giovedì 25 gennaio 2018

Hail Spirit Noir - Mayhem in Blue (2016)

Gli Hail Spirit Noir sono una band greca di Tessalonica, nati nel 2010 e con tre album all'attivo: i primi due piu' inclini verso il metal, quest'ultimo Mayhem In Blue invece e' molto piu' prog, quindi presenta diversi stili ed influenze, come da tradizione. I membri ufficiali sono solo tre, il cantante e chitarrista Theoharis Liratzakis, il sintetizzatorista Haris, entrambi membri di Transcending Bizarre? e Rex Mundi, band black metal e thrash metal rispettivamente, ai quli si aggiunge il session-man Dimitris Makrantonakis, bassista, chitarrista e tastierista che ha preso parte a lavori di Transcending Bizarre? e Synesthesia fra i tanti. I tre si avvalgono dell'aiuto di altri musicisti per completare i propri lavori, in questo caso abbiamo Dimitris Dimitrakopoulos alla voce pulita e Håkon Freyr Gustafsson alla batteria. Il particolare della voce pulita e' chiave in questo contesto, infatti marchio di fabbrica inconfondibile e' la voce graffiante, rauca, black metal di Theoharis, che aggiunge quel tocco di peculiarita' ad un sound gia' unico di suo. Il suono della sua voce all'inizio non piacera', io stesso non l'ho ancora completamente assorbito e sto ascoltando questo album da un paio di mesi a questa parte, pero' francamente se provo ad immaginare questo disco con un'altra voce non sono sicuro che mi piacerebbe alla stessa maniera.

Il gruppo descrive il proprio sound con le seguenti parole: "Un miscuglio di elementi psichedelici, musica horror, melodie tristi e black metal moderno", descrizione che calza a pennello, ma io aggiungerei che i nostri amici greci "semplicemente" fanno prog, un prog originale, trascinante e particolare al punto giusto. Molti gruppi hanno cercato un connubio psych/black con scarsi risultati, mentre gli Hail Spirit Noir riescono a trovare la giusta miscela, grazie a tastiere spacey molto seventies che ci portano in territori da trip acidi, e grazie a chitarra e batteria che donano quel tocco metal con drumming e riff pesanti, ma la cosa piu' stupefacente e' che il sound si mantiene comunque orecchiabile e di non troppo difficile assimilazione. Dopo un paio di ascolti le melodie cominciano ad essere riconoscibili, anche se ci vuole un po' piu' di tempo prima che il lavoro conquisti. Ancora una volta, tempo ben impiegato.
L'album e' diviso in 6 tracce per 40 minuti di musica, 40 minuti che passano in un attimo. Canzoni bizzarre e musica eccentrica, ma raramente inquietante e mai spiacevole, il gruppo ingentilisce i toni e smussa gli spigoli degli album precedenti, per regalarci un'opera piena di ritmo e groove, aspra e ruvida quanto basta, imprevedibile senza scadere nella confusione, variegata, ricca, infernale, un gioiellino insomma.
Si apre con I Mean You Harm: suoni spaziali fanno da introduzione, poi chitarra, basso e batteria fanno partire un indovinato motivo hard rock, con subito la voce che incalza e l'organo che decora il tutto con note psichedeliche ed agghiaccianti. La canzone prosegue su questi toni fino alla fine, con un ottimo lavoro di basso e batteria che contribuiscono a mantenere il ritmo su binari spediti e coinvolgenti. Il suono della voce spiazza al primo ascolto, non e' un suono aggraziato e neanche piacevole, e' di sicuro particolare e necessita di numerosi ascolti per essere digerito, o almeno cosi' e' stato per me. Un po' come la voce di Ferretti, all'inizio sembra la cosa piu' brutta del mondo, poi, una volta assimilata, si comprende che la musica dei CCCP non potrebbe essere concepita senza la sua voce.
Si continua con Mayhem in Blue, il primo pezzo lungo con i suoi quasi 8 minuti: l'introduzione e' di nuovo lasciata al sintetizzatore che, accompagnato da basso e batteria, ci porta di nuovo nello spazio gelido e profondo; l'atmosfera si addensa e si appesantisce, l'aria si fa greve quando la voce si intromette, stavolta pulita, di fatto a prendere il controllo del brano. Voce e sintetizzatore si alternano cosi' alla conduzione fino a meta' canzone circa, quando i ritmi si abbassano senza pero' perdere in drammaticita', e stavolta e' la chitarra a fare da protagonista, con arpeggi lisergici, salvo poi lasciare il campo al sintetizzatore nuovamente che si unisce a basso e batteria per far ripartire il ritmo e riportare l'aria alla pesantezza cui ci aveva abituati. Si prosegue cosi' fino alla fine, la drammaticita' e' tangibile e tutti gli strumenti, compresa la voce ora gracchiante come non mai, si uniscono per un finale teso e tragico.
Riders To Utopia, la terza traccia, stavolta comincia con organo e synth, molto marziale e severa, in seguito voce e chitarra subentrano con un motivo indovinato ed orecchiable molto incline al metal, che si alterna al motivo di organo sentito in apertura per il resto della canzone. Brano che scorre via in un lampo tant'e' veloce e affascinante, infatti i due loop descritti sono cosi' solidi da reggere da soli tutta la traccia. Canzone che comunque evolve e mostra diverse sfaccettature e spunti personali.
Nella canzone seguente, Lost in Satan's Charm, secondo ed ultimo pezzo lungo della durata di quasi 11 minuti, il pezzo iniziale e' qualcosa di circense o carnevalesco, ma con clown assassini armati di ascie ed affamati animali zombie, tanto decadente e tragica e' l'atmosfera resa da synth e voce, con tanto di percussioni e campane ad accentuare la sensazione di essere in uno scenario horror. Verso i due minuti e mezzo il pezzo cambia completamente, la chitarra subentra con un altro riff roccioso e metallico, sul quale si innesta la voce, nuovamente pulita, e l'organo, a descrivere un motivo molto catchy. Ma cio' non e' sufficiente per i nostri musicisti greci, che pensano bene di cambiare nuovamente registro verso meta' brano, con la voce che perde grazia e la chitarra che si incattivisce, lanciandosi nell'ennesima variazione sul tema; sempre rimarchevole il lavoro svolto dalla sezione ritmica. Grazie all'alternanza di quanto fatto sentire finora in questo brano, la canzone e' portata fino alla fine con una facilita' disarmante, il talento dei musicisti e' palese ed e' dimostrato dal fatto che nessun riff, quando ripetuto, e' uguale a se stesso, c'e' sempre qualcosa di diverso, un particolare in piu', un dettaglio trasformato.
The Cannibal Tribe Came From the Sea ci fa ora viaggiare su lidi seriamente spaventosi ed orripilanti, questa traccia si appoggia alla voce ed agli intrecci chitarra/organo per prendere una direzione psichedelica e metal, tirata e francamente bellissima. Visto che siamo comunque in ambito prog, il brano cambia ancora prima di aver raggiunto la meta', il ritmo scende per un attimo ma poi reincalza, la chitarra si fa acida ed aggressiva, il pezzo diventa un'altalena di umori diversi, fra psichedelia e toni freddi, soli di chitarra metal, marce tribali, suoni ossessivi e ripetitivi, voce graffiante.
Infine, How to Fly in Blackness, l'ultimo pezzo, e' il piu' diverso del disco e la ciliegina sulla torta a chiudere un album vicino alla perfezione secondo il mio modesto parere. La voce e' pulita, le tastiere atmosferiche, ritmo ora basso e si ode persino un piacevole sax di sottofondo. Le tastiere sono grandi protagoniste di questa traccia, descrivendo un motivo tenue, lento e celestiale, al quale pero' non e' permesso tirarci su troppo l'umore, grazie al basso ed alla batteria che mantengono l'aria drammatica e solenne. A questo punto anche la voce si lascia trascinare dalla gravita' della situazione, facendosi piu' abrasiva. Il brano viene lasciato gradualmente tranquilizzare, gli strumenti lentamente scemano ed una chitarra acustica porta la canzone a degna conclusione.
Un album avventuroso, memorabile, dinamico, che non si lascia spaventare dall'audacita' della proposta, ma anzi la sfrutta per sfoderare un suono unico ed originale, senza essere per forza complicato o arzigogolato, al contrario si mantiene semplice e catchy, ed e' questo il miracolo degli Hail Spirit Noir. Ad oggi il prog riesce ancora a regalarci affreschi musicali di rara bellezza, il prog non morira' mai perche' e' come l'universo, si espande e muta all'infinito.

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