venerdì 10 ottobre 2008

Eloy - The power and the passion (1975)

Gli Eloy sono una band tedesca autrice di 14 album in studio e attiva dall'inizio degli anni '70 alla metà degli '80, i cui componenti sono Frank Bornemann a chitarra e voce, Luitjen Janssen al basso, Fritz Randow alla batteria, Detlef Schwaar alla chitarra e Manfred Wieczorke alle tastiere. Dopo gli esordi hard il gruppo incide il primo album prog nel 1975 e colpisce subito nel segno. Da qui in poi saranno autori di un buon numero di album progressivi discreti fino agli '80 quando modernizzeranno il sound e cambieranno formazione. The power and the passion è una via di mezzo fra lo stile che il gruppo stava abbandonando, cioè l'hard rock, e quello che sarebbe diventato il loro nuovo credo, cioè la spichedelia, lo space rock tedesco, ed è proprio questa unione che lo rende così piacevole. E' un concept che narra di una travagliata storia d'amore attraverso i secoli, poiché il protagonista viaggia nel tempo e si innamora di una ragazza del passato. La prima traccia Introduction ci introduce appunto in questa favola e nel nuovo sound Eloy: tappeti di tastiere, voce dolce, atmosfere pacate e rilassate. Journey into 1358 è un pezzo breve e stupendo: comincia con una linea di voce melodica al massimo, un motivo che si infila subito in testa, poi parte l'organo e su di esso una chitarra blues a creare una fuga di grande effetto. Love over six centuries è il pezzo più lungo e arriva a 10 minuti: comincia anch'esso con una melodia vocale stavolta accompagnata dalla chitarra; poi il basso fa salire sempre più il pezzo finchè non esplode per poi arrestarsi e passare alle voci che ora narrano la storia; in seguito si vivacizza di nuovo ed è ora trascinato dall'organo che lo porta a conclusione non senza un assolo di chitarra. Gran bel pezzo. Mutiny è un altro pezzo lungo, stavolta protagoniste sono le tastiere, con organo e piano che dominano il brano, oltre all'immancabile voce sempre melodicissima; la chitarra lentamente si insinua nella melodia, basso e batteria ergono un muro ritmico da ascoltare bene, ma è Manfred che continua a mostrare tutta la sua bravura. L'album prosegue con Imprisonment, traccia a metà fra pop e ambient: la voce domina ancora accompagnata dalla chitarra, mentre le tastiere in sottofondo ricamano dove necessario. Daylight è la logica continuazione della traccia precedente, il ritmo accelera, si intromette la batteria mentre chitarra ed organo si alternano nella conduzione. Un'altra bellissima traccia. Thoughts of home è una traccia di introduzione per sola voce e tastiere, non meno gradevole delle altre. The Zany Magician è invece una traccia molto hard costruita su un riff di chitarra semplicissimo e con voce distorta, tanto che è quasi impossibile capire cosa dice il cantante. Forse la canzone meno interessante. Back into the present torna sui soliti canoni, bella melodia, ritmo incalzante, chitarra e tastiere in evidenza. Si sente molto l'influenza degli Uriah Heep in questa canzone. L'album si conclude con The bells of Notre Dame, di cui esiste anche un remix inserito in una ristampa, che migliora semplicemente il suono. Si tratta di una traccia dark molto lenta, organo e piano spaziano mentre la chitarra disegna melodie blues. Traccia che nulla aggiunge e nulla toglie. In conclusione un album ottimo, certo non un capolavoro, ma un disco gradevole migliore di molti altri per un gruppo non molto conosciuto e che avrebbe meritato maggior notorietà, almeno nel nostro paese.

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