagare della disoccupazione e il drammatico impoverimento di masse crescenti. E sperimenta il panico, la rivolta, la depressione economica e psichica. Questo film corre sullo schermo globale da tre anni a questa parte, per limitarci a quest'ultima Grande crisi, esplosa negli Stati Uniti a seguito dell'insolvenza dei titolari di mutui e dei crediti facili al consumo. Ma nemmeno l'esperienza di questi tre anni pare avere aperto gli occhi alle classi dirigenti. Il nuovo picco della crisi è la diretta conseguenza delle risposte «sbagliate» opposte all'esplosione della bolla speculativa nel 2008. Da allora e sino all'anno scorso gli Stati si sono incaricati di sanare con soldi pubblici (cioè nostri) le voragini dei bilanci privati, di banche, assicurazioni, finanziarie e grandi gruppi industriali a rischio di bancarotta per gli azzardi speculativi. Oggi - naturalmente - a rischiare il fallimento sono gli Stati stessi, dissanguati da quel generoso soccorso. Ci si aspetterebbe finalmente una risposta conseguente, visto che sbagliare una volta (si fa per dire) è umano, ma perseverare è diabolico. Invece che si fa? Si ripete l'«errore». Non si pretende dai privati la restituzione dei prestiti, con tanto di interessi, né, tanto meno, la cessione degli enormi profitti accumulati in tre decenni di baldoria neoliberista. Al contrario: per ridurre l'indebitamento degli Stati si tornano a chiedere soldi alla collettività, cioè al lavoro. Sotto forma di tagli alle retribuzioni, alle pensioni, al welfare, ai posti di lavoro e alla spesa pubblica. E a mezzo della mercificazione di beni e servizi vitali e della svendita di quanto resta del patrimonio pubblico. La grande bouffe continua. Anzi, per timore che domani possa saltare in mente a qualcuno di cambiare rotta, nel nome della cosiddetta «stabilità» si progetta di costituzionalizzare il pareggio di bilancio, cioè l'autoimposizione di politiche recessive, assoluta garanzia di crisi croniche. E si immagina (ultima trovata del governo tedesco, principale responsabile della spirale in cui tutta l'Europa - Germania compresa - si sta avvitando) di commissariare i Paesi ad alto debito, al preciso scopo di impedire tassativamente il varo di eventuali politiche espansive. Di fronte a questo scenario la tentazione di parlare di follia è comprensibilmente forte. Ma è necessario resistere, perché le cose non affatto stanno così. Hanno una loro logica e una loro razionalità, non per caso accuratamente occultata dal giornalismo mainstream. Torniamo all'inizio. Il mondo che oggi trema vedendo avvicinarsi a grandi falcate lo spettro di un crack di inedite proporzioni non è diventato improvvisamente povero. La ricchezza reale è immensa e così la capacità di produrre. Vi è una enorme disponibilità di forza-lavoro qualificata e giganteschi bisogni sociali insoddisfatti (abitazioni e servizi alla persona, formazione e conoscenza, cura dell'ambiente e del territorio ecc.). Ma allora che cos'è questa «crisi»? C'è un modo di raccontarla che spieghi questi giorni tumultuosi scartando dagli schemi ideologici utili agli interessi dominanti? C'è. E siccome le idee importanti non si inventano ogni giorno, basteranno due citazioni. Bertolt Brecht, che al Congresso internazionale degli scrittori (Parigi, 1935) fece incazzare tutti chiedendo che, oltre che di difesa della cultura, si parlasse anche dei rapporti di proprietà. E Karl Marx, che centocinquant'anni fa mise in rilievo la funzione cruciale dei rapporti di produzione, struttura giuridica a presidio dei rapporti di forza tra le classi. Ebbene, la cosiddetta crisi non è che un dispositivo economico, politico e mediatico funzionale allo spostamento di ricchezza (di titoli di proprietà) a vantaggio delle oligarchie possidenti. Negli anni Settanta e Ottanta questo spostamento è avvenuto soprattutto colpendo il lavoro direttamente nel conflitto sociale. Dagli anni Novanta ha luogo principalmente attraverso lo strumento monetario e la speculazione finanziaria. Il che non significa che la deflazione salariale e l'attacco ai diritti del lavoro non restino il punto di caduta dell'operazione, come non toglie che da quarant'anni a questa parte la guerra è stabilmente parte integrante di questa grande operazione di ingegneria sociale. Che questo gigantesco spostamento di ricchezza comporti anche dure contrapposizioni in seno alle oligarchie e aspri conflitti tra le borghesie nazionali (con buona pace di chi teorizza l'irrilevanza della dimensione statuale nell'era della globalizzazione) è del tutto ovvio e normale. E lo è anche quanto ne consegue: la concreta possibilità che i conflitti economici, politici e sociali tracimino in nuovi conflitti bellici. Fare previsioni su questo terreno è difficile, ma è bene sapere che non è possibile escludere nulla. Letteralmente nulla. Questa e soltanto questa è la sostanza, che però va accuratamente celata. Di qui la grande narrazione del «debito». Tutti (anche noi) ne parliamo, come se fosse ovvio e indiscutibile che qualcuno (lo Stato per conto della società) ha ottenuto un «prestito» da qualcun altro (il «creditore»). Ma se un governo decidesse di finanziare la spesa pubblica con i profitti delle imprese private, con le rendite speculative e con gli introiti di un fisco equo ed efficiente, il debito dove andrebbe a finire? Scomparirebbe. Il che dimostra che «debito» è soltanto il nome di una politica economica finalizzata all'incremento dei redditi da capitale. Ora, siccome questa operazione funziona alla grande, procurando enormi benefici alle oligarchie dominanti, parlare di follia è insulso e impedisce di capire cosa sta succedendo. Esattamente come non serve a nulla - anzi è sbagliato e fuorviante - favoleggiare di una presunta impotenza della politica a fronte delle sentenze dei «mercati» e delle agenzie di rating. Se a Bretton Woods si imposero regole che oggi non esistono più è perché chi ha il potere di decidere (a cominciare dai governi e dai parlamenti) non vuole né regole né vincoli, o meglio, vuole solo quelle regole e quei vincoli (a cominciare dal Patto di Stabilità e dagli accordi in sede di Wto) che rafforzano il processo in atto. Così stando le cose, se ne può trarre un'unica conclusione. Ci sarebbe un solo modo per contrastare la dinamica della crisi: prendere il toro per le corna e imporre misure draconiane, sì, ma di segno specularmente opposto: misure redistributive in senso proprio. Da una cosiddetta crisi finanziaria che altro non è se non l'ennesimo capitolo della guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo al lavoro (al proletariato e alle classi medie in via di proletarizzazione) reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la «crisi», semplicemente perché è la crisi. Ma c'è qualcuno - tra i politici - che intenda davvero combatterla? Non si direbbe. Ha ragione Giorgio Ruffolo: la sinistra non esiste più. Si è suicidata una trentina di anni fa in Italia come in Europa, come in tutto l'occidente capitalistico. Ma anche qui: non per follia, sia pure lucida, bensì per un accorto calcolo. Perché diciamoci la verità: partecipare alla grande bouffe, sia pure come «oppositori», non è affatto spiacevole. Anzi, è alquanto gratificante.
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